Attenzione: evita la lettura se non vuoi imbatterti in spoiler di Haunted Hotel
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →La parte più difficile, per una serie animata, è quasi sempre il mantenimento della coerenza. Soprattutto quando si parla di serie animate per lo più comiche, uno dei problemi che si riscontrano è spesso legato all’esaurimento di idee abbastanza forti. Nonostante l’idea iniziale fortissima, una serie animata irriverente e ironica rischia sempre di scadere in qualcosa di già visto. Per fortuna, questo non accade per Haunted Hotel. Le premesse della prima stagione non vengono tradite nella seconda e anzi vengono ampliate e costruite in modo dettagliato e specifico, convincente al punto giusto.
Ma soprattutto la seconda stagione di Haunted Hotel regge tutte le aspettative. Matt Roller, non a caso già sceneggiatore proprio di Rick e Morty, fa un ottimo lavoro narrativo su Haunted Hotel già dalla prima stagione e non si tradisce con il suo seguito.
Anzi, riesce a consolidare la speranza che la serie, disponibile dal 9 ottobre su Netflix, possa avere davvero un futuro luminoso. E, in questo senso, è interessante partire proprio dalla fine della seconda stagione di Haunted Hotel per cogliere a pieno il mood che pervade l’intera stagione.

L’ultimo episodio di Haunted Hotel 2, l’ottavo, è formato da una struttura di salti temporali in cui riviviamo la primissima visita dei protagonisti all’Hotel Undevale. Katherine, con i figli Ben e Esther, va a trovare il fratello Nathan in quello che sembra essere il suo nuovo progetto, l’hotel. Durante la puntata succede qualcosa di straordinario: capiamo fino in fondo tutti i personaggi che pensavamo di conoscere già abbastanza bene. Ne conosciamo, più che altro, le origini. Ma soprattutto, comprendiamo il messaggio che Haunted Hotel sembra veicolare per tutta la serie: il senso di appartenenza. Fino a quel momento, avevamo intuito quanto l’Undervale Hotel fosse un luogo-non luogo, una sorta di mondo parallelo dove il soprannaturale incontra la vita reale. Ma anche un posto dove qualsiasi emarginato potesse essere accolto, nonostante tutte le sue stranezze.
Avevamo, insomma, capito che Haunted Hotel non era solo una simpatica serie animata sui fantasmi. Eppure, l’ultimo episodio della seconda stagione (e non solo) conferma un sentimento profondo che riesce a rinquadrare quasi completamente la serie stessa.
Chi sono Katherine, Ben ed Esther senza quell’hotel? Cosa si lasciano realmente indietro, nel momento in cui varcano quella porta?
Sono persone perse, intrappolate in una vita scomoda e parecchio noiosa. Esther non ha un vero scopo, Ben è quasi invisibile, Katherine è schiava dei sentimenti degli altri. E Nathan, che in quell’hotel ci crede dal primo giorno, è solo ed è circondato da fantasmi. Ma non quelli benevoli e simpatici che gli fanno compagnia. Il finale della seconda stagione di Haunted Hotel ci apre gli occhi su cosa sia davvero Haunted Hotel. Una serie ironica e brillante, con delle idee innovative e parecchie istanza comiche originali. L’intera seconda stagione, infatti, non tradisce nulla di tutto questo. Il principio di base rimane lo stesso, l’Undervale è ancora infestato dagli stessi fantasmi e gli espedienti narrativi sono ancora congeniali a far vivere una serie di disavventure divertenti ai personaggi.
Non solo; i personaggi stessi sono ancora molto in linea con ciò che avevamo visto nella prima stagione, sono sempre imperfetti e caotici ma anche molto profondi e complessi.

E Abaddon, forse il miglior personaggio di tutta la serie, continua ad essere fondamentale al racconto. Ma, con la seconda stagione, Haunted Hotel si permette anche qualcosa in più, soprattutto sul fronte sentimentale. E lo fa, senza mai perdere di vista la sua base comica.
Se nella prima stagione Haunted Hotel era giustamente concentrata sull’introduzione della novità, l’hotel infestato e come cavarsela al suo interno senza perdere la vita di fronte ad ogni demone che suona al campanello, nella seconda si prende più spazio e soprattutto dà più spazio ai suoi protagonisti. Tolto l’effetto sorpresa, Haunted Hotel riesce a focalizzarsi sui personaggi in modo molto più ampio rispetto a prima. Lo stesso Nathan, che nella prima stagione era rilegato al ruolo di tramite tra un mondo e l’altro, adesso può finalmente scontrarsi con se stesso e imparare a conoscersi (e anche a farsi conoscere). Più volte, nel corso della seconda stagione di Haunted Hotel, Nathan affronta la sua difficoltà ad aprirsi, prima in una seduta poi con una donna e, infine, nel bellissimo ultimo episodio. Katherine, che nella prima stagione era più centrale in quanto perno di una famiglia in difficoltà, adesso è più sicura di sé ma anche molto più a suo agio in una vita che ha finalmente scelto lei.
Abaddon, demone intrappolato nel corpo di un bambino di nove anni, si lascia addirittura andare alle coccole. Che, per lui, equivale ad una presa di coscienza profonda del mondo che lo sta accogliendo nonostante tutto.
Insomma, Haunted Hotel sa rimanere coerente senza rinunciare ad una crescita evidente e necessaria. Come si diceva, spesso il problema delle serie animate basate su narrazioni orizzontali è proprio quello di non riuscire a sviluppare abbastanza delle idee potenzialmente efficaci. O quantomeno di perdersi per strada alcune istanze fondamentali. Spesso, in questi casi, si tende a dare maggior rilievo alla comicità forzata o all’urgenza di portare avanti qualcosa che è piaciuto molto. Nel caso di Haunted Hotel, invece, la carta vincente è stata proprio quella della calma. Le novità della seconda stagione, tra cui anche l’introduzione di una nuova dipendente e quindi di un nuovo personaggio fisso, non appaiono forzate in nessun modo. Anzi, sembrano proprio pensate per essere lì dove sono, hanno un senso nell’economia della narrazione.
Lo spazio in più dedicato alla complessità dei personaggi è qualcosa che viene spontaneo e che appare familiare, come fosse stato sempre sotto ai nostri occhi.
I nuovi fantasmi, la nuova dipendente e anche le nuove sfide, convergono verso un cambiamento evidente ma anche comprensibile. La seconda stagione di Haunted Hotel, con tutta la calma possibile, conferma quello che non aveva forse nemmeno bisogno di confermare.

Eppure, lo fa lo stesso. La seconda stagione di Haunted Hotel è bella e divertente. È il giusto compromesso tra la coerenza con la precedente e un minimo di cambiamento rispetto al punto in cui è arrivata. La speranza, dato anche l’ultimo episodio, è che Haunted Hotel continui e che non si fermi proprio ora che dimostra di avere delle potenzialità che vanno oltre l’idea iniziale.
Difficilmente la seconda stagione di un prodotto riesce ad eguagliare la prima e altrettanto difficilmente riesce a superarla. La seconda stagione di Haunted Hotel forse non ha superato la prima (anche se un rewatch potrebbe smentirci in qualsiasi momento) ma di sicuro ha confermato la validità di un prodotto che non ha tutto il pubblico di Rick e Morty ma che non ha niente da invidiare a prodotti simili. Soprattutto perché Haunted Hotel parte da un’idea di base che sembra scontata e riesce a renderla unica, divertente e brillante.
E, con la seconda stagione, introduce delle nuove istanze narrative che non fanno altro che consolidare l’idea che avevamo di lei: una serie ben scritta, spassosa, piacevole e profonda.
Una serie da non farsi scappare, che riesce ad unire il mondo del paranormale con la normalità più assoluta di una famiglia fatta di imperfezioni e caos.






