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Little Fires Everywhere è un fuoco che brucia da sempre

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Little Fires Everywhere è una miniserie in 8 puntate su Amazon Prime Video, tratta dal romanzo Tanti piccoli fuochi di Celeste Ng. Si tratta di una serie che sviluppa diversi temi (qui puoi vedere i 5 più spinosi) e tutti di una certa gravità: dal razzismo al perbenismo, da “i soldi non fanno la felicità” fino ad arrivare al pregiudizio e alla maschera. Ma il tema che vogliamo approfondire in questa sede è il concetto di maternità, un fuoco che brucia da sempre

Essere mamma nell’America degli anni ’90

kerry washington

Le protagoniste di Little Fires Everywhere, Elena Richardson e Mia Warren, sono due madri agli antipodi. La prima, interpretata dalla sempre brava Reese Whiterspoon (che aveva già interpretato un ruolo simile in Big Little Lies) è bianca, privilegiata, sposata con un avvocato, giornalista part time e madre a tempo pieno. La sua vita scorre imbrigliata nel perfezionismo: impacchettata tra i sacchetti della merenda che prepara ogni mattina ai suoi figli, calendarizzata anche nei momenti di più intima spontaneità (di cui il “sesso solo il mercoledì” rappresenta l’apice). La seconda, interpretata da Kerry Washington (che per questo ruolo è stata candidata agli Emmy 2020) è nera, è una madre single e gira per il mondo come un’artista vagabonda, forse per scappare da qualcosa.

La vita solo apparentemente perfetta di Elena – che a un occhio attento sembra subito soffocante – viene sconvolta dall’entrata in scena dell’artista Mia, di recente stabilitasi a Shaker Heights, il sobborgo di Cleveland nel quale spicca la bella villa di Elena, emblema fisico della media borghesia americana degli anni ‘90 (destinato – non a caso – ad andare a fuoco).

Se la prima domanda che ci facciamo all’inizio della serie è «Chi ha dato fuoco alla casa di Elena?», nel corso del binge watching non facciamo che domandarci «Cosa rende davvero genitori? A prevalere è il legame del sangue o quello dell’anima?». Sia Mia – madre dell’adolescente Pearl – sia Elena – madre di 4 adolescenti, tra cui spicca Izzie, la “pecora nera” della famiglia – nascondono dei segreti. E questi segreti verranno presto a galla, facendo progredire la trama in una escalation di piccoli fuochi, fino all’incendio finale. 

Cosa rende davvero genitori

Nonostante la serie sia ambientata negli anni ‘90, risulta molto attuale nelle sue tematiche. In particolare, tratta di un fuoco che brucia da sempre, perché fin dall’alba dei tempi ci si è fatta la domanda: i figli sono di chi li concepisce (con i suoi geni e con il suo corpo) o di chi li cresce o, ancora, di chi semplicemente li ama? Ancora oggi non sempre (anzi, oserei dire quasi mai) c’è una risposta chiara. 

Ciò che fa muovere la trama di Little Fires Everywhere è infatti la lotta intrapresa da Bebe Chow (amica di Mia) per riprendersi la sua bambina, abbandonata in fasce davanti a una stazione dei pompieri, strappandola dalle braccia della ricca mamma adottiva Linda (amica di Elena). Se Mia si appoggia al concetto di genitorialità intesa come “frutto del corpo” ed estensione “del sé a tutti i costi” che prescinde dall’individuazione da una “tana” in cui vivere, Elena si schiera sul versante opposto, difendendo l’idea di maternità come privilegio e garanzia di benessere.

Non a caso, le rispettive figlie finiranno per essere attratte dalla realtà opposta a quella in cui hanno vissuto. La figlia di Mia, Pearl, subirà il fascino della stabilità e della perfezione ostentata della casa e della famiglia di Elena, mentre Izzie, la figlia di Elena, si butterà tra le braccia di Mia, trovando conforto nella libertà che non riesce a trovare nella rigida educazione impartita dalla madre. 

Little Fires Everywhere è una serie che bruciacchia l’umore

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Little Fires Everywhere riesce a essere una serie davvero irritante e non per forza in senso negativo. I personaggi sono quasi tutti, a loro modo, così imperfetti da far venir voglia di cambiare specie e abbandonare il genere umano. È facile prendere di mira l’ipocrita bionda dei quartieri alti Elena, ma anche gli altri non sono da meno, a cominciare da suo marito (il povero Joshua Jackson), talmente relegato al ruolo di marito passivo, da non fare alcuna differenza nell’evoluzione della trama.

Il risultato è che persino Mia – per la quale la maggior parte di noi ha finito per parteggiare – non risulta certo la donna più corretta e piacevole del mondo. Se Pearl sembra irriconoscente nei confronti degli ideali di libertà impartiti da sua madre, allo stesso modo i figli di Elena ci sembrano poco consapevoli della loro fortuna. Questa impossibilità di individuare eroi e cattivi rende Little Fires Everywhere estremamente reale e per questo un piccolo capolavoro. Le storie che la serie racconta sono quelle di uccelli in gabbia: tutti i personaggi sono imprigionati nei loro pregiudizi, nei loro ambienti, nelle loro convinzioni, nel loro status sociale e nei loro modelli di vita. È questa prigionia che rende tutti antipatici, sgradevoli, veri e patologicamente infelici.

Il dibattito sulla genitorialità che la serie ha acceso come una fiamma difficilmente potrà spegnersi rivelando una risoluzione univoca. Lo stesso vale per tutte le altre tematiche. L’idea che si ha è quella di trovarsi di fronte a personaggi che quasi non sono cresciuti e che – in un certo senso – non smetteranno mai di scatenare fuochi, rimanendo ferrei nelle loro posizioni. È proprio per questo che Little Fires Everywhere o è piaciuta un sacco o non è piaciuta per niente: tra il bianco e il nero, infatti, le sfumature si sono perse

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