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La sorpresa della settimana: Ghosts

Ghosts

Ne sentivo parlare da anni, di Ghosts. Sentivo parlare un gran bene della versione britannica, ma anche del remake americano. Purtroppo, però, il remake è rimasto a lungo inedito in Italia. Di conseguenza, ho accolto con un certo entusiasmo il fatto che alcune settimane fa, un bel po’ in sordina, Ghosts US – da qui in poi Ghosts e basta – sia finalmente sbarcata anche nel nostro Paese grazie a Netflix, dove sono presenti tre delle cinque stagioni complessive.

Quell’espressione, “un bel po’ in sordina”, racchiude bene la storia della comedy. Apprezzata da tutti, non riesce mai ad attirare su di sé un clamore mediatico all’altezza del suo valore. Altrettanto vale per i premi principali, dove Ghosts è spesso citata e in molti casi nominata, ma raramente celebrata con riconoscimenti che sarebbero sacrosanti.


La critica la apprezza, ma non la mette quasi mai al centro del discorso culturale sulle comedy contemporanee.

Perché sì: Ghosts arriva, si conclude e poi torna sempre in sordina. Viene rinnovata in sordina, quasi fosse una serie qualunque.

L’ennesima comedy generalista di un broadcast tradizionale. Una di quelle che fanno da contorno ai titoli più prestigiosi: se ne parla un gran bene, ma sempre sottovoce. Quasi fosse un limite l’idea di non essere rivoluzionaria né di avere alcuna intenzione di esserlo. Non un prodotto ibridato, non una storia che intende porsi chissà quale obiettivo: Ghosts è leggera e disimpegnata. Semplicemente, divertente. Con semplicità sì, ma ciò non vuol dire che sia una delle tante: riesce, infatti, a raccogliere il testimone della grande tradizione televisiva delle comedy, ma con un’impronta tutta sua che merita elogi ben più estesi di quanto si dica di solito sul suo conto. Mettendo al centro del suo racconto i personaggi, uno più bello dell’altro.

Di questi tempi è un risultato notevole, eppure sembrerebbe mancarle sempre qualcosa per essere affiancata ai titoli di riferimento di questo tempo.

Sono arrivato allora a una conclusione: Ghosts non è una serie sottovalutata, bensì sminuita. E se è possibile è persino peggio.

ghosts us
Credits: CBS

C’è un singolo aspetto che attira immediatamente l’attenzione del pubblico più distratto: la premessa. Come suggerito fin dal titolo, infatti, Ghosts è incentrata su un gruppo di fantasmi che “infesta” una vecchia villa: ognuno di loro è morto lì in epoche diverse, ma per qualche motivo sono intrappolati in un limbo sospeso tra la vita e la morte che li vincola a permanere nell’abitazione. Essendo fantasmi, non possono comunicare coi vivi, ma tutto cambia quando si trasferisce lì una coppia di trentenni.

Lei, giornalista freelance, è erede degli storici proprietari della magione, mentre lui è uno chef affermato: insieme vogliono trasformare la villa in un bed and breakfast. La ragazza, tuttavia, ha una caratteristica unica: a differenza di suo marito, è infatti in grado di vedere e interagire coi fantasmi. A seguito di un grave incidente, si ritrova con un “dono” molto particolare che la porterà a vivere un’esperienza irripetibile. Scoprirà in questo modo le storie dei fantasmi, il loro vissuto e cosa provino nella loro condizione attraverso i secoli.

Insomma, è un plot molto originale.

Le comedy degli ultimi anni hanno spesso ricercato premesse bizzarre per rinnovare il genere (qualcuno ha parlato dell’altrettanto splendida What We Do in the Shadows?), e Ghosts è stata capace di farlo con un rispetto profondo della tradizione senza per questo arroccarsi mai nelle certezze del passato. E il motivo è uno, su tutti: invece di assecondare la peculiarità di partenza con colpi a effetto e una spettacolarizzazione degli eventi, ne fa il perno di un racconto nel quale la centralità dei personaggi è assoluta.

Non ce n’è uno debole: sono personaggi sfaccettati, tridimensionali. Personaggi che prendono davvero vita e respirano. Coi quali possiamo interagire, immedesimarci e creare un legame emotivo concreto che si protrae nel corso delle stagioni, arrivando a un passo dal traguardo delle cento puntate con una forza immutata. Non è poco, affatto: molte comedy riescono a costruire uno o due personaggi memorabili e a ruotare tutto attorno a loro. Ghosts, invece, riesce a rendere indispensabile quasi chiunque entri in scena, trasformando un gruppo di fantasmi in una delle compagnie più affiatate della tv contemporanea.

Ghosts, d’altronde, ha dalla sua una costanza invidiabile.

Una regolarità che le permette di non “buttare via” alcuna puntata. Nell’arco di venti minuti circa, porta dentro ognuna un’angolatura nuova, una caratteristica o un dettaglio che rafforzano l’immaginario su ognuno dei personaggi, vivi o morti che siano. Questa, in fondo, è la lezione più preziosa che ha appreso dalle grandi comedy del passato e che poche sanno fare propria oggi: andando oltre ogni pretesa di immediatezza, la scrittura dei personaggi, estesa negli anni fino a farci entrare dentro la loro quotidianità, è prioritaria.

Se da un lato manca spesso lo spazio per farlo (niente di nuovo, per chi ci segue), dall’altro manca pure l’intenzione in troppi casi: gli autori cercano di emergere attraverso altre vie.

Non è però il caso di Ghosts. Pur non essendo mai appariscente, non è mai irrilevante. Percorre la strada più semplice possibile, ma lo fa nell’epoca “sbagliata”.

Ghosts
Credits: CBS

Manco fosse arrivata con vent’anni di ritardo, è una comedy che intrattiene senza pensare a chissà quali altri obiettivi narrativi. Non vuole ostentare la sua “intelligenza”, anche se è una delle più intelligenti in circolazione. Non ricerca la controversia, il cono d’ombra o il conflitto: è rassicurante e solare, e di questi tempi è di per sé un elemento quasi in controtendenza per il genere.

Sa essere, soprattutto, molto emozionante: attraverso spaccati umani autentici che prendono vita sullo schermo, ci sono dei momenti in cui Ghosts sa essere davvero commovente. Ancora: non percorre mai la strada più immediata in tal senso. Commuove perché impariamo a conoscere e apprezzare tutti i personaggi coinvolti, senza eccezioni. E finiamo così per tenere a loro, senza tanti filtri. Più estesamente, vogliamo passare del tempo con quelli che diventano dei veri e propri amici.

Riesce in questo modo a raccontare morte, rimpianti, solitudine e seconde possibilità mantenendo sempre una leggerezza rara.

Ghosts, allora, dimostra che un certo modo di fare comedy possa ancora intercettare l’approvazione del pubblico e della critica, a patto che si faccia bene. E lo si faccia per anni. Il risultato potrebbe risultare scontato per qualcuno, ma non lo è in alcun modo: gran parte delle comedy odierne che si pongono obiettivi simili finiscono per fallire miseramente, risultando pallide simulazioni di una certa serialità che fu.

Ghosts appartiene a una categoria sempre più rara di comedy: quelle che non sembrano scritte per essere discusse.

Sembra un paradosso, ma è così. Molte serie contemporanee cercano continuamente di attirare l’attenzione dello spettatore attraverso temi, provocazioni o svolte narrative che possano alimentare il dibattito. Ghosts, invece, si limita a fare una cosa molto meno appariscente e molto più difficile: costruire personaggi che ci facciano venir voglia di tornare da loro ogni settimana. È un’ambizione all’apparenza modesta, ma è la stessa che ha reso grandi alcune delle migliori comedy della storia della televisione.

Ghosts, per questo, continua a vivere in una sorta di limbo mediatico. Non cerca mai di imporsi come una serie importante. Non rivendica il proprio valore, seppure sia notevole. Eppure, anno dopo anno, dimostra una padronanza della scrittura e della caratterizzazione che molte serie ben più ambiziose possono soltanto inseguire.

Arrivata alla quinta stagione, è bella come il primo giorno. Emerge alla distanza, silenziosamente, e con una visione d’insieme del genere funziona ancora meglio a posteriori, facendone un appuntamento irrinunciabile della televisione americana. Poco contano, quindi, i grandi clamori, i titoloni urlati o le vagonate dei premi: Ghosts ha scelto di essere popolare e accessibile, senza essere frivola o superficiale. E a questo punto non è difficile immaginare che possa ancora avere una lunga vita davanti a sé, manco fosse un fantasma invisibile della serialità che vive senza sapere perché dovrebbe morire.

Sembra poco. E invece è una qualità preziosissima. Una di quelle che ti portano lontano. Senza aver bisogno di fare rumore.

Antonio Casu