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La spiegazione del finale di Les Revenants non è quella che molti conoscono

Les Revenants

Un finale ricco di emozioni contraddittorie. Les Revenants si è conclusa portandosi dietro strascichi di frustrazione, perplessità, inadeguatezza. Comprensibile, d’altra parte. Gli spettatori hanno atteso tre anni – tre – per cercare di capirci qualcosa dopo l’affascinante prima stagione e si ritrovano dinanzi al definitivo au revoir, ancor più lacerati dai dubbi e senza aver avuto risposte chiare e concrete.

A più di un anno siamo ancora spaesati, con la sensazione di brancolare nel buio, esattamente come les revenants quando si ritrovano, loro malgrado, a tornare in vita. Sedici puntate in totale, otto per stagione, per non farci comprendere chi, o cosa, siano Victor e Lucy. Chi, o cosa, siano Nathan, il bambino di Adèle, e Simon. Eppure una spiegazione esiste.

Prima di continuare consiglio di fare mente locale sull’episodio finale di Les Revenants.

Les Revenants

Di fatto, abbiamo avuto l’onore di venire a capo di alcune cose. Abbiamo scoperto che Victor è la chiave di tutto. Ha evocato involontariamente i revenants nel tentativo di salvare il sig. Lewansky, colui che l’aveva accolto come un figlio, insieme alla sua famiglia. Il suo desiderio di salvare una persona a cui voleva molto bene ha dunque un prezzo. Da dove provenga il suo potere rimane un mistero.

Ma in passato Victor deve aver già evocato altri morti. Lo si evince dal fatto che Milan, 35 anni prima, era a conoscenza del suo potere, presumibilmente grazie a Lucy. Ed è per questo motivo che quest’ultimo riunisce Il Cerchio, la setta che vediamo suicidarsi in massa all’inizio del penultimo episodio. Il terribile Milan, alla resa dei conti, è semplicemente convinto di compiere riti sacrali.

Victor – bravissimo e inquietante Swann Nambotin, l’attore che lo interpreta – è dunque un buono. Non causa il crollo della diga ma, avendola prevista, cerca di avvertire tutti del pericolo. Ragion per cui viene considerato il diabolico responsabile della catastrofe, malgrado egli voglia soltanto aiutare le persone. Offre una ragione di vita a Julie e, con la scomparsa dei ritornati nel momento in cui la salva, il cerchio sembra chiudersi.

Lo sguardo finale, però, lascia intendere che non tutto è andato secondo i suoi piani.

victor les revenants

Lucy e il piccolo Nathan non sono infatti scomparsi come gli altri, tanto che la ragazza lascia il neonato fuori alla porta di casa di una coppia. Victor stesso afferma che Nathan è come lui, il che porta a fare due considerazioni: Victor è figlio di un vivo e di un morto, Nathan ha gli stessi poteri di Victor, dunque capace di prevedere gli eventi ed evocare i defunti. Il cerchio è tutt’altro che chiuso.

Per quanto riguarda il mistero dei ritornati un indizio importante potrebbe avercelo rivelato Etienne. Questi spiega al figlio, Berg, che loro “sono come vogliono vederli i vivi”. Ergo, il loro reale aspetto potrebbe essere zombificato, come quello dell’essere che Adèle incontra nella grotta. C’è una seria possibilità che quello sia Simon e che Adèle, in carne ed ossa, possa finalmente ricongiungersi con lui.

L’unica storyline che si può definire conclusa è quella riguardante la famiglia Seguret. Jerome, Claire e Lenà non avevano mai superato il lutto per la scomparsa di Camille. Anzi, questo li aveva portati alla divisione. Per loro, l’esperienza diretta con i revenants  è stata l’occasione di elaborare il dolore e giungere alla riconciliazione, tornando a essere una famiglia.

Se siete arrivati fin qui è probabile che condividiate questa spiegazione che, peraltro, è la più accreditata. Il punto è che potrebbe essere “fuffa”. Gli autori di Les Revenants avevano altri obiettivi.

Les Revenants

Questa Serie è a tutti gli effetti un manifesto del Romanticismo. Ne ha i tratti salienti. È un’esplorazione dell’irrazionale, in cui trovano sfogo il sogno, la follia, il sentimento e le visioni. È spiritualità, religiosità, rivisitazione delle pratiche magiche e occulte. È assolutismo, sublimazione, superazione dello spazio-tempo. E, come testimoniato dal finale, che definire aperto è un eufemismo, è impossibile darne una chiave di lettura universale.

Guardare Les Revenants, in effetti, non è dissimile dall’osservare un quadro di Delacròix o ascoltare la musica di Wagner. Lo stile supera i limiti della ragione. La fotografia cupa e malinconica, la regia cristallina, le musiche incantevoli, prevaricano la narrazione. Ancor più della storia, infatti, il comparto tecnico impatta sul nostro umore: grazie ad esso mettiamo in campo l’intero bagaglio emotivo.

Il finale di Les Revenants, pur con tutte le sue controversie, rientra nel novero dei finali aperti a ogni eventualità.  Eppure avendoci lasciato sempre inappagati – per restare in tema: afflitti dal Sehnsucht – non abbiamo il diritto di chiedere maggiori spiegazioni. Qualcosa ci è stato concesso e va bene così: il resto è tutto un rapporto con le nostre emozioni. È un po’ il discorso che abbiamo fatto qualche settimana fa con quello di The Knick.

E, francamente, va bene così. È un epilogo in linea con le sensazioni che Les Revenants trasmette sin dalla prima puntata, portate alla massima potenza. Ogni aggiunta rischia di alterare e rovinare uno schema perfetto nelle sue mille sfaccettature irregolari, che fanno, della Serie Tv, uno dei pochi casi in cui la serialità europea compete con quella anglosassone.

Leggi anche – Les Revenants: quando influenza fa rima con eleganza

Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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