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Hausen è la cosa più brutta che si sia mai vista su Sky

Hausen, letteralmente “abitare” in tedesco, è la classica serie dai mille richiami e significati che viene abbattuta da dialoghi scarni e atmosfere troppo cupe, forse più dark di Dark.

Un ragazzo e un palazzo troppo disturbati

È chiaro agli amanti del genere horror e a quei pochi guerrieri che si sono imbattuti in questa criptica serie tv che in Hausen notevoli sono i richiami e le suggestioni a film e serie tv del genere. Da De Lift, horror del 1983, ai più vicini Crimson Peak o Haunting of Hill house. Potrei stare qua a elencare per ore film con al centro il cliché dell’edificio abbandonato con oscure presenze pronte a farti del male non appena cala l’oscurità. Le premesse per una buona serie tv ci potevano essere tutte, proprio perchè ciò che ci spaventa di più è l’idea che i pericoli si annidano sempre in posti in cui, per antonomasia, dovremmo essere protetti e al sicuro. Allora perchè Hausen non funziona?

Le prime inquietanti inquadrature così cupe e nebbiose, quasi grottesche, saranno quelle che ci condurranno in questa valle di lacrime che chiamiamo Hausen. Ebbene si, non vedremo mai lungo tutta la durata della serie uno spiraglio di luce, neanche minimamente accennato.

Non facciamo in tempo a riprenderci dall’idea di squallore e marciume che l’ambientazione presenta che ci imbattiamo nei primi cliché tipici del genere horror e con questi entriamo nel vivo del primo pseudo dialogo che la serie ci propone.

Perchè mai un uomo dovrebbe decidere di andare a lavorare in un luogo così putrido con il figlio, specialmente dopo la morte della moglie? E ancora, chi di noi non scenderebbe dall’auto, dopo che gli è stato raccomandato di non farlo, per dare da mangiare a un senzatetto (che ha tutta l’aria di essere un serial killer in cerca della preda perfetta) che rovista nella spazzatura?Ovviamente Juri.

L’uomo dall’aria strafatta e trasandata è Kater, e scopriremo solo alla fine che si tratta di Dennis: primo bambino del condominio lasciato a se stesso, abbandonato dalla madre e dall’indifferenza degli abitanti; nutrito e accudito dalla melma nera che rappresenta l’essenza vitale del palazzo.

Kater identifica ciò che la società ha dimenticato o scelto di dimenticare, che si comporta con gli altri come gli altri hanno fatto con lui. Tutto molto strappalacrime e in un certo senso metaforicamente interessante se non fosse per i dialoghi asciutti, quasi inesistenti. La narrazione procede a rilento con piani sequenza lunghissimi e pause altrettanto lunghe, tanto da renderne snervante la visione.

La solitudine è Hausen

”Qualcosa ha cercato di uccidermi… qualcosa di malvagio”, dice Juri al padre Jaschek, dopo essere miracolosamente sopravvissuto alla caduta nella tromba dell’ascensore. Com’è possibile che il nostro supereroe sopravviva dopo un balzo di almeno 10 metri non ci è dato sapere ma sappiamo perchè. Il palazzo in cui i due malcapitati hanno iniziato a vivere si nutre delle disgrazie dei suoi abitanti, della miseria e della paura. La melma nera che fuoriesce dalle pareti altro non è che il male della società in cui si vive, l’orrore di chi vive in un contesto degradante che ha basato le sue regole sull’indifferenza.

Abbiamo però una speranza di cambiare e di migliorare le nostre aspettative anche se non è così semplice, perchè il male di Hausen è talmente radicato da insinuarsi nelle tubature e nei condotti di aerazione. Ha occhi e orecchie per ascoltare la sofferenza della gente che vive dentro di lui.

La nota positiva di Hausen risiede proprio in quest’ultimo punto: l’idea di fondo della serie è talmente attuale quanto disturbante che ti tiene incollato allo schermo, non perchè fatta bene ma perchè tanto cruda quanto reale.

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