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Mi mancava la voglia di parlare per ore di una Serie Tv: Pluribus me l’ha fatta tornare

Pluribus

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Prendetela come un’esperienza del tutto personale: lo è. Ve lo dico subito: non è mia intenzione avventurarmi in analisi approfondite o teorie ardite. Quello che state leggendo non è altro che un articolo in cui cerco di mettere nero su bianco quello che mi sta facendo provare questa serie tv. Ed è tutto quello che speravo di vivere alla vigilia, quando scrissi una sorta di lettera aperta in cui affermavo la mia stima incondizionata nei confronti di Vince Gilligan. Sì, incondizionata. Anche se non potevo ancora sapere esattamente cosa sarebbe stata Pluribus, la sua nuova serie tv.

Certo, avevo delle idee. L’unione del titolo coi pochi elementi di trama a disposizione (pure un po’ fuorvianti, a dirla tutta) aveva acceso delle lampadine, e per molti versi la direzione è stata finora quella ipotizzata.


Ma questo conta solo fino a un certo punto. Pluribus, per me, è stato un successo ancora prima di andare in onda.

Pur non dando per scontato che Pluribus sarebbe stato il gioiello a cui stiamo assistendo, ho apprezzato prima di tutto la volontà di andare oltre gli algoritmi e prendere una strada indipendente, al di là del risultato. E questo, per me, è un motivo per elogiarlo a prescindere. Anche se Pluribus non sarebbe stata valida quanto è: difficile pensarlo, quando si ha a che vedere con un autore del genere, ma non si sa mai. Eppure, non era questa la priorità assoluta con cui mi sono approcciato alla sua opera.

Prima di tutto, avevo chiaro il punto di vista di un artista che ha ancora voglia di raccontare storie autentiche, al di là di ogni esigenza del nostro tempo.

Intervistato qualche settimana fa da Radio Times, l’ha chiarito perfettamente lui stesso: “Ho l’impressione che le persone sentano di aver subito molta pressione per rilanciare cose preesistenti. Tutto ciò è giusto, ma è un mondo grande con molti punti di vista diversi e un pubblico molto diverso. Penso che ogni nuova generazione meriti la propria mitologia, meriti le proprie storie. Questo è ciò che voglio vedere”. Che meraviglia: “Mi dispiace per i giovani, che guardano e ripensano alle storie dei loro nonni. Credo che meritino le loro nuove storie e, sì, le storie dei loro nonni, senza dubbio, li tengono in vita. Manteniamo vive le storie: questo è ciò che ci rende umani, la possibilità di condividere storie, di condividere punti di riferimento”.

Insomma, il mio era innanzitutto un desiderio: speravo che questo straordinario autore potesse stupirmi ancora. Cosa sempre più difficile in quest’era di latta, dominata dagli algoritmi più che dalle visioni creative personali.

Risultato? Dopo una manciata di puntate, sono già dentro fino al collo. Pluribus mi ha fatto tornare la voglia di parlare per ore di una serie tv. E l’impressione è che non sia il solo.

O meglio: non sono sicuramente il solo. Visto che vivo ancora in un pianeta in cui la mente alveare non ha preso il sopravvento, mi sto ritrovando a scambiare un’infinità di vocali con un caro amico, anch’egli rapito dalla nuova alchimia di Gilligan. Si parla un po’ di tutto, e mi piace pensare che fosse proprio questo l’intento di Gilligan: non quella di imporre una visione del mondo e un racconto dalla chiara interpretazione oggettiva, bensì creare i presupposti per confronti accesi sui temi della serie.

Pluribus, in tal senso, nasce con l’intento di portarci a mettere in discussione la propria individualità, le proprie opinioni, le proprie idee. Una sorta di tavolozza variopinta in cui ognuno di noi può vedere un po’ quello che gli pare. Mi ricorda in tal senso l’approccio alla settima arte di Stanley Kubrick, uno che raccontava le sue straordinarie storie con lo stesso intento.

Ho un motivo specifico per sostenerlo: ce l’ha detto lo stesso Gilligan.

Intervistato da Hall of Series prima della messa in onda di Pluribus, ha parlato nello specifico di un errore fatto ai tempi di Breaking Bad che si è ripromesso di non commettere ancora. Le sue parole: “Adoro quando le persone trovano temi profondi in Breaking Bad, poi in Better Call Saul, e spero ora anche in Pluribus, voglio che siano loro a dirmi di cosa parla la serie. Credo di aver commesso un errore anni fa, con Breaking Bad, quando dicevo alla gente cosa pensavo significasse lo show. Se potessi cambiare una cosa di Breaking Bad, sarebbe proprio quella: è il modo in cui in podcast e in altre interviste spiegavo ‘questo è ciò che significa’, ‘significa questo, non quello’… e forse non avrei dovuto”.

Ecco: sono piuttosto sicuro del fatto che apprezzerebbe molto le conversazioni che sto intrattenendo col mio amico. Forse si farebbe una risata, o forse ci prenderebbe sul serio: in ogni caso, dimostriamo privatamente il successo di una serie tv che si è messa in testa di riaccendere le coscienze, più che guidarle. E di immergerci in una storia che parla di noi e del nostro tempo, finendo per portarci dentro le sue dinamiche con un punto di vista soggettivo. Pensate un po’: unico. Altro che mente alveare: in una chiave metatestuale, siamo portati a sostituirci a Carol e a immaginare come ci saremmo comportati al suo posto.

Le riflessioni intrattenute nei vocali vanno spesso in quella direzione. E portano a sfiorare un’infinità di temi differenti.

Si parla di intelligenza artificiale e del nostro rapporto con essa in costante definizione, del senso più profondo di un sentimento amoroso, del confine che separa le nostre convinzioni da quello che c’è oltre le porte delle nostre bolle. Ma veramente di tutto, fino ad arrivare a mettere in discussione lo stesso punto di vista di Carol con un ribaltamento degli orizzonti. Lei è determinata a invertire lo strano processo che ha portato il genere umano a essere assoggettato da un pensiero, letteralmente, unico: ma è giusto non prendere nemmeno in considerazione l’approccio all’esistenza della mente alveare? Sì, chiaro: arrivo comunque alla conclusione che l’umanità, pur con le sue storture, tragga la sua bellezza dall’imperfezione e dalle costanti anomalie che ci rendono tali, ma è stato interessante domandarsi per un momento come sarebbe stato vivere sotto il dominio del “virus della felicità”.

Pluribus rimette in discussione ogni convinzione, anche quelle più sottili. Per dire: mi ha colpito particolarmente la considerazione secondo cui il ruolo dell’arte nelle nostre vite non debba passare necessariamente attraverso la definizione di capolavoro. Se un’opera dozzinale, come si immagina siano i romanzi di Carol, sanno trasmettere un’emozione profonda a un lettore, non è di per sé arte? Si parla di un tema satellite, affrontato finora in due soli passaggi veloci. Sono piccole nuvole che rendono più denso il racconto. Ma in fondo è questa la bellezza di Pluribus: porta a riflettere su tutto in ogni suo momento. Anche nei passaggi apparentemente meno importanti.

E poi ci sono le teorie su Pluribus. Quanto è bello guardare una serie tv e impazzire su ogni aspetto, alla ricerca della risoluzione di un enigma.

Anche questo mi capita sempre più di raro: l’ultima stagione di Stranger Things sta offrendo diversi spunti interessanti in tal senso, ma poi? Poi ce ne sono altre, ma sono sempre meno. Non mancano certo le serie di valore in circolazione, ma quante sanno entrarci dentro e ci portano ad aver voglia di parlarne per ore con qualcuno? Ecco, con qualcuno: mi mancava la visione collettiva di una serie tv. Un appuntamento settimanale a cui arriviamo puntuali in tanti, senza tenere la nuova puntata nella watchlist per chissà quanto e guardarla quando capita. Questo, almeno, per quanto mi riguarda. Ma c’è un motivo per cui ho deciso di condividere tutto questo: ho l’impressione di non essere il solo a vivere tutto ciò.

Lo noto ogni volta che pubblichiamo un nuovo contenuto su Pluribus e lo diffondiamo sui vari social: in gran parte dei casi, si sono aperte conversazioni interessanti tra gli utenti. Dibattiti sani che affrontano tanti temi di capitale importanza. Spinti dalla forza del racconto, ci ritroviamo ad aver voglia di parlarne e di scoprire l’opinione dell’altro, senza perderci nelle solite tossicità.

La prima stagione di Pluribus non è ancora finita, ma sono sempre più convinto che il suo arrivo sia stato una benedizione per chiunque ami le serie tv e avesse voglia di viverle attivamente. Come non succedeva da un po’.

Non è un demerito delle tante ottime serie tv attualmente in circolazione, affatto. E mi sbilancio: non sono nemmeno convinto che Pluribus sia la miglior serie tv dell’anno (o forse sì, ma ne riparleremo tra qualche settimana). Resta però l’idea che sia nata col chiaro intento di riportare tutti noi a un’idea diversa di serialità. Un’idea che aveva fatto grande il piccolo schermo ai tempi della prestige tv, e che negli ultimi anni si è espressa con modalità diverse. Magari altrettante valide, ma troppo spesso incapaci di consolidare una vera community intorno a sé. Una vera serie evento. Una di quelle sempre più rare.

Insomma, Pluribus stessa è l’antidoto ideale a uno dei suoi temi portanti: la necessità di scongiurare la minaccia di un pensiero unico che riduca l’umanità a una somma asettica di individualità senza più anima, come ho evidenziato in un articolo recente. È un pericolo concreto e per molti versi è già parte del nostro presente, ma poi per fortuna arriva Gilligan: più che una sorta di messia, è un uomo che sente l’urgenza di comunicare davvero con altri esseri umani. Di questi tempi, è un impulso rivoluzionario.

Antonio Casu