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Portobello 1×03 – La verità riscritta

Portobello

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla terza puntata di Portobello.

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“Un giudice non può sbagliare”, si sente a un certo punto. Una verità preconcetta in questo assurdo macrocosmo, acquisita senza aver bisogno di prove. Indiscutibile, onde evitare che possa crollare il fragile castello di carte costruito dagli accusatori. Un piano superiore aleggia intorno al caso Tortora nella terza puntata di Portobello, e qui le entità divine non c’entrano niente: pur rivolte a Tortora nei continui richiami ai cristi che bussano alla porta della sua cella, trovando dall’altra parte un incrollabile ateismo, il nostro sguardo si abbassa al terreno. In mezzo agli ultimi, tra i carnefici e le vittime. Là dove il martirio dell’imputato assume sempre più i contorni della farsa.

Tra gli impulsi irrazionali dei colpevolisti e quelli altrettanto infondati di buona parte degli innocentisti, credere o non credere alle versioni di imputati, pentiti, saltimbanchi e uomini della giustizia è sempre più associabile al mero atto di fede, nel contesto delineato dalla serie di Bellocchio. Anche se sarebbe sufficiente distaccarsi un momento, riprendere fiato e guardare negli occhi la realtà per quello che è: ogni risposta, in quel caso, si paleserebbe con evidenze incontrovertibili.


La terza puntata di Portobello si spinge in un vortice sempre più aleatorio di vicende alle quali è difficile credere.

Alessandro Preziosi in Portobello
Credits: HBO Max

Lo ripetiamo da ormai due settimane, ma ogni tanto è importante ricordarci che questa sia una storia vera. Fino in fondo. Così come è vero il caso della sparizione di Emanuela Orlandi, più volte citato nell’episodio attraverso i manifesti che ricoprirono le mura della capitale in quella maledetta estate del 1983: meriterebbe un capitolo a parte, ma non è certo la sede opportuna per parlarne.

Torniamo allora a Pulcinella, lo spettro dei peggiori incubi di Tortora. È la punta dell’iceberg: non è meno dissimile dalla realtà, rispetto a tutto il resto. Perché questa è la cronaca di una delle pagine più tristi della nostra Repubblica, anche se sembra arrivare dritta dalle pagine di Kafka. È la storia di un uomo innocente che a un certo punto è finito dentro una vicenda alla quale era, semplicemente, estraneo. Un alieno, rispetto a chiunque si sia scagliato contro la sua persona per rivolgersi altrove. A un’altra verità, di comodo. Una realtà inventata di sana pianta, finendo per trovare il destino che solo le peggiori menzogne sanno avere: trasformarsi nella verità, se raccontate mille volte.

La terza puntata di Portobello, allora, ci mette di fronte alla peggiore delle evidenze: se i nostri occhi non vogliono vedere, la parola scritta non ha più valore.

Quella pronunciata, invece, può essere cancellata in un momento se poco funzionale alla narrazione scelta, attraverso due semplici parole: “Non scriva”. Un ordine, al quale segue l’oblio. L’oblio di una proposta irricevibile. Accettare l’assurdo, condividerlo. Diventarne complici, pur non avendo fatto niente di male. Se invece è stata messa nero su bianco da chissà chi, è riscrivibile lo stesso. Malleabile, fatalmente. Persino un nome e un cognome, se non addirittura un numero di telefono, dovrebbero rappresentare una prova sulla quale essere tutti d’accordo, e invece no: Enzo Tortona ed Enzo Tortora rischiano di diventare una sola entità, anche se non è chiaramente così, mentre un numero di telefono si potrebbe trasformare in un articolato codice della criminalità organizzata.


L’abbiamo capito, fin dal primo momento. Almeno noi, distanti quarant’anni da questa tragedia ma non per questo meno coinvolti empaticamente.

Portobello mette in scena una lunga sequenza di sceneggiate indegne nel tempo della post-verità, e per qualche motivo vale sempre un po’ tutto. Evidentemente, verità esclusa.

Valgono le testimonianze più fantasiose di figure dissociate dalla realtà, ma anche quelle di mitomani professionisti che dipingono l’innocente con pennellate irregolari: lo riplasmano col volto del mostro, mentre il presunto colpevole non ha nemmeno l’opportunità di guardarli in faccia. Perché no, non lo reggerebbero per un minuto: il prezzo da pagare sarebbe la verità, sul serio. Assistiamo allora, inermi, all’insopportabile teatrino di un uomo in malafede in quello che è un tempio della giustizia, protagonista di uno spettacolo non richiesto che ben rappresenta fin dove si sia spinta questa storia.


“Il bugiardo si stupisce e ti guarda come se fossi un folle”, dirà a un certo punto uno dei principali accusatori: è questa la sintesi ideale di un mondo al contrario, spogliato dalle regole più ragionevoli.

Ogni scenario evocato da Bellocchio ci riporta al grottesco. Fuori dal carcere, e dentro le mura di una casa circondariale. Finendo per ricostituire al suo interno il palcoscenico di Portobello, l’iconico mercato popolare del Tortora che fu, in occasione dell’onomastico del suo direttore. Un teatrino, l’ennesimo. Ed è qui che Portobello incontra Fantozzi per un momento, in un bizzarro anello di congiunzione tra realtà che si specchiano nel ventre molle del nostro Paese.

Tortora, dal canto suo, non tace. Tiene gli occhi aperti e la schiena dritta, mentre il dramma gli strappa dal corpo il respiro.

La vita, però, ancora incalza nel suo spirito. Dopo esser “rinato” nell’ultima immagine della seconda puntata, la terza ci presenta la battaglia di un guerriero ferito. La malattia accorcia il suo fiato, rendendo più faticoso ogni movimento. Il cuore batte discontinuamente ed è vicino al tracollo con pericolosa costanza, ma è più forte che mai. Determinato a far valere la sua causa, rinuncia a ogni scorciatoia possibile, temendo che il diritto venga travisato e trasmesso ai media nei termini del privilegio. L’uomo di spettacolo, colui che governa ogni crisma della comunicazione con rara maestria, pondera ogni mossa ed è accorto: sa di poter essere messo in scacco al primo passo falso.


Allo stesso tempo, però, non rinuncia alla rabbia: veleno per il suo corpo fragile, è una linfa vitale che lo mantiene attaccato alla realtà.

È l’ultimo argine alla follia, quella che al suo posto avrebbe già rapito molti altri.

Deve però concedersi la furia, senza potersi permettere le lacrime: è il ruolo che questo destino infame gli ha assegnato, mentre rinasce ogni giorno senza distruggere l’uomo che era sempre stato fino a quel maledetto 17 gennaio del 1983.

Persino nei momenti più duri, non rinuncia al suo altruismo, alla determinata umanità di chi pensa alle esigenze del prossimo anche quando tutto gli si rivolge contro.

Dedica un pensiero alle persone che ama, invitandole a vivere. Abbraccia i compagni del carcere, al di là delle loro colpe. Regala un istante di gioia a bambine sconosciute, negandosi il piacere di un momento di illusoria normalità. Ritrova tra gli ultimi un posto in cui vivere con dignità, meritando barlumi di sacrosanto rispetto anche se ha ogni narrazione a suo sfavore. Seppure il giorno in cui la giustizia busserà convintamente alla sua porta sia ancora lontano, ritrova piccole luci in fondo al tunnel: un articolo di Enzo Biagi, schieratosi al suo fianco, è il primo segnale di una speranza che può finalmente riaccendersi. Così come si illuminano i lampi accecanti di un circo, intorno a lui.


Portobello - Una sorprendente Valeria Marini
Credits: HBO

L’ennesimo, ma stavolta è diverso: è un vero circo, e gli viene in sostegno per ricordare all’Italia che quell’uomo non dovrebbe stare là. In carcere. Strappato ogni giorno alla vita dalla bieca miopia di chi continua a voltarsi dall’altra parte. Il terzo episodio di Portobello, allora, si conclude sulle note liete di una melodia che allieta i più piccoli: un’arte proveniente da un altro tempo, nata per sospendere l’incredulità e immergerci in un sogno a occhi aperti. Per una volta, però, il suo compito è diverso: soccorrere un martire nel peggiore degli incubi. È sempre un mondo capovolto, ma per una volta si può tirare un sospiro.

Antonio Casu