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High Fidelity è una serie di gran classe

La trasposizione cinematografica di un libro cult, si sa, è sempre un grosso rischio. Per quanto ci vogliano convincere che il prodotto che ne deriva sia di altissima qualità, avremo sempre dall’altro lato, quello purista, chi ci farà credere in tutti modi che “il libro è meglio”. Sempre.
Quando poi la trasposizione è televisiva, e il riadattamento compie il salto mortale dal libro al film alla serie tv, viene spontaneo pensare unicamente a una probabile indole masochista del suo autore. Finché non la guardi e non riesci a togliertela della testa.
High Fidelity si prende una prima grossa responsabilità: Zoë Kravitz. Il fatto che la serie scelga di sostituire al protagonista maschile della storia una donna (di colore e bisessuale) sembra l’ennesima mossa forzata politically correct di inclusione a tutti i costi.

Quello che ne deriva però è tutt’altro; infatti, sia il riadattamento dal punto di vista femminile, sia la trasposizione della storia dalla Londra del romanzo alla New York della serie, non fanno altro che sottolineare la forza di ciò che resta invariato: la storia. La storia, di Rob uomo o Robyn donna che sia, è la storia di tutti noi, è la storia di qualsiasi persona che scelga di mettere in rassegna la propria vita a seguito di una delusione amorosa (a proposito, qui trovate gli amori delle Serie Tv che non sarebbero mai dovuti nascere), cercando di migliorarsi e rimettendo insieme i pezzi. E qual è il modo migliore per farlo se non stilando la classifica dei cinque più memorabili ex per contattarli TUTTI (anche quelli che non sanno di esserlo stati, all’asilo, a sei anni) per avere così la certezza assoluta che il problema e la causa della fine di ogni relazione risiede proprio nell’unico elemento (tu?) che accomuna tutta quelle persone?

High Fidelty

A fare da sfondo alla perdita di dignità, che è però direttamente proporzionale all’acquisizione di consapevolezza della protagonista, c’è il suo negozio di dischi, il Championship Vinyl, malinconico e polveroso, c’è l’atmosfera romantica e pittoresca di Brooklyn, c’è lo stile trasandato ma ricercato di Zoë Kravitz (ricordate quando vi abbiamo parlato dei 5 migliori outfit della serie?) e dei suoi due migliori amici Simon (David H. Holmes) e Cherise (Da’Vine Joy Randolph), uno stile che risulta vintage e moderno allo stesso tempo, c’è la varietà della natura umana, perché l’inclusività a cui si accennava prima è perfettamente integrata alla rappresentazione di una vita normale, ma soprattutto c’è la musica come unico filo conduttore, quella di ieri e quella di oggi, che riesce più di ogni altra cosa ad annullare qualsiasi possibile collocazione temporale alla storia, che potrebbe essere ambientata in qualsiasi decennio degli anni ‘80, ‘90 o ’00, in un contrasto senza tempo di ciò che è stato e ciò che sarà.

High Fidelity è una storia di contrasti in toto, e ne abbiamo consapevolezza fin dai primi minuti della prima di dieci puntate, in cui si scontrano il mondo interiore e quello esteriore della protagonista, che si rivolge nel primo caso allo spettatore in modo diretto, infrangendo la quarta parete nei momenti di dialogo con sé stessa, creando empatia sin da subito e trasportandoci all’interno delle sue insicurezze e fragilità, ma soprattutto nei suoi desideri e nelle sue paure, nella sua ricerca incessante dell’amore che è allo stesso tempo il suo timore, tanto da esserne in ogni caso artefice e carnefice, ritrovandosi sempre poi dall’altro lato della roccia, in quell’universo parallelo in cui è distrutto tutto ciò che nel suo riflesso è integro. Robyn è o dentro o fuori, senza mezzi termini, perché l’antitesi della musica può essere solo il silenzio, non la musica a volume più basso.

Particolarmente degno di menzione e in netto contrasto con il romanzo è, inoltre, il finale; mentre la storia originale prevede una chiusura perfetta del cerchio con il protagonista che riconquista e sposa la donna amata, la serie resta un work in progress, assistiamo infatti a un tentativo di relazione, e a quello che potenzialmente può essere (o non essere) senza vederne l’esito. Questa scelta, che era stata probabilmente originariamente pensata per non chiudersi le porte a un eventuale continuo con una seconda stagione (che non vedrà mai la luce essendo stata cancellata la programmazione dopo la prima), in concreto rende solo la storia ancor più giusta, più eterea e immortale; chiudere una storia dinamica con il raggiungimento di uno scopo specifico significa fare dello scopo il senso della storia. Ma in High Fidelity è il viaggio che conta, percorso nell’atmosfera interiore di una ragazza con la testa tra le nuvole della porta accanto, con le cuffie sempre alle orecchie, tra le strade bagnate delle notti umide, tra le canzoni allegre o malinconiche delle playlist create ad hoc, in un saliscendi interiore di mood contrastanti, di scelte consapevoli e quelle istintive, tra il caffè del giorno e l’alcol della notte, tra i dischi tenuti come reliquie e quelli che non dovrebbero neppure esistere.

High Fidelity è un viaggio bellissimo, leggero ma mai frivolo, di quelli che potranno anche non portare da nessuna parte, ma quanto suona bene la musica!

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