Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulle serie citate.
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Nel mondo dello streaming contemporaneo, dove la visibilità di un contenuto viene spesso determinata da metriche opache e tempi di consumo sempre più compressi, anche serie acclamate dalla critica come Mindhunter e 1899 non sono immuni al verdetto dei numeri. Netflix, la piattaforma che ha ridefinito l’accesso globale alle narrazioni seriali, ha cancellato entrambe le produzioni, lasciando aperti interrogativi che vanno ben oltre il destino di due singoli titoli.
La loro fine non rappresenta soltanto una delusione per il pubblico più attento, ma diventa un caso di studio emblematico su quanto spazio resti oggi per l’ambizione artistica all’interno di un modello industriale governato da algoritmi, costi e retention. Mindhunter e 1899 erano serie molto diverse tra loro per tono, genere e pubblico, eppure accomunate da una stessa fragilità strutturale: richiedevano tempo, attenzione e fiducia. Tre elementi sempre più rari nell’economia dello streaming.

Mindhunter e 1899: il prezzo della qualità
Quando Mindhunter debuttò nel 2017, apparve immediatamente chiaro che non si trattava di una serie pensata per il consumo rapido. Il ritmo controllato, l’approccio quasi documentaristico, la centralità del dialogo e la messa in scena rigorosa trasformavano ogni episodio in un esercizio di tensione psicologica più che in un tradizionale crime drama. La regia di David Fincher, ossessiva nel controllo formale e nella composizione dell’immagine, contribuì a rendere la serie un oggetto anomalo all’interno del catalogo Netflix.
Quella stessa qualità, però, si è rivelata nel tempo uno dei principali ostacoli alla sua sopravvivenza. In più occasioni Fincher ha spiegato che Netflix considerava Mindhunter troppo costosa in rapporto al pubblico raggiunto, soprattutto se confrontata con produzioni più economiche e dal rendimento immediato. In un’intervista a Vulture, il regista ha dichiarato che la piattaforma gli aveva proposto una riduzione significativa del budget o una revisione dell’impostazione creativa, opzioni che avrebbero snaturato il progetto.
A complicare ulteriormente il quadro si sono aggiunti fattori pratici: la scadenza dei contratti degli attori principali, gli impegni cinematografici di Fincher e l’assenza di una finestra produttiva compatibile con gli standard richiesti dalla piattaforma. Secondo The Hollywood Reporter, Netflix non ha mai ufficialmente “cancellato” Mindhunter, ma ha smesso di considerarla una priorità strategica, lasciandola di fatto in uno stato di sospensione permanente.
Alcuni osservatori hanno anche ipotizzato che il mutato clima culturale attorno alla rappresentazione dei serial killer nei media possa aver contribuito alla decisione, ma nessuna fonte autorevole ha mai indicato questo elemento come determinante. Il nodo centrale resta economico: un prodotto di altissimo livello che non generava il tipo di ritorno misurabile oggi richiesto.
Una questione di numeri (e di algoritmi)

Se Mindhunter rappresentava un caso di consumo lento e stratificato, 1899 incarnava invece una forma diversa di ambizione: quella della serialità-mondo. Creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, già autori di Dark, la serie proponeva un racconto corale, multilingue e fortemente simbolico, costruito per svilupparsi nell’arco di più stagioni.
Dal punto di vista produttivo, 1899 è stata una delle serie europee più complesse mai realizzate per Netflix. L’uso massiccio del virtual production stage, l’impiego di attori provenienti da diversi Paesi e la costruzione di un impianto visivo estremamente sofisticato hanno comportato costi elevatissimi. Secondo Collider la serie era considerata internamente un investimento a lungo termine, pensato per consolidare il brand Netflix nel segmento “prestige sci-fi”.
I numeri di Mindhunter e 1899
I numeri iniziali, tuttavia, non hanno soddisfatto le aspettative. I dati ufficiali pubblicati da Netflix tramite Tudum indicano che 1899 ha registrato 79,27 milioni di ore viste nella prima settimana e 87,89 milioni nella seconda, restando nella Top 10 globale per diverse settimane. Numeri solidi, ma non eccezionali se rapportati all’investimento e alle aspettative di crescita nel tempo.
Secondo le analisi e interviste successive, il problema non sarebbe stato tanto il volume complessivo di visualizzazioni, quanto il tasso di completamento della stagione. Una metrica sempre più centrale nelle valutazioni interne di Netflix. Serie complesse, che richiedono attenzione costante e non offrono gratificazioni immediate, tendono a perdere spettatori lungo il percorso, penalizzandosi agli occhi dell’algoritmo.

Mindhunter e 1899: un paradosso temporale
I casi di Mindhunter e 1899 si inseriscono in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni, Netflix ha progressivamente affinato un modello decisionale basato su rapidità di consumo, retention immediata e costo per ora vista. La metodologia di Netflix per misurare il successo di una serie, avviene soprattutto nelle prime settimane dal rilascio. Un lasso di tempo che favorisce prodotti più accessibili e penalizza quelli che costruiscono il proprio pubblico nel medio-lungo periodo.
Da un punto di vista industriale, questa strategia è comprensibile: lo streaming opera in un mercato altamente competitivo, con margini sempre più sottili e una pressione costante da parte degli investitori. Tuttavia, sul piano culturale, il rischio è evidente. Serie come Mindhunter e 1899 non erano pensate per essere “scrollabili”, ma per essere assimilate, discusse, metabolizzate. Spegnerle prematuramente significa ridurre lo spazio per forme di narrazione che non si prestano a una fruizione impulsiva.
C’è un altro aspetto, forse meno tangibile ma altrettanto decisivo, che accomuna Mindhunter e 1899: entrambe chiedevano allo spettatore di assumersi una responsabilità. Non offrivano risposte immediate, non guidavano per mano, non semplificavano i conflitti morali o le strutture narrative. Guardarle significava accettare una certa dose di ambiguità, convivere con il non detto, con l’incompiuto. Con la sensazione che il senso ultimo della storia non fosse sempre a portata di scena o di episodio. In un ecosistema mediale sempre più orientato alla fruizione passiva e alla rassicurazione narrativa, questa richiesta di partecipazione attiva diventa quasi una forma di resistenza.
Mindhunter e 1899: la serialità ormai è cambiata

Mindhunter non cercava di affascinare attraverso il sensazionalismo, ma attraverso il silenzio, l’osservazione, il disagio. 1899, dal canto suo, costruiva un labirinto concettuale che rifletteva sull’identità, sulla percezione e sul controllo, più che sull’intreccio in senso tradizionale. In entrambi i casi, lo spettatore non era un consumatore, ma un interprete. La loro fine prematura racconta quindi anche di un progressivo spostamento dell’attenzione. Meno spazio a opere che interrogano, più spazio a quelle che confermano, che accompagnano per mano.
Non perché manchi il pubblico disposto a mettersi in gioco, ma perché il tempo concesso a questo tipo di relazione tra opera e spettatore si è drasticamente ridotto. Il paradosso è che proprio le serie più ambiziose, quelle che potrebbero sedimentare nel tempo e diventare riferimenti culturali duraturi, vengono giudicate prima ancora di aver completato il loro percorso. In questo senso, la cancellazione non è solo un atto industriale, ma una frattura narrativa: storie pensate per evolvere vengono congelate, e con esse si interrompe anche il dialogo che avevano iniziato con chi le seguiva.

Guardando oltre Mindhunter e 1899, la questione diventa allora più ampia e riguarda il futuro stesso della serialità come forma espressiva. Se le piattaforme hanno permesso una libertà creativa impensabile fino a pochi anni fa, oggi quella stessa libertà sembra dover essere costantemente giustificata, compressa, normalizzata. Non si tratta di rimpiangere un passato ideale, né di contrapporre in modo manicheo “arte” e “industria”, ma di riconoscere che l’equilibrio tra le due è sempre più fragile. Le serie cancellate non scompaiono soltanto dai cataloghi: lasciano un segno nella percezione collettiva di ciò che vale la pena raccontare e di come farlo.
Mindhunter e 1899: un forte messaggio alle serie future
Ogni progetto interrotto manda un messaggio implicito agli autori, agli showrunner, agli sceneggiatori: osare è possibile, ma solo entro certi confini. Eppure, la storia della televisione – e del cinema prima ancora – dimostra che le opere più influenti sono spesso quelle che hanno trovato il loro pubblico lentamente, controcorrente, a volte persino dopo la loro conclusione. Forse il vero rischio non è che queste storie vengano cancellate, ma che non vengano più nemmeno concepite.
Che l’idea stessa di una serie complessa, stratificata, deliberatamente non accomodante, venga considerata un lusso superfluo. Mindhunter e 1899 restano allora come tracce. Come promemoria di ciò che la serialità può essere quando non ha paura di fallire, di disturbare, di non piacere a tutti. E finché esisteranno spettatori pronti a cercare questo tipo di esperienza, la loro eredità – anche incompiuta – continuerà a parlare.
Mindhunter e 1899: quando la visione artistica soccombe ai numeri di Netflix
Come spettatori, ci troviamo così di fronte a un paradosso sempre più evidente. Mai come oggi esiste una domanda diffusa di storie complesse. Eppure il sistema che le produce tende a scoraggiarle se non generano risultati immediati. Viviamo in un’epoca che celebra la profondità narrativa, ma che la misura con strumenti spesso inadatti a coglierne il valore nel tempo.
La cancellazione di Mindhunter e 1899 non è soltanto una questione di gusti o di errori strategici. È il sintomo di un equilibrio fragile tra creatività e sostenibilità, tra visione artistica e logiche industriali. Non si tratta di demonizzare Netflix, ma di riconoscere che il modello attuale fatica a convivere con progetti che richiedono pazienza.
In un mondo ideale, queste serie avrebbero potuto trovare una seconda vita attraverso modelli distributivi diversi, una promozione più mirata o una valutazione basata su cicli più lunghi. Nel mondo reale, dominato da algoritmi e trimestrali, tutto questo resta difficile da realizzare. Così, due delle esperienze televisive più interessanti degli ultimi anni vengono archiviate. Con eleganza, forse. Ma anche con una malinconia che, per chi ama la serialità come forma d’arte, è impossibile ignorare.






