ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILER sulla serie tv It Welcome to Derry.
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Dalla scena di apertura di It, una figura ha tormentato gli incubi delle generazioni a venire dando un senso tutto nuovo al significato di coulrofobia, ovvero ‘la paura dei pagliacci’. Pennywise il Clown Danzante attira Georgie con odori di dolciumi e promesse di spensierata allegria, mentre il suo sorriso rassicurante cela in realtà una fila di denti aguzzi. Georgie avverte un odore nauseabondo dietro questo specchietto per le allodole, ma ormai è troppo tardi.
È indubbio che Stephen King possa essere considerato uno degli autori più prolifici e di successo degli ultimi quarant’anni. Una produzione costante tra romanzi e racconti e una notorietà transmediale, rendono l’autore del Maine un vero e proprio fenomeno culturale da analizzare nelle sue molteplici sfaccettature. Nonostante la sua reputazione di “maestro dell’orrore” è bene evidenziare fin da subito come King non possa essere ridotto a semplice erede o epigono di Howard Philips Lovercraft o della Ann Radcliffe, per quanto questi abbiano inciso sulla sua educazione letteraria, ma come abbia invece ripreso una lunga tradizione letteraria adattandola all’America del XX secolo.
Ai tempi in cui Stephen King pubblica il suo primo romanzo (gli anni Settanta del Novecento), una certa idea di ‘horror’ sta mutando, trasformandosi sulla base delle attese di un nuovo pubblico ‘di massa’ e di nuovi fenomeni di intrattenimento.
Alle storie di fantasmi e mostri, il pubblico preferisce narrazioni più d’intrattenimento spaziando così dal genere thriller al romance. King coglie questo passaggio e riesce a intercettare nuovi interessi senza svilire il genere. Opera a partire da un canone letterario e lo adatta al nuovo gusto popolare, mantenendo una qualità di scrittura elevata. Ciò che permette il successo dello scrittore è la sua conoscenza del pubblico, dei gusti della massa e a quali specifiche fette di pubblico conviene puntare: donne e adolescenti.
King adatta in tal modo il genere horror sulle esigenze del pubblico a cui si rivolge. Le sue opere sono un ibrido tra diversi generi letterati, volte ad ampliare la comunità di lettori: melodramma, thriller, romanzo di formazione. Le storie di King danno vita alle stesse angosce che la generazione più giovane vive nel quotidiano. In tal modo l’horror diventa solo una chiave per aprire una porta dalle infinite possibilità. Come la porticina che permette ad Alice di accedere al bel giardino del Paese delle Meraviglie.
Bambini e adolescenti in lotta metaforica con la generazione dei padri e delle madri.
I protagonisti di Stephen King sono uomini e donne comuni che vivono vite tranquille. La quiete monotona delle loro giornate, disseminate qua e là da peccati e altri vizi di minore entità, viene interrotta da un evento terribile. Da un’entità mostruosa che si insinua nell’ordinarietà della loro vita e di fronte alla quale reagiscono in maniera umanamente plausibile. Le opere dell’autore non tentano di forzare la nostra moralità, tutt’al più trasmettono un chiaro messaggio etico che affonda nell’archetipo più antico del mondo. La lotta del bene contro il male. Un male che può presentarsi sotto forma umana, meccanica, aliena, animale o sovrannaturale, come nel caso di It appunto.

Il club dei perdenti in It
Se la letteratura del Novecento sembra limitare la presenza di bambini all’interno della narrativa horror per adulti, Stephen King d’altro canto mostra una particolare predilezione per questo tipo di narrativa. Gli infanti assumono nelle sue opere il ruolo di vittima votata al sacrificio, per mezzo del quale verranno espiate le colpe dei padri o della società intera. I bambini sono il mezzo attraverso il quale King critica lo stile di vita americano. In special modo il rapporto problematico e spesso ambiguo tra genitori e figli.
Il divario generazionale non è solo anagrafico, ma diventa persino spirituale. Tra adulti e bambini esiste un muro invisibile, eppure invalicabile che divide i due mondi e solo pochi sono in grado di attraversali entrambi: i folli, i sognatori e le donne. Le figure sacrificali di Stephen King sono un rimando ai bambini della letteratura gotica e ottocentesca. Possiamo, infatti, notare una certa ereditarietà psicologica derivata dai bambini di Henry James (Flora e Miles sono dei piccoli bugiardi), nonché tracce di dickensiana memoria (Oliver Twist denuncia gli abusi della società vittoriana).
In It, i sette piccoli protagonisti reprimono e dimenticano il trauma, solo questo permette loro di sopravvivere all’orrore sia la prima che la seconda volta.
Dopo la battaglia del 1958, il solo elemento che permette al gruppo dei perdenti di tornare a Derry e ricordare gli eventi dell’infanzia è Mike, rimasto nella cittadina natale a vegliare sull’orrore in agguato. Dopo l’ultima battaglia del 1985, la necessità di dimenticare il mostro ha la meglio eppure, il tentativo di riempire quel vuoto tra infanzia ed età adulta risulta solo in un nuovo trauma. In It i bambini riescono a riconoscere il mostro perché esso incarna le ansie che vivono tutti i giorni tra bullismo e problemi familiari. Niente riesce a proteggere i bambini dalla paura, né la divina figura della Tartaruga né tantomeno i genitori, che al pari di madri fanatiche e padri alcolizzati, rappresentano il vero orrore sotteso del quale “It” assume solo fattezze sovrannaturali.
King punta a creare un emblema dell’infanzia. Il ruolo del bambino come colui che vede e soprattutto vede prima degli altri perché possiede una capacità immaginativa che manca all’adulto. La sconfitta di ‘It’ rappresenta dunque il culmine di un percorso terapeutico. È necessario ritornare bambini per poter sconfiggere il mostro.
“It”, shape-shifter extraterrestre di lovercraftiana memoria, assume la forma delle paure più viscerali del gruppo dei perdenti.
Nel tentativo di colpirli e isolarli, il mostro non fa che avvicinare i sette protagonisti. Ben, Mike, Eddie, Bill, Beverly, Stan e Richie trovano unità non solo nell’aver visto tutti “It, ma in un comune dolore perpetrato da altri tipi di mostri. Ben soccombe al bullismo provocato della sua obesità, Eddie vive sotto la cupola di una madre iperprotettiva, Mike è vittima di razzismo mentre Beverly è succube di un padre violento. Gli adulti di Derry sono ignoranti ed è l’ignoranza che li rende ciechi di fronte al mostro.

L’infanzia perduta in It: Welcome to Derry
Quasi quarant’anni dopo, It resta un punto fermo nell’immaginario collettivo. Ci parla della perdita dell’innocenza, del potere dell’amicizia come unica arma credibile contro l’oscurità, e di quel momento in cui capiamo che diventare adulti significa imparare a convivere con le cose che ci spaventano.
A metà tra romanzo horror e di formazione, It ha raccolto una determinata eredità folkloristica e archetipo diventando esso stesso archetipo per le generazioni future. Non solo generazioni di fruitori, ma anche di scrittori, registi e artisti. La miniserie con Tim Curry prima e la dilogia diretta da Andy Muschietti poi sono due reinterpretazioni potentissime dello stesso mito. Due visioni che si compensano vicendevolmente, la prima più concentrata nel leggere tra le righe rende l’orrore una pura espressione metaforica, mentre la seconda, con il suo appetito per il gore, si fonda sull’idea di violare la norma sociale per sconvolgere lo spettatore. A questi due livelli, terrore e orrore, se ne inserisce un terzo, quello del disgustoso che, stando alle parole di Stephen King, corrisponde al desiderio primitivo di rendere “spettacolare” la visione orrorifica.
Ed è proprio qui che si piazza It: Welcome to Derry, serie tv spin-off targata HBO, ambientata 27 anni prima rispetto agli eventi del primo capitolo cinematografico. Liberamente ispirata al romanzo di King, la serie tv è legata alla storia originale, ma ne sovverte totalmente lo spirito. Laddove, infatti, è l’innocenza l’unica via di salvezza per poter sfuggire alle grinfie della creatura, qui l’innocenza rappresenta una condanna a morte.
E i bambini? It: Welcome to Derry non ha alcuna pietà.
Il pilot ci riporta a Derry, stavolta negli anni Sessanta (qui la nostra recensione). Tra il razzismo e il bigottismo dei suoi abitanti, è evidente come il male che infesta da secoli la città continui ancora a prosperare indisturbato. Non è ancora il tempo del “club dei perdenti”. Il mostro che vive nelle fogne di Derry si nutre di disprezzo e paura, continuando quei cicli di violenza che hanno segnato la storia della città. Una ciclicità alla quale, anche chi è maggiormente consapevole, sembra ormai rassegnato, vivendo passivamente le stragi con le quali Derry si imbratta ogni 27 anni. La Guerra Fredda è solo la cornice narrativa che alimenta il turbamento psicologico degli abitanti della cittadina,

La trama del pilot procede lineare. Il piccolo Matty, in fuga da un padre violento, si intrufola in un cinema, solo per essere scoperto e costretto a scappare disperatamente, riuscendo a lasciare Derry in un fugace momento di trionfo. Purtroppo, quella felicità è di breve durata, seguita da una sequenza cruda e sanguinosa che ci fa rimpiangere la barchetta del piccolo Georgie. Da questo prologo, feroce eppure prevedibile, il ritmo della puntata si mantiene stabile. Vediamo il nuovo gruppo di piccoli protagonisti, dinamiche scolastiche e familiari trite e ritrite, i militari che si comportano da gorilla litigiosi e una strizzata d’occhio a Shining. Insomma, tutti i temi di eslcusione ed emarginazione, con l’ombra di “It” stesso ad aleggiare senza mai apparire sullo schermo.
Non eravamo affatto preparati a quello che sarebbe avvenuto dopo. La scena finale del pilot sovverte le aspettative in ogni modo immaginabile.
Scandalosamente cruenta, difficile da guardare, disgustosa secondo la concezione kinghiana. L’orrore, solo accennato durante la puntata, culmina in un raccapriccio visuale ed emotivo. Ai fiotti di sangue e ai corpi spezzati, si affianca lo shock del più grande tabù spezzato in televisione: la morte dei bambini. Un tabù che raramente viene violato e forse mai in maniera così visivamente efferata. La morte di un bambino provoca un rifiuto immediato nel pubblico.
E’ un confine che la maggior parte delle produzioni considera troppo costoso, troppo emotivamente devastante e troppo rischioso.
It: Welcome to Derry si prende tutti i rischi del caso quando decide di eliminare ben tre bambini già al termine del primo episodio. Tre bambini che avevamo considerato, ingenuamente, parte del nuovo gruppo di protagonisti. Il colpo di scena (alla Game of Thrones se permettete) riscrive le regole dell’horror in tv. Lo show compie, infatti, una duplice rivoluzione. Da un lato dimostra che prendere dei rischi ripaga e che l’horror possiede una libertà creativa ed espressiva invisa agli altri generi. Dall’altro l‘archetipo dell’innocenza in It viene totalmente distrutto. Il bambino, simbolo di innocenza, futuro e possibilità, non è più al sicuro. Eliminarlo è come dire: “Questo mondo è senza speranza”.



