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Lettera di Jon Snow a Ned Stark

Padre,

l’inverno è arrivato, proprio come avevate promesso.
Lo avete ripetuto più volte, ma un consiglio reiterato diventa così familiare, così sincero, trasparente al punto da dimenticarne le sillabe.
Ad annunciarlo è stato un corvo bianco; quel corvo bianco che può ora poggiarsi sul lato giusto della feritoia del castello.
Questo sapeva quale arteria sorvolare, quale linea seguire perché il messaggio giungesse a destinazione; queste parole non baciano la stessa ambizione.
Scrivervi è un dovere che non verrà mai riconosciuto.
Così, parlo a voi come un lupo abbaia alla luna, venerando l’irraggiungibile.
Nessun corvo trascinerà questa lettera lungo il siderale vento d’inverno, perché ora so che non esiste posto in cui possa volare perché vi arrivi, ed ho pagato questa consapevolezza con la morte.
Una morte orfana però del tempo, purché mi si addicesse.

La madre che mi ha cresciuto viveva con l’odio masticato dalla paura.
Credo abbia sempre temuto che io diventassi troppo più simile a voi di quanto lo sarebbero diventati i suoi figli. Anche per questo ho sbrigliato le mie origini ed ho cambiando strada.
Sono stato cresciuto con l’ausilio di queste terre illuni che hanno come legge primaria il sangue, il lignaggio.
È per questo che un bastardo non vi muove un passo senza sentirsi un estraneo.
Dunque ho provato ad estirpare tale disagio a chi solca terre più ostiche di queste, oltre la Barriera.
Prima che la fiducia si tramutasse in spergiuro, prima che la magnanimità mi si ritorcesse contro, due popoli avevano imparato a convivere come le nostre leggende non avevano mai avuto bontà di raccontare.

C’è stata perfino una donna: mi amava, e credo che questo principalmente fosse perché amava la mia ingenuità.
“Non sai niente”, mi diceva, ma grazie a questo sapevo invece di essere amato.
È ironico che io ora sappia più di quanto un essere umano sia tenuto a sapere: so che “morte” e “dopo” non possono intrecciarsi nella stessa frase. Dopo la morte c’è il nulla; dopo la morte non ci siete voi, padre.
Ho combattuto per chi mi ha tradito, ed è questo che realmente fa di me un traditore in una guerra che non ha mai avuto due fazioni, ma un unico popolo tenuto distante per troppo tempo perché parlasse una lingua univoca.
So che a uccidermi non è stata la guerra, ma la sua risoluzione.
Sono risorto due volte, padre: la prima volta dimenticando di che colore fosse il buio, la seconda combattendo. È avendo una seconda occasione che ho scoperto che non esiste una seconda occasione.
Ho conosciuto respiri più morbidi di quello che mi ha riportato alla realtà e svegliato da un sonno nero corvino, dall’apnea dell’eterna oscurità.
Tali respiri, pesanti come conditi dalla polvere, sono carichi della responsabilità di chi è riconosciuto come un Dio. 
Ma io non sono un Dio, e sono stanco di combattere.
A volte sento che combattere ancora sia sbagliato, ma come può essere sbagliato se neanche la morte me lo impedisce?
Così ho deciso che la mia guardia fosse finita perché ne iniziasse un’altra, una alla quale nemmeno un mezzo Stark può sottrarsi, una che inizia e finisce a Grande Inverno.
Mi è stato rattoppato un pezzo di vita, ricucito sulla linea della morte perché potessi guardare negli occhi il mio boia.
L
i ho guardati, ed il solo fatto che potessi vedermi riflesso nelle loro pupille era un errore.
Li ho guardati, e il loro sguardo continuava a vincere sul mio, privo di vergogna ed incurante del giudizio, perché la mia vendetta sapeva di imbroglio.
La loro posizione restava più giusta di quella di chi stava rubando secondi indebiti all’esistenza.
Nessuno di loro ha avvertito la sconfitta, perché in un mondo ingiusto ma pur sempre fedele alle sue leggi questa non è mai avvenuta.
La mia posizione è stata imposta con l’insolente ricorso all’inganno.

Ho capito che perdonare vuol dire liberare un prigioniero solo per guardarlo da vicino, e scoprire che quel prigioniero sei tu. Ma l’ho fatto tardi, padre.
Il pensiero delle persone non cambia con l’assenza; il tempo, da solo, aiuta chi è presente.
Così ho deciso di tornare, e combattere l’inverno col Grande Inverno.

jon snow stark

Gli squarci sul mio petto sono gli astri di una costellazione che non ha ancora nome, e che mi ricorda che sono diventato il fantasma di me stesso.
Ora che l’acqua sulla lingua è salmastra e il cibo sa di cenere, mi piace ricordare quando quella donna tirava la corda del suo arco come a suonare un’arpa, e la rivoglio al punto da dimenticare ciò che so per sentirmi dire che non so nulla.

Ho bisogno di mio padre al punto da dimenticare che mi ha lasciato, e rivederlo ad ogni crepuscolo sullo stendardo degli Stark che capeggia il promontorio di Grande Inverno.
Vi invidio, padre, perché io morirò due volte.
La seconda sarà pensando alla prima, e sarà come morire all’infinito.

Mi avete promesso che un giorno avremmo parlato di mia madre.
Sto ancora aspettando, perché l’uomo d’onore che eravate sa che una promessa è un debito.
Aspetto, perché so che troverete comunque un modo.

Non cerco più di allontanarmi dagli insegnamenti di Ned Stark, perché so che è esistita una madre che ha sperato che suo figlio diventasse esattamente… come suo padre.

All’unico Re del Nord.
A mio padre, Ned Stark.

Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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