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Close your eyes, Beth

la regina degli scacchi

Chiudi gli occhi, Beth.

Sono queste le parole che nel primo episodio de La regina degli scacchi (cosa ha reso la serie un successo mondiale? Ve lo raccontiamo qui) la piccola Beth si sente rivolgere dai sedili posteriori dell’automobile di cui sua madre è alla guida. Sono anche le ultime che la donna pronuncerà prima di provocare l’incidente che le costerà la vita.

In quello che è il primo flashback con cui la serie apre uno squarcio sul passato della sua protagonista, magistralmente interpretata da Anya Taylor-Joy (e qui trovate sette curiosità sul suo conto), si vede la polizia accorsa sul luogo dello schianto. Alice Harmon è deceduta, mentre sua figlia Elizabeth Harmon è rimasta illesa. “Non si è fatta neanche un graffio. Un vero e proprio miracolo” osserva uno degli uomini in divisa. Nel frattempo, Beth se ne sta in disparte, lontana da tutto e da tutti, con un’espressione assorta e vagamente corrucciata rivolta al vuoto che si staglia davanti ai suoi occhi.

La regina degli scacchi

Lungo il tragitto che porta all’orfanotrofio di cui sarà ospite, le considerazioni della donna che la scorta sembrano scivolare addosso a Beth come acqua: “Hai capito tesoro che tua madre è deceduta, giusto? La conosci questa parola? Deceduta. Be’, io sono sicura che ora si trovi in un posto migliore e che prima o poi potrai rincontrarla”. Beth non ha alcuna reazione. Resta trincerata dentro al suo mutismo anche quando giunge a destinazione: non dice una parola di sua iniziativa e non risponde se interpellata.

La direttrice dell’istituto, la signorina Deardorff, prova a fare breccia in quel muro di algido distacco.

Mi rendo conto che in questo momento provi una grande sofferenza, ma una volta sprofondata nel dolore, la preghiera e la fede ti risolleveranno. E così ti aiuteranno a trovare la tua strada. Elizabeth, hai la possibilità di trovare una vita diversa qui, una vita migliore di quella che avevi.

La regina degli scacchi

È l’ennesima sollecitazione che Beth lascia cadere nel nulla, ma allo stesso tempo è un indizio che La regina degli scacchi fornisce riguardo a quel che sta per accadere nella storia. Beth trova qualcosa che è in grado di scuoterla non nella religione, bensì nei pezzi che vede muoversi sulla scacchiera quando viene spedita nel seminterrato e avvista il signor Shaibel intento a giocare da solo una partita. Per la prima volta da quando l’incidente si è verificato, Beth appare mossa da un interesse autentico e genuino, interesse che la proietta verso l’esterno dopo la chiusura totale in cui si era rintanata. Questo interesse la farà insistere con il signor Shaibel per ottenere lezioni e le consentirà di evadere dalla monotona routine dell’istituto, portandola a scontrarsi con avversari rigorosamente uomini e mai all’altezza del suo talento.

La scacchiera è dunque lo strumento tramite cui Beth supera il trauma?

A ben vedere, è più quello che le permette di incanalarlo in qualche modo. Quando Beth si appresta a gareggiare contro Borgov, l’espressione concentrata che assume ricalca quella della bambina reduce dall’incidente di molti anni prima. I due primi piani sono accostati dalla regia in una sequenza pregna di significato, che dice molto sul rapporto tra quello che Beth ha passato e ciò che è diventata.

Ne La regina degli scacchi Beth si è ritrovata sin da piccola in balia di eventi tragici, eventi che ha subito senza poter opporre alcuna resistenza. Con gli scacchi, questo pattern fatto di colpi da incassare e nessuna possibilità di respingerli può finalmente essere capovolto. È la stessa Beth a dichiararlo durante un’intervista.

Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo dentro a quelle 64 case. Mi sento sicura lì. Posso controllarlo, posso dominarlo. Ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.

Ciò che Beth trova negli scacchi, e che le è mancato nella vita, è l’opportunità di prendere in mano le redini del gioco. Durante le gare Beth è in grado di anticipare le mosse altrui e di neutralizzarle, di sorprendere gli avversari e di imbrigliarli all’interno di una rete fatta di intuito, prontezza e strategia. È padrona assoluta della situazione e niente costituisce una minaccia alla sua supremazia, se non lei stessa e gli errori che può o non può commettere.

La regina degli scacchi

Partendo da questo presupposto, diventa comprensibile perché la prima patta che Beth è costretta ad accettare la metta in crisi: pur non trattandosi di una sconfitta, è una crepa su quella superficie perfetta in cui Beth ha bisogno di specchiarsi per tenere lontani i fantasmi del passato. È altrettanto facile capire, una volta afferrata l’entità della posta in gioco, perché gli scacchi rappresentino per Beth una vera e propria ossessione, un vortice in grado di assorbirla e di erodere i rapporti di cui si circonda.

Un’analisi accurata di questa dinamica psicologica viene fornita da Harry Beltik, che si è scontrato con Beth all’inizio della sua ascesa e che ha avuto modo di sperimentare la natura totalizzante della sua dedizione verso gli scacchi nel breve periodo in cui ha vissuto con lei. Quando comprende di non potersi ritagliare uno spazio in quella dimensione così esclusiva, Harry fa le valigie e si appresta ad andarsene. Nel congedarsi, lascia a Beth la biografia di un grande scacchista americano morto dopo essere caduto in preda alla paranoia.

Morphy stava sveglio tutta la notte a Parigi prima delle partite, a bere nei caffè e a parlare con gli estranei. Il giorno seguente giocava come uno squalo. Ben educato, ben vestito, muoveva i pezzi con quelle piccole manine da donna, stracciando tutti i maestri europei uno dopo l’altro. Sai come lo chiamavano? L’orgoglio e il rimpianto degli scacchi.

Quando Beth domanda a Harry se la reputi destinata a diventare come Morphy, la sentenza che riceve in risposta è netta e impietosa: “Lo sei già diventata. In realtà penso che tu lo sia sempre stata”.

È lo scacco matto più doloroso che la regina si ritrovi a subire.

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Written by Gabriella Cretella

Stando a Nietzsche, ho guardato dentro l'abisso delle serie tv abbastanza a lungo da permettere a lui di guardare dentro di me. In attesa di sapere cos'ha scoperto sul mio conto, parto io col dire ciò che ho visto al suo interno. Anzi: lo scrivo.

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