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L’unico problema di On the Verge è l’assenza di tridimensionalità dei personaggi maschili

Dramedy ambientata a Los Angeles ma profondamente francese, On the Verge è un gioiellino di Netflix che scorre via come acqua. Raccontare grandi personaggi femminili senza scadere nei soliti clichés è difficile, lo sa bene Shonda Rhimes che su questo ci ha costruito un’intera carriera. Eppure esistono molte serie che hanno giovato di fantastiche protagoniste femminili o di grandi badass a movimentarne la storia. On the Verge ci ha provato con il classico modello francese della comedy caratteriale multietnica e potremmo dire che l’esperimento è in parte riuscito.

One The Verge nasce dalla raffinata penna dell’attrice, regista e sceneggiatrice francese Julie Délpy – che nella serie recita il personaggio della chef Justine –  candidata all’Oscar ben due volte per migliore sceneggiatura non originale, prima nel 2005 con Before Sunset e poi nel 2014 per Before Midnight. La serie, per ora trasmessa su Netflix in una sola stagione divisa in dodici episodi, racconta le vicissitudini di quattro amiche sulla soglia dei cinquant’anni e alle prese con problemi sentimentali, familiari, professionali. Com’è tipico nella commedia francese, i quattro personaggi sono fortemente caratteriali e trascinano in modo folgorante l’intera storia.

On the Verge: la potenza dei personaggi femminili

Justine (Julie Délpy) è una delle quattro protagoniste ma è quella che funge da trait d’union dell’intera stagione, attraverso l’escamotage del suo libro sperimentale che unisce cucina e filosofia. Il suo voice over alla fine di ogni episodio in qualche modo mette il punto alle intere vicende, cercando di coglierne il cuore sentimentale, filosofico, ironico o leggero. Chef dalle grandi capacità, Justine dirige il Chéz Juste, un ristorante raffinato di enorme successo a Los Angeles. Nonostante l’enorme successo professionale, Justine vive di contrappasso una vita sentimentale deludente in preda a un marito narcisista e manipolatore, in grado di demolirla psicologicamente attraverso ripetuti abusi verbali di cui la stessa Justine sembra incosciente.

La sua amica Anne (Elisabeth Shue) è un’ereditiera di famiglia ricchissima, che sta cercando di aprirsi una strada indipendente nel mondo del lavoro. Approdata all’idea di aprire un negozio di vestiti dedicato alla propria linea di abiti, Anne si dimostrerà un’imprenditrice di successo nonché un’abile venditrice. Tuttavia, la sua estrazione sociale non le permette di essere vista con serietà da quella parte di America che è costretta a vivere di stenti e che vede in lei solo una viziata figlia di papà. Tra questi c’è suo marito, artista squattrinato che vuole “farsi da solo con la sua arte” salvo però non voler rinunciare ipocritamente al mantenimento della moglie.

Abbiamo poi Yasmin (Sarah Jones), americana di discendenze persiane, che vive su di sé l’incubo della “depressione da casalinga” dopo che ha deciso di abbandonare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno al figlio Orion. Se da una parte abbiamo la madre iper-focalizzata però, dall’altra abbiamo una donna estremamente intelligente e con un passato affascinante e misterioso. Fino alla fine non capiamo esattamente di cosa si occupava in passato Yasmin, ma sentiamo la sua eccitazione nel poter passare all’azione nel mondo. Yasmin è molto supportata dal marito, uomo innamorato con cui però ha sviluppato un rapporto ormai abitudinario e a tratti noioso.

In ultimo c’è Ell (Alexia Landeau), la madre single con tre figli avuti da tre padri diversi per etnia, condizione sociale ed economica. Tra tutte le protagoniste, Ell è quella ad avere le maggiori difficoltà economiche e la vediamo alle prese con lavori di vario tipo per sostenere la sua complicata, a tratti disfunzionale, famiglia. Anche a livello professionale Ell è diversa dalle altre tre, poiché si dimostrerà incapace in gran parte delle sue attività lavorative. Eppure, a differenza delle altre, potrà contare su un welfare particolare ma quasi funzionante, quei numerosi figli e padri che in qualche modo lavoreranno insieme per migliorare.

La bellezza dei personaggi femminili di On the Verge è quella di essere estremamente realistici anche, e soprattutto, nella veridicità della frustrazione che si vive nell’osservarle. On the Verge significa “sul limite”, ma sul limite di cosa? A giudicare dalle loro vite potrebbero essere sul limite della seconda fase della propria vita, quei 50 anni sempre poco descritti sullo schermo; ma potrebbero essere anche al limite della rottura con una vita infelice e inappagante. Potrebbero esse entrambe le cose, come uccelli sul baratro pronti a spiccare il volo, chissà se in cielo o in terra.

Oltre a questa condizione ambivalente tra la rottura e il risveglio, le quattro donne hanno in comune un rapporto straordinario, a tratti un po’ falsato, con i figli e la presenza di figure maschili “cartonate”.

On the Verge: la non tridimensionalità dei personaggi maschili

Questo è sicuramente il grande punto debole di questa serie. Ma occorre spiegarlo: la presenza di uomini poco profondi, superficiali, poco attenti o egocentrici e un po’ il punto nevralgico di questa storia, che ovviamente vuole descrivere la vita di quattro splendide donne alla soglia dei cinquanta intrappolate in vite deludenti che da giovani non si sarebbero mai immaginate per se stesse. La stessa Yasmin, a un certo punto, dirà:

A volte credo che la vita sia essere costantemente in lutto per chi eravamo destinate a essere

Però il problema è che il sbilanciamento delle parti in questo caso è quasi totale, risultando nella anche fin troppo facile e immediata l’immedesimazione con la controparte femminile, quasi senza alcuna esitazione. Le quattro protagoniste fanno spesso scelte sconsiderate, superficiali o semplicemente sbagliate e ciò le rende ottimi personaggi a tutto tondo, realistici e stratificati, però anche in questi casi tutta la nostra concentrazione rimane su di loro, dalla loro parte. Quasi come se fosse più un monologo invece di un dialogo con la parte maschile della coppia.

Il risultato è che la dinamica di coppia non solo è sbilanciata ma piatta, senza slanci da parte degli uomini sui quali potremmo attaccare un’etichetta inamovibile tanto sono statici.

Il più caratterizzato, e purtroppo quello che ha anche più screentime, è l’architetto narcisista Martin (Mathieu Demy): egocentrico, abusivo e maestro del gaslighting. Un termine oggi molto utilizzato che indica una manipolazione psicologica subdola che mira a far dubitare la vittima della propria percezione o della propria memoria, negando episodi accaduti, cambiando la versione di fatti certi. Martin recrimina costantemente a Justine di non ascoltarlo, di scordarsi le cose che lo riguardano, di confondersi. Allo stesso tempo, però, è lui stesso focalizzato su se stesso e sul suo lavoro, denigrando, sminuendo e screditando la moglie, il suo aspetto fisico e il suo lavoro.

Martin riesce a mantenere la sua famiglia perché manipola il senso di colpa di Justine: poiché all’inizio del matrimonio ha accettato il trasferimento a L.A. per lei, si sente in diritto di scaricare la sua frustrazione per la mancanza di un lavoro. Nel corso della storia, capiremo che Martin subdolamente cerca di fargliela pagare per quella scelta, ma anche perché si sente un “mezzo uomo”, invidioso dei successi della moglie. Come dicevamo, Martin è di gran lunga l’uomo più strutturato, ma la sua costruzione si ferma a quest’unico aspetto, costantemente reiterato senza possibilità di cambiamento o di crescita.

Il secondo uomo un attimo più costruito è Will (Timm Sharp), il marito di Yasmin. Quello però che sappiamo di lui è ben poco: è un programmatore di computer, ama sua moglie, è più razionale di lei per quanto riguarda loro figlio, è dolce. Questo è tutto. Tra tutte, la loro relazione sembra quella più funzionale, forse anche perché Yasmin è la protagonista con le maggiori complessità psicologiche tra ansia e accenni di depressione e Will è il marito più supportivo dei quattro. Come Martin, Will non affronta nessun tipo di miglioramento o di crescita l’uno la stagione, né tantomeno lui e la moglie giungono a qualche tipo di punto chiarificatore. Anzi, la storyline poco realistica dello spionaggio non fa altro che appiattire la sua figura ancora di più, trasformando in un elemento ancora più passivo.

Arriviamo alle figure ancora meno sviluppate e di sfondo, George e i vari ex compagni di Ell. Il primo è il marito di Anne e si presenta inizialmente come un marito innamoratissimo e sempre sballato, che ha con Anne una relazione focosa e pimpante. All’inizio ci sembrano la coppia più felice, ma la realtà è che entrambi sfuggono all’infelicità attraverso la droga. Forse George è l’unico delle figure maschili a compiere una vera e propria azione di trama ammettendo di non essere felice, ma questo è quasi tutto quello che fa nell’intera stagione. Dopo questo non farà altro che intrufolarsi nel frigo della moglie, farsi pagare il nuovo appartamento e fingere di fare l’artista vissuto a New York.

Come Martin e Will non farà altro che prendersi passivamente tutte le scelte della controparte femminile e non perché vittima debole delle circostanze, ma perché personaggio cartonato senza tridimensionalità.

Tutti gli ex compagni di Ell sono, se è possibile, ancora meno tratteggiati e arrivano ad assumere il ruolo di comparse. La relazione di Ell con i padri dei suoi secondogeniti è generalmente positiva, ma la verità è che loro come lei sono degli spiantati senza né arte né parte, con fame di ricchezza repentina e scorciatoie losche. Non è un caso che entrambi accettino subito le idee assurde di Ell sul fare soldi, né è un caso che tutt’ora li conosciamo solo per l’etnia e non per nome. L’unico che esce dallo schema di povertà ma non da quello di comparsa è il padre della primogenita, avvocato di successo, che infatti è anche l’unico a non prestarsi alla spettacolarizzazione della loro miseria.

Questi uomini hanno in comune di non avere profondità e di essere elementi di trama per giustificare dei cambiamenti interni senza essere a loro volta dei punti di svolta della trama.

Dov’è la storia: la mancanza di tensioni interne

Il rischio è quello di eliminare la tensione interna che, senza un valido contraltare, si disperde. Così è ovvio che non c’è alcuna tensione nella catarsi di Justine, che finalmente trova l’uomo della sua vita e lo preferisce a Martin. Né nella nuova relazione tra Anne e Adam, che sembra essere molto più autentica di quella che c’è (c’era?) con George. La totale assenza degli ex di Ell invalida tutta una serie di dinamiche interessanti che potrebbero svilupparsi tra padri di etnia ed estrazione diversa, mentre l’assenza di vero contrasto tra Will e Yasmin rende necessario l’uso di escamotage irrealistici.

Stessa mancanza si riscontra nel rapporto con i figli, che sembrano capire perfettamente e dinamiche interne delle varie coppie senza che queste causino alcuna frizione né con i padri né con le madri. Anzi, anche in questo caso le relazioni sono quasi completamente sbilanciate verso le madri, azzerando anche ipotesi di conflitto nella scoperta delle loro nuove relazioni. Sebbene i figli siano quasi più tridimensionali dei padri, restano anche essi spettatori passivi delle vite, dei cambiamenti, delle scelte delle madri.

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