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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Alcuni giorni fa, mentre stavo preparando il primo pezzo dedicato a Nord Sud Ovest Est, ho accompagnato il flusso creativo nell’unico modo possibile: riascoltando in ordine sparso alcuni pezzi molto noti e altri molto meno noti degli 883.
A un certo punto, è partito l’inno nostalgico più empatico che la musica italiana abbia mai concepito: Gli anni. Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph… vabbè, la conoscete benissimo. Distratto dai versi di una canzone che non ascoltavo, sorprendentemente, da un bel po’ di tempo, ho pensato per un attimo a una cosa che probabilmente è venuta in mente a tanti di voi almeno una volta: Gli anni è stata scritta quando Max Pezzali aveva ventisette anni. Ventisette, mentre la nostalgia è spesso associata a fasi della vita ben diverse.
In quel momento ho lasciato andare i pensieri, smarrendo i binari dell’articolo. Ho pensato alla nostalgia come chiave decisiva del successo della serie sugli 883, perfettamente incastonata in un’epoca in cui gli anni Novanta sono un po’ ovunque e un po’ in tutti noi, anche in chi non li ha mai vissuti e percorre un tempo in cui non era manco nato. Niente di sorprendente: chi è stato lì ricerca quella parte di sé che aveva vissuto quel momento e quelle esperienze, mentre la Gen Z trova in un mondo analogico a essa alieno un particolare nido rassicurante che la porta anche, per esempio, a guardare Friends coi propri occhi.
Poi ho pensato a Max Pezzali, oggi. Gli anni d’oro dei grandi 883 sono ancora onnipresenti nel suo percorso, non solo grazie al successo della bella serie di Sydney Sibilia.
No, affatto: Pezzali riempie ancora gli stadi con la sua musica d’epoca, mentre le raccolte dei brani più iconici dei primi 883 si arricchiscono nel tempo con nuove sonorità, nuove interpretazioni. Attualizzazioni di un eterno presente in cui lo sguardo è rivolto all’attualità, mentre il cuore ripercorre un decennio che il mondo ha ritrovato e sembra non voler più lasciare andare via.
Antinostalgico come sono, ho provato sentimenti contrastanti: amo gli 883 e io per primo non vedo l’ora di andare, un giorno, a uno di quei concerti. Una sorta di messa laica in cui nostalgia e fauxstalgia si mescolano allo stesso ritmo, cantando a squarciagola brani che per ognuno assumono un significato diverso. Altri ricordi, altre esperienze. Dalla periferia pavese a quella sarda è un attimo, passando per una metropoli: tutti abbiamo vissuto, per certi versi, la stessa vita. In altre vite, con chissà quali parabole.
Trent’anni fa gli 883 raccontavano un presente che respirava con un’autenticità coinvolgente, mentre a tratti sembrava già appartenere al passato. Oggi quel presente è diventato davvero passato, e lo cerchiamo sempre attraverso le loro canzoni.

La nostalgia, insomma, si è sdoppiata: c’è quella raccontata in alcuni testi e quella che proviamo noi riascoltandoli. E non è affatto la stessa cosa: gli 883 raccontavano soprattutto il loro presente con tutte le inquietudini, le speranze e le contraddizioni che lo attraversavano. Siamo stati anche noi, trent’anni dopo, a trasformare quelle canzoni in una macchina del tempo.
Interessante, no? Ma io, ripeto, sono un antinostalgico pur essendo pieno di bellissimi ricordi: rivolgo lo sguardo in avanti e guardare indietro, invece di rassicurarmi, finisce spesso per inquietarmi.
Non voglio divagare, anche se in realtà il rapporto con la nostalgia è parte integrante del tema. Questo è un articolo, mica una sessione di terapia.
Quello che conta, però, è che pure io mi cullo in quel sentimento, non necessariamente rivolto agli anni Novanta né a una vita che ho vissuto e non tornerà più: è qualcosa di più indefinito e complesso che comunque mi riporta là. Agli 883. A me che, pur essendo un Millennial che quegli anni li ha vissuti, li ha vissuti da bambino. Quando uscì Hanno ucciso l’Uomo Ragno, per intenderci, avevo tre anni.
Insomma, il pezzo su Nord Sud Ovest Est è finito per un’ora abbondante altrove, da un’altra parte. Perché volevo indagare un attimo, capire. Comprendere, in sostanza, cosa abbia portato gli 883 e, in particolare, Max Pezzali, a diventare una delle espressioni più vivide della nostalgia romantica nel nostro Paese. E di farlo anche attraverso canzoni che, in origine, non avevano affatto l’intenzione di raccontarla.
A questo punto, si ponevano due soluzioni: avventurarmi in un’analisi tematica e psicologica di alcuni brani iconici degli 883, cercando di decifrare e razionalizzare il sentimento nostalgico, oppure fare una cosa molto più semplice. Quella che può permettere di comprendere, effettivamente, come potrei interfacciarmi col contrasto che vivo: lasciar parlare Max Pezzali.
Continuo a menzionare Max, ma Mauro Repetto? Approfondisco.
Mi sono allora imbattuto in un’interessatissima intervista di Repetto rilasciata qualche tempo fa a Fanpage, dove ha raccontato per esempio perché avesse deciso di non firmare proprio Gli anni, canzone della quale è co-autore. Una risposta, in particolare, mi ha fatto viaggiare parecchio coi pensieri: “‘Gli anni’ è l’ultima canzone che scriviamo assieme io e Max, è proprio il triplice fischio finale. ‘Stessa storia, stesso posto, stesso bar’, mi rendo conto che la canzone è bellissima, ma io non voglio né la stessa storia, né lo stesso posto, né lo stesso bar, pur rendendomi conto che una canzone mitica e che mi piace di brutto. Io voglio andarmene via, voglio andare alla settimana della moda, voglio conoscere una donna che per me è la più bella del mondo, in quel momento”.
Mi ha colpito soprattutto questo: Repetto non rinnega quella canzone, anzi. Ne riconosce tutta la bellezza, ma non sembra voler rimanere aggrappato a ciò che racconta. Dove Pezzali sembrava trovare qualcosa da custodire in quelle parole, Repetto vedeva qualcosa da cui allontanarsi. Lo stesso bar, le stesse storie, gli stessi amici: per uno potevano diventare memoria, per l’altro rischiavano di trasformarsi in un orizzonte troppo stretto per un “cowboy”. Ritrovo in questa tensione una parte dell’identità degli 883, capaci di raccontare allo stesso tempo il mondo a cui appartengono e il desiderio di andare altrove, magari dall’altra parte dell’Atlantico.
Questa risposta, letta oltretutto poco dopo aver scoperto che Repetto stia per pubblicare un romanzo ambientato nel 2067, mi aveva fatto pensare per un attimo che la nostalgia potesse essere più parte del vissuto di Pezzali che di quello di Repetto, ma cosa ne posso sapere io. Magari è solo un mio vaneggio.
Sì, un vaneggio.
Giusto per confermarlo proprio mentre sto scrivendo queste righe, Mauro Repetto ha pubblicato nelle ultime ore un nuovo singolo intitolato Generazione, in cui è tornato a fare i conti col passato e con la nostalgia. Lui che trent’anni fa non voleva più la stessa storia, lo stesso posto e lo stesso bar, chissà cosa pensa oggi: è pur sempre il co-autore de Gli anni, firma o no. E quanta acqua è passata sotto il Ponte Coperto di Pavia, dagli anni Novanta a oggi.
È molto più realistico, allora, pensare che il sodalizio tra i due abbia in realtà portato nei testi e nei brani degli 883 parti di entrambi che non sarò io a poter definire né, forse, manco loro.
Anche perché sono passati trent’anni, e nel frattempo sono cambiate inevitabilmente le prospettive, le esperienze e il modo di guardare a ciò che è stato.
L’idea che “Gli anni” sia stato l’ultimo brano da loro scritto insieme, inoltre, mi ha fatto riflettere sull’idea che gli 883 contenessero, allo stesso tempo, uno spirito proiettato nel presente, raccontato e trasmesso da cantori urbani di una quotidianità in cui tutti si riconoscono, e uno sguardo rivolto indietro. Agli anni d’oro, ovunque qualcuno possa trovarli.
L’eterno presente assume così una doppia dimensione: l’eterno presente di chi riporta a sé il passato e di chi, invece, vive il momento senza cristallizzarlo. E una terza che sembra piuttosto presente nei testi degli 883, anche alle origini: una malinconia giovanile che sembra anticipare la nostalgia. La consapevolezza che persino il presente, mentre lo stiamo vivendo, è destinato a diventare qualcosa che un giorno ci mancherà.
Sarebbero delle risposte, ma ripeto: le risposte più interessanti possono darle solo loro. Prima di tornare all’articolo originario, mentre scorreva nelle orecchie Weekend, ho allora fatto una breve ricerca sul rapporto di Max Pezzali con la nostalgia. E inevitabilmente ho trovato varie interviste in cui il cantautore ha parlato del tema negli anni. Ho così riscoperto un Pezzali molto meno nostalgico del previsto.
Ho ripensato in quell’istante al suo bellissimo cameo in un corto dei The Jackal del 2016, Trent’anni, in cui dialogò con Ciro Priello a proposito del rapporto pieno di contrasti con gli anni che passano e ciò che può renderci davvero felici nel presente: pensate un po’, possiamo ritrovare una parte di noi anche col suono metallico di un modem 56K che perde tutto della sua asetticità, quando rivive in un ricordo.
Un inno alla nostalgia? Sì, certo. Ma con un occhio al futuro: è stato bello vivere certe cose, ma non significa che il meglio sia alle spalle.

È questa una delle chiavi più interessanti del fenomeno nostalgico degli 883: ognuno lo vive a modo suo, ma Pezzali non sembra poi così aggrappato a ciò che è stato. Non nel senso che molti potrebbero intendere, almeno. Mi sono imbattuto così in una serie di sue frasi che sono illuminanti in tal senso. In un’intervista all’ANSA, per esempio, disse che “Il passato serve come cartina di tornasole non per rimpiangere un passato che non c’è più, ma per interpretare il presente e prepararci al futuro”.
Era il 2020, mentre eravamo immersi in quella catastrofe chiamata pandemia. Sempre in quell’anno, disse qualcosa di molto interessante anche sulle pagine di Rolling Stone: “In parte, ammetto di avere una ossessione per un passato migliore, una specie di delirio ossessivo-compulsivo di voltarmi indietro per cercare qualcosa che non avevo più, qualcosa che mi mancava tanto. Ma non è il passato di per sé, quanto una nostalgia di certi aspetti di noi stessi che sono venuti meno con l’età, magari l’incoscienza, magari la fede nelle proprie possibilità e l’idea di avere davanti un futuro con mille opzioni, mentre col tempo le scelte si riducono”.
Nel 2025, invece, fu ancora più esplicito al riguardo in un’intervista rilasciata a Movieplayer: “Non sono un nostalgico, devo dire. Accarezzo solo il sapore agrodolce di questa emozione. A posteriori, penso: una canzone come Gli anni… dai, potevo vivermi il presente, avevo 27 anni quando l’ho scritta! Dico che i cambiamenti del futuro non solo non mi spaventano, ma mi incuriosisce scoprire il loro effetto. Cosa ci sarà dietro la prossima curva? Come le canzoni. Quelle più belle devi ancora scriverle. Certo, il processo di creazione di una cosa è molto pesante. A volte è liberatoria, altre volte è devastante”.
Mi sono fermato un attimo su queste parole, perché sembravano ribaltare tutto il ragionamento iniziale.
Avevo cominciato a cercare le ragioni della nostalgia di Pezzali e mi ritrovavo davanti un uomo che non sembrava affatto intenzionato a farsi definire da quel sentimento. Ma non vedo una contraddizione: essere capaci di raccontare il passato non significa necessariamente volerci tornare. Si può sentire la mancanza di qualcosa senza desiderare di riviverlo, così come si può riconoscere la bellezza di un ricordo senza considerarlo migliore del presente.
Pezzali, quindi, trasforma la nostalgia in un linguaggio universale, senza lasciare che diventi una prigione personale.
E allora come chiudo la questione? Posso davvero decifrare fino in fondo il rapporto degli 883 con la nostalgia? Sì, forse: in parte. Da certi punti di vista.
Mi aiuta, ancora una volta, Max Pezzali, qui intervistato da Sky TG24 nel 2017: “Credo di essermi portato avanti con la malinconia e il rimpianto: scrivevo canzoni sul rimpianto a 25 anni, che visto col senno di poi chissà cosa rimpiangi. C’era già una malinconia del tempo, uno stato d’animo che è una caratteristica antropologica. La malinconia del tempo che non torna più non mi porta a essere pessimista o a pensare che il meglio sia già passato, è comunque qualcosa che si risolve in positivo, in energia per guardare ottimisticamente il futuro“.
Sì, in positivo: “Oggi mi sono già portato avanti con le possibili forme di rimpianto con cui avrei potuto avere a che fare nel tempo che ho già dato, quando cresci e ti rendi conto che non c’è una fase della vita che non ti stupisca, niente è come pensavi che fossi e sostituisci il rimpianto con la sorpresa o la meraviglia, anche negativa. Ho sostituito la nostalgia con la meraviglia di quello che mi viene al momento”.
Ok, dai: ci sono. Ho la risposta giusta, la più semplice dopo tante digressioni: la nostalgia è soggettiva e universale, ma non si spiega davvero fino in fondo. E a quanto pare ho più cose in comune col Pezzali nostalgico di quanto immaginassi.
Prima di tornare a scrivere e dedicare un momento pure a Nietzsche, prendo un biglietto del prossimo tour e riascolto Gli anni senza rimpiangere niente, preso però da un velo di gioiosa malinconia. Ci troverò dentro qualcosa, qualcosa che per ognuno di voi sarà altro: che belli che erano i film, il grande Real, gli anni Novanta analogici o Friends, magari. Un grande amore, una birra speciale con un amico o il profumo del sugo della nonna, se preferite.
Vabbè, va a finire che sono un nostalgico pure io. Lo siamo tutti, in un certo senso. Quasi quasi, più tardi vado a bermi una birra al solito bar.
Antonio Casu







