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Diciamolo subito: sono arrivata alla festa con un ritardo imperdonabile. Mentre il mondo intero si scioglieva in lacrime davanti a Normal People qualche anno fa, io probabilmente ero impegnata a guardare tutorial su come fare pupazzetti all’uncinetto. Ma ehi, non giudicatemi, meglio tardi che mai, no? Lo confesso, ho questo difetto cronico: quando una serie diventa famosa e finisce sulla bocca di tutti, a me passa istantaneamente la voglia di vederla. È come se il rumore mediatico rovinasse l’intimità del racconto. Ma sapete una cosa? Non c’è cosa più bella di potersi recuperare una storia così in totale solitudine, lontano dall’ansia di dover stare al passo con i tempi o dai commenti a caldo sui social.
Una volta premuto “play” nel mio spazio sicuro, la serie mi ha letteralmente sequestrata. Ho divorato un episodio dopo l’altro in un binge-watching notturno che mi ha lasciato le occhiaie di un panda e il cuore ridotto in poltiglia. L’impatto è stato così profondo che non appena scorsi i titoli di coda dell’ultima puntata, ho sentito il bisogno fisico di correre in libreria. Ho già iniziato il romanzo di Sally Rooney da cui la serie è tratta, cercando tra le pagine di prolungare ancora un po’ quel dolore dolce e familiare che solo le grandi storie sanno regalarti.
La cosa che più mi ha colpita di Normal People è che non sembra “scritta”. Non c’è quel filtro patinato tipico delle produzioni hollywoodiane, non ci sono dialoghi epici costruiti a tavolino per farci sospirare. Quella di Marianne e Connell potrebbe essere tranquillamente la storia di una nostra coppia di amici, di un cugino, o magari la nostra. Non è una serie costruita per farci innamorare dell’amore romantico; è costruita per raccontare la realtà nuda e cruda che molte relazioni vivono. È fatta di quella goffaggine, di quei silenzi pesanti e di quegli errori di valutazione che commettiamo tutti i giorni. Non c’è nulla di eccessivamente romanzato: c’è solo la vita che accade, con tutta la sua incoerenza e la sua mancanza di tempismo. Guardandoli, non vedi due attori che recitano un copione, ma due persone che cercano di capire come si sta al mondo senza farsi troppo male.
La trama di Normal People
Al centro di tutto c’è una cittadina dell’Irlanda occidentale. Connell Waldron (interpretato DIVINAMENTE da Paul Mescal) è il ragazzo d’oro: popolare e amato, ma segretamente tormentato da un’insicurezza che non sa nominare. Marianne Sheridan è l’esatto opposto: solitaria, vittima di un bullismo spietato a scuola e di un ambiente familiare gelido. Il loro legame nasce nell’ombra, durante i pomeriggi in cui lui passa a prendere sua madre, che lavora come collaboratrice domestica a casa di lei. In quella cucina, lontano dagli sguardi, i due scoprono un’affinità che scardina ogni difesa. Tuttavia, la paura di Connell di compromettere la propria reputazione spinge i due a tenere la relazione segreta, segnando la prima di una lunga serie di ferite che Normal People ci mostrerà negli anni.
La narrazione si sposta poi al Trinity College di Dublino, dove la dinamica si inverte: Marianne sboccia, mentre Connell si sente inadeguato. Nonostante i nuovi partner, le distanze i due continuano a collidere. È una cronaca spietata di come il trauma influenzi le relazioni adulte e di come l’unica persona che può davvero capirti sia anche quella che può distruggerti con un solo silenzio.
Uno degli aspetti che rende Normal People un capolavoro è la sua capacità di dire tutto senza parlare. La telecamera indugia sui dettagli: una mano che sfiora una spalla, un respiro trattenuto, un bacio sulla fronte. La serie si prende il suo tempo, proprio come l’amore reale, fatto di lunghe attese e brevi momenti di chiarezza. Questa estetica della vulnerabilità ci rende partecipi: non stiamo solo guardando una storia, la stiamo respirando perché somiglia terribilmente a qualcosa che abbiamo già visto fuori dallo schermo.
Una montagna russa di emozioni: la mia esperienza
Guardare Normal People significa accettare un patto non scritto: quello di salire su una montagna russa emotiva che non prevede cinture di sicurezza. Non è una serie che ti accompagna per mano. Nelle prime puntate, ti ritrovi inevitabilmente innamorata dell’amore. C’è quella purezza magnetica dei primi incontri, quel senso di scoperta che ti fa battere il cuore all’unisono con il loro. Ti ritrovi a sorridere davanti allo schermo, quasi gelosa di quell’intimità così perfetta e così segreta. Ma è una luna di miele che dura poco. Ben presto, subentra il disgusto, o meglio, una frustrazione viscerale. Ti ritrovi a odiare le loro scelte, a detestare la codardia di Connell o l’autodistruzione di Marianne.
Ci sono momenti in cui vorresti urlare contro i loro silenzi, perché vedi due persone che si amano distruggersi per pura incapacità di dirsi la verità. È un sentimento sporco, fastidioso, che ti fa sentire quasi tradita dalla loro immaturità. Poi, lentamente, la rabbia scivola nella malinconia. Ti rendi conto che la vita vera è esattamente così: un susseguirsi di occasioni mancate e di parole che arrivano con anni di ritardo. È un ciclo continuo che ti lascia esausta, ma profondamente grata di aver sentito qualcosa di così vero.
Il filo rosso del tempo: Il confronto con One Day
È quasi impossibile non tracciare un parallelo con un’altra opera che ha scosso la mia (e forse anche la vostra) stabilità emotiva: One Day. Sebbene le ambientazioni siano diverse, il DNA narrativo è sorprendentemente simile: un amore esplorato nelle varie fasi della vita, fatto dei soliti “tira e molla” che però, qui, pesano come macigni. Come in Normal People, anche in One Day il tempo è un personaggio. Ci mostra come le persone che eravamo a vent’anni non siano le stesse che ritroviamo a trenta, eppure quel legame resta immutato. Mentre One Day gioca sulla ciclicità di una data specifica, Normal People preferisce una narrazione fluida. Ma il nucleo è identico: quel senso di “giusta persona, momento sbagliato”.Se avete pianto per Emma e Dexter, preparatevi a un tipo di dolore più introspettivo con Marianne e Connell.
Perché abbiamo bisogno di storie così?
In un mondo dove basta aprire Instagram per essere travolti da una valanga di relazioni “formato Disney”, Normal People agisce come un correttore di realtà necessario e brutale. Siamo costantemente circondati da immagini di coppie che si sposano, fanno figli e mostrano una felicità senza crepe, come se la vita fosse un montaggio continuo di momenti perfetti e senza sbavature. Questa serie, invece, squarcia quel velo. Abbiamo un bisogno disperato di vedere Marianne e Connell perché ci ricordano che l’amore vero è fatto di silenzi imbarazzanti, di scelte sbagliate e di una fatica immensa per capirsi.
Ci insegna che la connessione tra due persone non è un filtro di Instagram, ma un catalizzatore che ci costringe a guardare in faccia le nostre ferite. Ci serve questa narrazione per dare un nome a quel senso di inadeguatezza che proviamo tutti, per capire che le persone che ci cambiano davvero non sono necessariamente quelle che restano per sempre al nostro fianco con un lieto fine da favola, ma quelle che hanno il potere di farci diventare la versione più autentica (e talvolta più dolorosa) di noi stessi.
In un mondo che ci vuole sempre performanti e “da copertina”, questa storia ci dà il permesso di essere complicati e, soprattutto, profondamente umani. Mentre scrivo queste righe, ho ancora addosso quel senso di nostalgia anticipata che la regia ha saputo imprimermi sottopelle. Se cercate qualcosa che vi faccia vibrare l’anima, che vi faccia sentire vivi e malinconici allo stesso tempo, non potete ignorare il viaggio di Marianne e Connell. Io, nel frattempo, vado a immergermi tra le pagine del libro, sperando di ritrovarli ancora una volta, anche solo per un attimo, tra un rigo e l’altro (e sì, vado a comprare anche un altro pacco di fazzoletti, perché temo che la carta stampata non sarà più clemente della pellicola).








