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Les Revenants, quando influenza fa rima con eleganza

Questo non sarà il solito incipit contro le serie TV francesi, prometto.
Ok, l’incipit è andato.
Lo so che starete pensando che la filmografia francese in generale non fa per voi, che voi siete abituati all’azione americana, alle trame contorte, ai colpi di scena funesti che vi fanno perdere il sonno..
Lo pensavo anche io, poi ho preso l’influenza.

Si, ho preso la maledetta influenza che ti costringe a letto una settimana ed è cosi che ho conosciuto Les Revenants. (dannata influenza!!)

Ma che cos’è Les Revenants?

E’ una visione originale (direi europea) del mondo degli Zombie. E’ la costruzione di una trama – volutamente- non ben definita, in cui angoscia e suspanse si intrecciano lentamente in un groviglio di situazioni inspiegabili (e inspiegate) che finiscono per costringere lo spettatore alla visone compulsiva delle 8 puntate (prima stagione) nella speranza di capirci qualcosa.

Ideata da Fabrice Gobert e diffusa nel 2012, la serie si svolge in un piccolo paesino in montagna e racconta le storie (ogni puntata è dedicata ad un personaggio diverso) di persone tragicamente defunte che ad un certo punto ricompaiono dall’oltretomba e tornano alle loro vite come se niente fosse cambiato, sconvolgendo parenti ed amici.

Penserete che è banale, che avete visto già storie di morti che camminano (The Walking Dead..) e invece – a mio parere- non lo è per niente!
I francesi si sono impegnati, fornendo ai telespettatori un modo diverso di interpretare e raccontare i morti che ritornano.
Niente corpi in putrefazione, sangue, scene violente e lotta apocalittica.

Les Revenants racconta – con straordinaria eleganza – le storie di morti che si ritrovano vivi in una vita che non riconoscono più e di vivi che devono fare i conti con lo sgretolarsi di un equilibrio precario che avevano costruito dopo il lutto.

Il fil rouge che collega le prime 8 puntate è prettamente psicologico e metaforico, niente a che vedere con le visioni americane, molto più costruito e strutturato in una complessa rete di metafore sul valore della vita e vecchi misteri da svelare attraverso la conoscenza dei personaggi.

Les Revenants fa sentire a casa, coinvolge, sostiene l’idea  della resurrezione, accenna alla ricomparsa, parla di “dono” con toni religiosi strettamente familiari a no altri.
In tutte le puntate si avverte uno strano senso di angoscia – un po’ anche perchè gli interpreti francesi non si inc*****o mai – le luci che si spengono, l’acqua della diga che lentamente scompare, i vari backgroud dei protagonisti che via via vengono mostrati e intrecciano così le storie che diventano sempre più tetre e misteriose.
Certo è che il ritmo non è sempre facile da sostenere.
Si sa, i francesi sono lenti.
Ma lenti.
Lenti.
Però se avrete la pazienza di aspettare la fine della scena questa di sicuro vi sorprenderà.

Ammetto di essermi addormentata due o tre volte.. forse quattro, ad episodio (probabilmente a causa della mia tragica influenza!) ma piano piano la tensione evolutiva (per dirla alla Jovanotti) cresce e così anche la fame del telespettatore che mangia uno dopo l’altro gli episodi nella speranza di nutrirsi di risposte (mi dispiace ma non ne avrete neanche mezza).

Ormai lo avrete capito, dire che il finale è aperto è un eufemismo.

Alla fine dell’ultima puntata ho sfogato (con un barattolo di nutella) tutta l’ inc******ra che gli attori francesi mi avevano fatto reprimere, ed ho pensato che probabilmente 8 episodi sono troppo riduttivi per dare respiro ad una storia così e mi auguro che la seconda stagione mi aiuti a capire qualche perchè? In più, almeno spero (Vi ho già detto che i francesi sono lenti?).

A conti fatti consiglio di guardarla, se non altro per ritrovare il piacere di una visione flemmatica, comoda, meno tutto-subito alla quale gli americani ci hanno abituati. E poi la sigla è una figata assoluta. 

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