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Esiste una concezione circolare del tempo, per la quale l’universo è un continuo farsi e disfarsi ciclico, senza un inizio e senza una fine, eterno. Ed esiste una concezione lineare del tempo, secondo cui invece c’è stato un punto di inizio e ci sarà un punto di arrivo. La vita di un individuo copre un segmento di questa linea retta, che progredisce, in una sorta di visione escatologica dell’universo. Esiste il tempo relativo, il tempo inteso come senso interno e il tempo cosiddetto “a spirale”. Poi, su un piano di analisi superiore, c’è il tempo secondo Holly e Benji. Un tempo che sfugge a qualsiasi misurazione fisica o a parametri di catalogazione oggettivi. Il tempo di Holly e Benji è un tempo sospeso.
Ha un orologio tutto suo, lancette che scandiscono momenti all’apparenza eterni. È un non-tempo, una dimensione cristallizzata in un intervallo sospeso, un interstizio tra la dilatazione della felicità e l’immobilità del ricordo. Il tempo di Holly e Benji è il tempo dell’infanzia. Dentro vi riposano tutti i sogni di gloria, le aspirazioni, le aspettative illusorie, le certezze granitiche, le speranze e i desideri di un bambino. È un tempo dilatato, sottratto al fluire ordinario, che risponde a regole tutte sue. Crescere interiorizzando quel concetto di tempo – dove l’attesa è un elemento preponderante – può essere formativo e aiutare a guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Una prospettiva in cui tutto scorre in modo maledettamente lento e un gesto tecnico che normalmente si esprimerebbe in pochi secondi, si dilata e frammentizza nel tempo, quasi a staccarsi dalla realtà.
Tutto in Holly e Benji è dilatato. Il tempo, la traiettoria della palla, i campi da calcio interminabili, i 90 minuti di partita, una semplice scelta che anticipa le mosse dell’avversario. È una dimensione ferma, quella di Holly e Benji. Un mondo a parte in cui navigare con pazienza. Infinita, incrollabile, indefettibile pazienza. Ma ve le ricordate le partite di Holly e Benji? Quegli infiniti novanta minuti che iniziavano in autunno e magari terminavano dopo le vacanze di Natale. Alla prima grande sfida di Holly con la Muppet studiavamo le vocali alle elementari, al triplice fischio di quello stesso match eravamo già in grado di leggere l’Ulisse di James Joyce. Siamo cresciuti lentamente, un piccolo passo alla volta.
Siamo diventati grandi principalmente attendendo, lasciati lì a fibrillare nell’attesa di sapere come sarebbe andata a finire. Una sgroppata a tutto campo di Holly poteva durare un mese. Tornavi da scuola con la speranza di conoscere l’esito di un’azione iniziata una settimana prima, invece veniva tutto puntualmente rimandato al giorno dopo. I giocatori in campo si affannavano, conquistavano con fatica mezzo metro di terreno sull’avversario e, proprio quando sembrava che fosse giunto il momento del colpo di scena, del grande risvolto di trama, ecco che tutto si bloccava di nuovo. Ancora una volta. Partiva la sigla e ci si aggiornava al giorno dopo.
Era un’attesa logorante, se ci pensiamo. Settimane, mesi e stagioni intere in cui rimbalzavano da una parte all’altra di quel campo interminabile senza vedere uno spiraglio di luce. Eppure ci piaceva, eccome se ci piaceva.
Eravamo felici e non lo sapevamo (ecco i migliori 100 cartoni degli anni ’80, ’90 e ’00). Ci bastava quello, niente di più. L’idea che qualcosa, comunque, stesse succedendo. Perché l’attesa non è un intermezzo vuoto. L’attesa è la vera magia. E noi ci nutrivamo di magia, guardavamo con occhi sbarrati quel che succedeva sullo schermo senza sapere quando sarebbe finita e se sarebbe finita. Passavamo notti intere a immaginare in che modo Oliver Hutton avrebbe concluso la sua rovesciata iniziata il giorno prima. Provavamo a intuire con la fantasia la traiettoria del tiro della tigre partito dal piede di Mark Landers nel pomeriggio precedente. Quell’attesa tra un episodio è un atto metteva in moto le rotelle della nostra fantasia.
Non guardavamo solo Holly e Benji, eravamo parte del processo creativo di Holly e Benji. Accadeva nella nostra testa, ma accadeva.
Dopo trent’anni, tutto ciò ci sembra assurdo (ve li ricordate i momenti più assurdi della serie?). Le acrobazie, i campi in salita, le parabole impossibili di un cross, l’elasticità dei portieri (mai veramente spiegata dalle leggi della fisica) e tutto il resto (ci sono assurdità di cui non ci siamo mai resi conto). Oggi ridiamo di quei tempi e di un cartone come Holly e Benji (a proposito, ma come è finito?). Una serie tv moderna impostata allo stesso modo non potrebbe sopravvivere. Oggi esistono concetti come il binge watching, i rewatch compulsivi, il rilascio in blocco di un’intera stagione. Ci metteremmo un paio di settimane a guardare oggi un capitolo intero della saga di Holly e Benji.
Amazon Prime Video ha reso disponibile l’anime sulla piattaforma, fruibile in qualsiasi momento. Potremmo fare maratone interminabili, quando e come vogliamo. Riusciremmo a vedere in una notte l’inizio e la fine di un’azione (forse persino di una partita, chissà). Ma sarebbe la stessa cosa? Avrebbe la stessa magia? Il concetto di tempo è cambiato negli ultimi decenni. Siamo approdati nell’era del tutto e subito. Storciamo il naso se una piattaforma sceglie di rilasciare una serie tv a cadenza settimanale. Vorremmo avere sempre blocchi di nuovi episodi disponibili, da guardare senza nessun vincolo. Eliminando, praticamente, l’attesa. La magia.
Oggi sarebbe impensabile tornare a quel modo di vivere il tempo. Holly e Benji è qualcosa che non ci appartiene più, il ricordo vago un’età confinata alla nostra infanzia. Come i denti da latte o i 27 di piede.
Siamo andati avanti, abbiamo abbracciato un concetto diverso di tempo. Eppure, quei pomeriggi interi trascorsi ad aspettare che la magia si compiesse ci hanno insegnato qualcosa. La pazienza, per esempio. E la fatica delle cose belle, che vanno conquistate un passettino alla volta, senza bruciare le tappe e accorciare i tempi. Recuperare questa concezione del tempo sarebbe una vera e propria rivoluzione al giorno d’oggi, un atto di ribellione contro la velocità senza controllo del mondo. Sarebbe un modo di tornare a Holly e Benji, a ciò che eravamo noi quando guardavamo Holly e Benji trent’anni fa. E un’occasione per riscoprire le ragioni della nostra vecchia meraviglia.









