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Federico Buffa racconta: Arthur Shelby

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“Ridere. Ridere. Ridere ancora. Ora, la guerra paura non fa. Brucian nel fuoco le divise la sera, brucia nella gola vino a sazietà. Musica di tamburelli fino all’aurora, ma il soldato che tutta la notte ballò vide tra la folla una Nera Signora. Vide che cercava lui e si spaventò”. E da quel giorno, la Nera Signora ha inseguito il soldato tornato dalla guerra, dalla Grande Guerra. Roberto Vecchioni non ha bisogno di Samarcanda per entrare di diritto nella storia del cantautorato italiano, non parla una canzone per lui, ma cento altre. Il Professore però, con questa sua poesia del 1977 contenuta nel suo omonimo album, sembra voglia raccontarci la storia di un uomo che tutti noi conosciamo molto bene. Alcuni detrattori lo hanno definito un mostro, altri un alcolizzato, altri ancora un debole. C’è invece chi lo idolatra. Un uomo fiero, un uomo che non accetta compromessi, uno di quelli che per la famiglia consegnerebbe con le sue mani la vita a quella Nera Signora. E questa tenetevela da parte, che poi ci torneremo. Ma prima di iniziare questa storia, è bene raccontare l’uomo, perché è lui a fare la storia stessa. Uno come lui, uno come Arthur William Shelby, è uno con lo sguardo che non fa prigionieri. O lo ami, o lo odi. Parliamo di un uomo divisivo, quasi quanto la sua anima, che alterna il bianco dei sentimenti puri e dell’amore familiare, alla cupa oscurità della sua follia. Qui, per gara 3 degli speciali su Peaky Blinders, Federico Buffa racconta: Arthur Shelby.

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Sulla storia di Arthur in Peaky Blinders, si potrebbero scrivere intere enciclopedie.

Si tratta indiscutibilmente di un uomo totalmente instabile. La visione di quella Nera Signora, nelle trincee della prima guerra mondiale, lo ha segnato irrimediabilmente. Torna a casa dopo il conflitto e arriva lo stress post traumatico. Arthur vorrebbe gestire gli affari di famiglia, perché è lui il fratello maggiore, ma come in tutte le più grandi storie, la luce illumina un uomo diverso. Un uomo che vi ho già raccontato (trovate l’articolo qui), un uomo che non ha bisogno di presentazioni. Per Arthur è la fine, è l’abisso. Il tunnel della droga e dell’alcol lo avvolge, lo assorbe e lo fa suo. In determinati momenti però, l’uomo è lucido. Si allineano i pianeti famiglia e onore e il gangster che fugge dalla Nera Signora tornò l’uomo che è sempre stato. Arthur, nonostante la sua incredibile instabilità, ha un grande pregio, il saper disinnescare. Se avete mai sentito un dialogo di uno dei più bei film italiani degli ultimi anni, Perfetti sconosciuti, forse queste parole vi sembreranno familiari.

“Una cosa importante l’ho imparata, ovvero saper disinnescare. Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non è debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche famiglie che vedo durare sono quelle dove qualcuno, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti”. Eh già, saper disinnescare. Arthur ha detto queste parole a sua moglie Linda in una delle loro tante discussioni. Ad ascoltarli c’era un garzone italiano che poi tornerà da adulto in Italia. Quel garzone diventerà padre di Paolo Genovese e ripeterà spesso al figlio quelle parole dette da Arthur. Il futuro regista le inserirà proprio in Perfetti Sconosciuti, ma questa è un’altra storia.

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La storia di Arthur è invece quella dell’eterno secondo, della spalla, anzi, del tremendo e sanguinario braccio dei Peaky Blinders.

Sarà lo stesso fratello maggiore, in una notte di sangue e botte, a coniare davanti a un microfono, sul palco dell’Eden Club di Londra, le storiche parole che accompagneranno da quel momento in poi le avventure della gang di Birmingham: “Tell your boss what you saw here today. Tell him you don’t f**k with the Peaky Blinders”. Ma di di frasi iconiche, l’uomo che fugge costantemente dalla Nera Signora, ne ha dette. “Siamo re! Siamo re del fottuto mondo”, pronunciata in una sera d’estate dopo che tutti gli affari dei Peaky Blinders stavano diventando più grandi della famiglia stessa, oppure “Sono emotivo, anche se non so di quale diavolo di emozione sia fatto”, o ancora “Ho sentito il canto del merlo”. Ecco, soffermiamoci un attimo su questa. Letteralmente in inglese è “I heard the blackbird sing” e Arthur l’ha pronunciata in un vicolo di Birmingham. Seduto sull’uscio di una delle porte del quartiere lo ascoltava un bambino di Liverpool che era lì insieme ai genitori. Il piccolo si chiamava Paul e molti anni più tardi, insieme ad altri tre ragazzi di nome John, George e Ringo, ridisegnerà il concetto di musica. E tra le canzoni che scriverà, ci sarà proprio Blackbird, un successo dei The Beatles che nasce dalla frase di Arthur Shelby. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Ma le due più iconiche sono quelle legate alla sua storia. La prima è una sorta di domanda socratica, che Arthur si pone. L’uomo si chiede “Perché desiderare il paradiso, se puoi mandare gli uomini all’inferno?”. Questo sarà spesso il compito di Arthur, decidere chi vive e chi no. Una Moira ellenica con i baffi e la polvere da sparo che, invece di tagliare i fili della vita, giustizia con pallottole o pugni. Un talllleeeeento incredibile. La seconda frase è un po’ la storia della sua vita e irrimediabilmente, come sempre accade nelle grandi storie, è anche la confutazione della frase precedente. Insomma, il paradigma della vita di Arthur, una vita in conflitto con se stesso. “Alla fine, è Dio che comunque preme quel fottuto grilletto. Non siamo noi a decidere chi vive o chi muore”, ma come? Dopo tutte quelle volte che sei fuggito alla Nera Signora, dopo tutto il sangue versato, caro Arthur?

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Arthur però, alla fine dovrà, sedersi al tavolo della Nera Signora, e giocare a scacchi con lei.

Sì, perché se lui è il braccio, Tommy è la mente. E il capo famiglia studierà un piano dei suoi per sgominare la potentissima famiglia Changretta. Viene inscenata la morte di Arthur, in modo che la banda di mafiosi italo americani guidati dal villain della quarta stagione, Luca Changretta (qui parliamo dei migliori cattivi di Peaky Blinders) pensi di aver sopraffatto gli Shelby. Arthur non solo gioca con la Morte, ma la usa, la accoglie. Più volte ha tentato il suicidio, più volte ha ucciso. Questa volta però è diverso, l’uomo non esiste più. Arthur è morto e poi è tornato dalla morte, Arthur è un moderno Orfeo, l’amata però è la sua intera famiglia.

E questo limbo sarà la costante della sua vita, questo viaggiare su di una corda tra la terra e il cielo, tra il giusto e lo sbagliato, tra la vita e la morte. Arthur è questo, è un viandante che non osserva il mare di nebbia, ma lo attraversa. È indiscutibilmente uno dei protagonisti di Peaky Blinders, è l’uomo che fugge dalla Nera Signora e corre a Samarcanda. Ma quando alla fine della canzone, si ricongiunge con la Morte nella città di Tamerlano, le cose vanno diversamente. Non abbraccia la Nera Signora, ma la seduce e l’abbandona. E con un ghigno sotto quei folti baffi, nel momento in cui la Morte gli chiede come possa rifiutarsi di morire, Arthur risponde semplicemente: “By the order of the Peaky F***ing Blinders”.

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Scritto da Giacomo Simoncini

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Ad un mondo di numeri ne preferisco uno di lettere. Scrivo per coinvolgere gli altri, per far appassionare le persone a ciò che amo. ”

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