Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Breaking Bad e Pluribus.
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“Ora, dopo quasi 20 anni, mi chiedo: ‘Come posso liberarmi dalle cose che ho fatto finora?’ E ho pensato che fosse giunto il momento di cambiare”. Intervistato dal Radio Times nelle scorse settimane, Vince Gilligan ha ben esposto l’urgenza creativa che l’ha portato a creare Pluribus, “liberandosi” così dall’eredità della sua opera più celebre: Breaking Bad.
Una liberazione che ovviamente non ha il gusto amaro del ripudio, sia chiaro. Breaking Bad ha scritto alcuni tra i capitoli più significativi della storia televisiva, e avrebbe sorpreso non poco se Gilligan avesse deciso di mettersela alle spalle in quel senso. Al contrario, è più che comprensibile l’impulso artistico che l’ha portato a ripresentarsi al grande pubblico con un’opera completamente diversa. Gilligan è un artista con una vocazione ormai rara nel panorama odierno: proprio per questo, stupisce più di qualcuno l’idea che abbia deciso di tirar fuori qualcosa di nuovo, invece di poggiarsi sulle monumentali certezze del passato.
Già, qualcosa di nuovo. Davvero di nuovo. In un mondo dominato dai franchise e da costanti pulsioni nostalgiche, rifugiarsi nella creatività più sfrenata e nella volontà di raccontare qualcosa di autentico è quasi un atto sovversivo.
Una ribellione pacifica legata all’idea che ogni epoca abbia bisogno delle sue storie, e che il meglio non sia necessariamente alle spalle.
La questione è complessa. L’abbiamo affrontata ampiamente in un articolo recente, ma in questo momento ci concentreremo sul rischio principale che sta correndo Pluribus. l di là delle eccezionali review della critica e il buon approccio del pubblico, infatti, più di qualcuno sembra esser rimasto deluso da quanto ha visto nella nuova serie. Le motivazioni possono essere le più disparate: le abbiamo esposte in una sorta di “recensione” affidata al pubblico, senza aver considerato finora un aspetto chiave.
Un aspetto che dovrebbe essere chiaro ai più, ma che evidentemente non lo è per tutti: Pluribus non è la nuova Breaking Bad, né ha alcuna intenzione di esserlo.
Cos’è Pluribus, cos’è stata Breaking Bad

Partiamo da un presupposto, già in parte esplicitato in precedenza: il grande autore ha sempre una firma personale, un marchio riconoscibile. Un sigillo che può portare ognuna delle sue opere a individuare degli elementi di continuità. Quando però l’autore non si affida al manierismo di genere, diventa comprensibile, per i fan, rimanere disorientati alla prima novità radicale.
La prospettiva dell’artista può esprimersi nei modi più disparati, altrettanto validi se hanno alla base una vocazione alla crescita espressiva personale. Tra il 1892 e il 1894, per esempio, Claude Monet immortalò la Cattedrale di Rouen in cinquanta modi diversi, in cinquanta dipinti distinti. Specifichiamo, onde evitare fraintendimenti: davvero distinti. Per azzardare un paragone improprio, è come se Gilligan avesse deciso di raccontare più volte la saga di Walter White in Breaking Bad in vari remake, cercando sempre un’angolatura peculiare che potesse dare uno spirito diverso al racconto.
Non è quello che ha deciso di fare. E l’ha chiarito più volte all’interno delle interviste che hanno anticipato l’arrivo di Pluribus.
Qui nasce l’equivoco. Alcuni fan storici di Breaking Bad speravano che Pluribus potesse essere un nuovo crime, o comunque un prodotto affine all’opera che tanto avevano amato. E per certi versi lo è, ma ci arriveremo tra un po’.
Ora, invece, concentriamo l’attenzione su aspetti più essenziali. Gilligan sembra suggerire l’esigenza di tornare alle origini per proiettarsi nel futuro. Non un ritorno allo spirito del passato, bensì la ricerca di una nuova voce attraverso l’utilizzo della fantascienza. Perché sì: è sufficiente dare un’occhiata alle sinossi di Pluribus e Breaking Bad per cogliere le differenze profonde dei due prodotti. Con un ulteriore elemento di novità, anch’esso ricorrente nella filmografia di Gilligan: dopo aver ideato e sviluppato uno dei migliori antieroi televisivi di sempre, destrutturando e ristrutturando l’archetipo di Tony Soprano con una prospettiva del tutto autonoma, Gilligan è tornato agli eroi. Agli eroi della fantascienza sì, come aveva già fatto con X-Files.
Lui stesso esplicita riferimenti e la necessità di innovare nella già citata intervista con Radiotimes: “Volevo solo dimostrare a me stesso che non fossi monotematico, e volevo scrivere di un bravo ragazzo dopo circa 20 anni. Scrivevo per X-Files: era un lavoro meraviglioso e per sette anni meravigliosi ho scritto per due eroi. Ho scritto per Mulder [David Duchovny] e Scully [Gillian Anderson], e mi sono goduto ogni minuto di quel lavoro”.
Se dovessimo essere puntigliosi (e sarebbe un rischio farlo dopo cosi poche puntate di Pluribus), l’impressione è che Carol cerchi sempre di fare la cosa giusta, seppure non sia un’eroina tradizionale.
L’auspicio è che dopo aver plasmato – involontariamente – generazioni di antieroi, Gilligan voglia portarci all’interno di una fase post-eroistica, più imperfetta che “super”. Non necessariamente per essere un riferimento universale, ma per un’esigenza più intima e ancorata al suo rapporto col nostro tempo. Una chiave nuova del racconto che rinnova l’esigenza di presentare dei modelli positivi in un mondo reale in cui sono gli antieroi a dominare la scena, senza cercare per questo una chiave moraleggiante esplicita o un giudizio da emettere. Come aveva già fatto con Breaking Bad, lascia a noi ogni valutazione sul tema.
La cornice attraverso cui centra l’obiettivo è ben diversa da quella della serie precedente. Abbiamo a che fare con sorta di una riedizione dell’Invasione degli Ultracorpi, nelle premesse, ma anche della lunga tradizione dei survival drama: l’umanità è pregiudicata da una “pandemia” totalizzante che isola singole persone e le carica di responsabilità straordinarie. Pluribus gioca col genere sci-fi, presentandosi al pubblico con toni dramedy ancora più marcati rispetto a Breaking Bad e Better Call Saul.
Gilligan si muove tra la satira sociale e la fantascienza psichedelica con un approccio più giocoso, più metanarrativo, più eccentrico e meno cupo. Non per questo, però, meno tragico.
Carol, la protagonista, è costretta a interfacciarsi con un’umanità estinta in cui è rimasta sola in mezzo a miliardi di persone senza più voce. È un contraltare dei totalitarismi, la miccia incendiaria che può innescare una rivoluzione atta a ripristinare lo status quo con nuove certezze.
Gilligan parla del nostro tempo, della nostra società sempre più frammentata e dominata da divisioni radicali in cui la libertà non è mai un bene acquisito aprioristicamente. E affronta, nello specifico, l’impatto che le nuove tecnologie stanno avendo su di noi e sulla nostra individualità, anch’essa messa in discussione. “E pluribus unum” (“Da molti, uno”), la locuzione latina che campeggia sullo stemma degli Stati Uniti, non è più una promessa libertaria: rischia di convertirsi nella soffocante morsa oppressiva di un’autorità che asseconda il pensiero unico in una tavolozza tutta nera.
Chi si aspettava la nuova Breaking Bad, allora, rimarrà deluso.

Il crime scava nel lato oscuro dell’umanità. La saga di Walter White ci mette di fronte ai nostri impulsi più atavici e agli spettri che possono albergare anche nell’animo dell’uomo più innocuo. Breaking Bad definisce un’epica tragica in cui il crime è la premessa per un percorso di trasformazione che segue il protagonista nella sua discesa, passo dopo passo. Se in Breaking Bad la tensione nasce dall’azione e dalle sue conseguenze, qui Gilligan rovescia tutto e mette l’accento sulle reazioni umane a un’anomalia inspiegabile, più che sulla natura dell’anomalia stessa. Dove Breaking Bad stringe il mondo attorno a un uomo che trova la sua natura, Pluribus lo schiude e lo scompiglia attorno a una donna che deve decifrarlo. È un cambio di tono, di ambizione e di forma: dalla restaurazione del crime si passa alla libertà sperimentale del racconto umano dentro il paradosso.
Un nuovo paradigma, sì. Un processo complesso che necessita di tempo e concentrazione per essere abbracciato appieno. Per farlo, è indispensabile farsi prendere per mano da Gilligan senza pregiudizi né false promesse: qualora venissero disattese, non potrebbero essere imputate a chi non le ha mai fatte. Si può apprezzare o meno, ma è un’esperienza diversa rispetto a quella di Breaking Bad. Anche se, a dirla tutta, non manca comunque un’affinità chiave che le porta a unirsi attraverso un filo sottilissimo, pressoché invisibile.
Quando si parla di Gilligan, d’altronde, il genere è una premessa. Non il cuore del racconto.
Così come Breaking Bad è molto più di un crime, Pluribus è molto più di uno sci-fi. Invece di dar vita a un racconto di genere, Gilligan si appoggia ai canoni di riferimento per poi tradurli con conseguenze inedite. L’operazione è per molti versi simile, e risulta sminuita dai passaggi più essenziali della storia stesse. Le premesse di Pluribus sono vicine a quelle di un’intera letteratura che l’aveva preceduta.
Gli esempi possibili sarebbero innumerevoli, e finirebbero per ridurre Pluribus a una storia che abbiamo già letto o visto un’infinità di volte. Può essere un problema, ma solo agli occhi di chi non ha sufficiente pazienza per farsi assecondare da Gilligan per più di una manciata di puntate. Breaking Bad spicca maggiormente per “immediatezza” anche all’interno di un evidente slow burn in cui la “lentezza” diventa un valore e non un limite: aveva avuto cinque stagioni a disposizione, però, per farsi apprezzare anche da questo punto di vista.
Il crime è allora un elemento di intrattenimento che allarga le maglie del racconto e permette l’accesso a un pubblico più esteso. Anche a quello meno avvezzo all’autorialità più raffinata.
Il punto, però, è sempre un altro: nella testa di Gilligan, la fantascienza o il crime – ma anche il legal drama, se volessimo definire così Better Call Saul – sono spunti per raccontare una storia più personale, più intima. Più universale sì, anche se ancorata a una prospettiva soggettiva.
Non è l’estetica o il world-building a guidare il racconto. Né tantomeno le regole del genere, usate più che assecondate. È l’effetto che quell’evento produce sugli esseri umani. Ne avevamo parlato di recente anche a proposito della continua riedizione del pattern narrativo del viaggio dell’eroe, capovolto in Breaking Bad con adattamenti molto innovativi: in futuro potrebbe essere altrettanto valido – se non addirittura di più – per Pluribus. I codici espressivi di Omero tornano a noi in una nuova veste per parlare a noi, al nostro tempo e a dinamiche che si riflettono nella storia della narrativa con variazioni sul tema che non ne sviliscono l’originalità.
È un processo di sintesi e di espansione complesso. Il genere, se visto da questo punto di vista, non diventa altro che un pretesto per raccontare qualcosa di unico. Un incidente scatenante, più che un contenitore. In tal senso, è un catalizzatore che riconduce un protagonista a se stesso attraverso un trauma da gestire, processare e affrontare: il viaggio dell’eroe – o dell’antieroe – è sempre lì, ben in evidenza.
Lo stesso autore cambia così la lente di ingrandimento per non ripetersi. E ridefinisce il “ritorno al futuro” evocato in precedenza con X-Files.

Gilligan ha sì riabbracciato le origini, ma solo fino a un certo punto. La prospettiva è un’altra, e altri sono gli impulsi che l’hanno portato a rimettersi in discussione dopo lo straordinario successo di Breaking Bad.
Come da lui evidenziato, sarebbe stato più “conveniente” proseguire su quella falsariga o addirittura portare avanti il franchise con uno nuovo spin-off. La tentazione c’è stata (ed è più che comprensibile), ma il timore di deludere il pubblico (e soprattutto se stesso, aggiungiamo noi) ha avuto la meglio. Così come ha avuto la meglio la sua urgenza creativa e la necessità di proiettarsi al domani con un’altra voce, senza fissarsi oltre sulla sua Cattedrale di Rouen.
Un atto di coraggio, dunque. Perché no, anche un salto nel buio. Sostenuto da budget e risorse enormi che non aveva a disposizione ai tempi di Breaking Bad e Better Call Saul, ma pur sempre un salto nel buio.
Per questo motivo avevamo “promosso” Pluribus ancora prima di averla vista, anche solo per l’intento. Questo impulso è una linfa imprescindibile per far sì che il piccolo schermo sia ancora grande. Dopo i fasti della prestige tv, segnati fortemente dal capolavoro di Gilligan, l’autore prova a riscrivere ancora le regole della televisione contemporanea, trasformandosi in un elemento alieno al sistema che attraversa le strade tracciate per prendere poi un’altra via. Altrettanto vale per il cinema, dove pochi grandissimi autori sono ancora capaci di sfuggire alle logiche dei franchise per mettersi in discussione senza paracadute.
Nell’articolo che aveva anticipato l’arrivo della serie Apple, allora, avevamo chiuso con un’altra citazione di Gilligan, ancora tratta dall’intervista già citata in precedenza. Ha detto:“Ho l’impressione che le persone sentano di aver subito molta pressione per rilanciare cose preesistenti. Tutto ciò è giusto, ma è un mondo grande con molti punti di vista diversi e un pubblico molto diverso. Penso che ogni nuova generazione meriti la propria mitologia, meriti le proprie storie. Questo è ciò che voglio vedere”.
Gilligan è chiarissimo a riguardo: “Mi dispiace per i giovani, che guardano e ripensano alle storie dei loro nonni. Credo che meritino le loro nuove storie e, sì, le storie dei loro nonni, senza dubbio, li tengono in vita. Manteniamo vive le storie: questo è ciò che ci rende umani, la possibilità di condividere storie, di condividere punti di riferimento”.
“Le loro nuove storie”, per l’appunto. Per trovare la “nuova Breaking Bad”, cercando a tutti i costi un’etichetta che rievochi una piacevole esperienza senza aprire il cuore e la mente a un’avventura originale, rivolgetevi altrove.
Tra gli spettri della gloria passata, Pluribus non farà per voi. E va benissimo così.
Perché Gilligan non è “quello di Breaking Bad”: è anche “quello di Breaking Bad”. Gli autori non sono generi viventi, anche se è normale percepirli come tali quando raggiungono certe vette: sono voci che cambiano, si reinventano e disobbediscono alle attese, quando sentono di doverlo fare. Questo, in fondo, il vero filo rosso che unisce tutto il suo lavoro. E la sua carriera, giunta all’ennesimo spartiacque, è lì a dimostrarlo. Per chiunque non lo apprezzerà, invece, non mancheranno mai le alternative: più che una promessa, la “nuova Breaking Bad” rischia di diventare una chimera.
Antonio Casu




