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Ozark non ha il senso del limite

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Un padre di famiglia finito a lavorare per un cartello messicano. Un incipit tutto sommato canonico se rapportato all’ormai sconfinato universo della narrazione televisiva. Solo che Ozark di canonico non ha proprio nulla. E così quel padre di famiglia, tanto abile a riciclare denaro sporco, non è altro che la piccola parte di un morbo sempre più esteso, i cui confini semplicemente non esistono.

Tutto era iniziato con Marty Byrde e il progetto di un casinò, attività perfetta per ripulire i soldi del cartello, in Missouri. Episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, abbiamo visto altre anime corrompersi, frammentarsi in un viaggio di sola andata. Moglie, figli, parenti, amici. Nessun vincolo, nessuno status sociale che tenga: tutti sulla stessa barca.

Un nuovo passo in avanti

La seconda stagione aveva raccontato per filo e per segno la “discesa in campo” di Wendy Byrde e, seppur in maniera minore, di Charlotte e Jonah. Nella terza stagione li ritroviamo tutti parte di un sistema del quale non sono capi ma effigie. Il volto “pulito” di un mondo tremendamente sporco. In perfetta assonanza con il paradosso degli Ozark Lakes: luoghi dalla bellezza incontaminata diventati covo di crimine, corruzione e morte.

Allo stesso modo fa impressione come Wendy, dietro la patina di moglie borghese nasconda un’anima da serpe e sembri riuscire a trovarsi più a suo agio del marito in questo contesto. Ed è ancor più inquietante vederla esporsi con quel sorriso e quei modi affabili apparentemente ben consci di quel che è capace. Solo che, fino alla straordinaria 3×09, non sapevamo bene nemmeno noi di cosa fosse capace.

E non ci resta che capire fino a dove si spingerà

Nella maggior parte delle serie di questo genere troviamo sempre degli equilibratori morali. Personaggi “dal lato giusto della moralità” in opposizione ai protagonisti e che incarnano il corretto modus agendi. Il figlio di Walter White rinnega il padre e lo stesso Jesse Pinkman affronta un percorso di redenzione. La moglie di Vic Mackey divorzia da lui e i colleghi provano in tutti i modi ad arrestarlo. Il limite invalicabile di Tony Soprano è invece rappresentato dalla dottoressa Melfi.

In Ozark, per tutti i motivi sopra citati, l’equilibratore morale non c’è. Non tra le forze dell’ordine (basti pensare all’agente Petty o allo sceriffo), non tra i cittadini (emblematico il caso della psicologa di Marty e Wendy). Nè tanto meno tra i figli, Charlotte e Jonah, cresciuti con un sistema di valori che hanno deliberatamente mandato in frantumi fin dal loro arrivo in Missouri. E chi prova a ergersi a “voce della coscienza”, viene divorato e poi rigettato dal sistema (come Ben, il fratello di Wendy).

E proprio tutto questo rappresenta il principale punto di forza di Ozark

Ozark non ha intenti pedagogici. Sul piano tecnico è fatta dannatamente bene, ha una sua identità grazie a una fotografia e una regia che restituiscono perfettamente il mood della serie allo spettatore. Ma è soprattutto la trama, senza fronzoli ma con picchi di adrenalina purissimi, a risultare irresistibile. E alla base di essa c’è una ricerca sfrenata dell’eccesso di cui i personaggi stessi si nutrono e nel quale ci sguazzano.

Mogli che uccidono mariti, nipoti che uccidono zii, sorelle che fanno ammazzare fratelli, quattordicenni che puntano il fucile contro membri di spicco del cartello, donne che fanno saltare in aria organi genitali. Un vortice di violenza sempre in crescendo e di cui si fa fatica a vedere la fine. Ozark semplicemente non ha il senso del limite e da questo trae la sua forza. “È tutto così fuori controllo che ho controllo” cantano i Thegiornalisti e questo sembra essere il motto di una serie che ha nuovamente alzato l’asticella sotto tutti i punti di vista. E noi fremiamo di sapere cosa ci attende adesso.

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