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10 film biografici di cui avremmo fatto volentieri a meno

I film biografici fanno parte della storia del cinema. Il primo venne girato nel 1906 e racconta le gesta del bandito australiano Ned Kelly. Nel 2023, invece, sono previste oltre trenta uscite del genere biopic.
Per esser considerati tali, i film biografici devono avere una caratteristica ben precisa: raccontare la vita, intera o parziale, di una o più persone realmente esistite. Nella maggior parte dei casi questi personaggi sono decisamente conosciuti. A volte, invece, può capitare che non lo siano.

I film biografici dovrebbero rispecchiare il più possibile la realtà ma non sempre è così. La rielaborazione romanzesca dipende molto dalla sceneggiatura e dalla regia. In ogni caso la maggior parte delle pellicole di questo genere si rifà a bibliografie più o meno accurate o autobiografie, come nel caso di Charlot, interpretato da Robert Downey Jr.
Anche la scelta degli interpreti è decisamente importante. Dal momento che vengono narrate le vite di personaggi famosi si ha la tendenza ha scegliere attori conosciuti, per attirare il grande pubblico, e dotati di un grandissimo talento. A volte somiglianti, altre volte no, l’importante è che l’attore protagonista, con la sua interpretazione, dia vita a un personaggio che abbia un forte appeal sul pubblico. È il caso, per esempio, di Ben Kingsley che interpretò un magnifico Gandhi nel film omonimo.

I film biografici nel corso della storia del cinema e della televisione sono passati dal raccontare le storie dei grandi Re e condottieri a quelle degli scienziati e religiosi, da quelle dei musicisti e cantanti a quelle degli sportivi per finire a quelle delle persone comuni. Tutti i generi, insomma. Tutte le storie.
Come in tutte le cose anche per i film biografici ce ne sono di meravigliosi, come i due già citati, di così così e di brutti. Sotto, vi presentiamo un elenco di dieci film biografici di cui avremmo fatto volentieri a meno.

1) The Audrey Hepburn Story

film biografici
Jennifer Love Hewitt (640×360)

Trasmesso dalla ABC il 27 marzo del 2000, il film scritto da Marsha Norman, vincitrice del premio Pulitzer per la drammaturgia con la pièce teatrale ‘night, Mother, e diretto da Steven Robman, regista di diverse serie televisive come Gilmore Girls, Ghost Whisperer e Dawson’s Creek, fu un fiasco clamoroso.
Il film racconta la vita della giovane Audrey Hepburn (1929-1993), dagli anni della giovinezza, in Olanda, prima e durante l’occupazione nazista, al suo trasferimento negli Stati Uniti dove venne raggiunta dal successo divenendo una tra le più iconiche dive del cinema, rappresentazione, per antonomasia, di bellezza ed eleganza.

A interpretare la piccola Audrey Hepburn venne scelta Sarah Hyland, all’epoca decenne e ben lontana dal successo di Modern Family, mentre per la Audrey Hepburn adolescente fu scelta Emmy Rossum, quattordicenne, che undici anni più tardi spezzerà i cuori interpretando Fiona in Shameless. A Jennifer Love Hewitt spettò invece il compito di interpretarla fino alla nascita del primo figlio dell’attrice, nel 1960.
Di per sé il film non era così male. Sarah Hyland ed Emmy Rossum ricevettero un sacco di elogi per le loro interpretazioni. Ciò che proprio non convinse fu la povera Jennifer Love Hewitt che non riuscì, malgrado gli sforzi della regia, a trasmettere la fisicità della grande attrice britannica, risultando priva della leggiadria necessaria al ruolo.

2) Alexander

Alexander (640×360)

Costato la bellezza di 155 milioni di dollari né incassò soltanto 167 decretando così il suo fallimento commerciale. Eppure Alexander, uscito nelle sale nel 2004, aveva tutti i numeri per sfondare: un grande regista, Oliver Stone; un grande compositore per la colonna sonora, Vangelis; una storia affascinante, quella di Alessandro Magno; e una pletora di attori di grande livello come Colin Farrell, Angelina Jolie, Val Kilmer, Jared Leto, Anthony Hopkins e Jonathan Rhys-Meyers.
Ma il film non piacque ricevendo sei candidature ai Razzie Awards: peggior film, peggior attore e attrice protagonisti, peggior attore non protagonista, peggior sceneggiatura e peggior regia.

Al di là delle questioni legate alla pochissima accuratezza storica, che comunque scatenarono infinite polemiche alle quali lo stesso Stone rispose in maniera piuttosto piccata, di fatto insultando gli americani e la loro presunta ignoranza in storia antica, ciò che non convinse furono le interpretazioni di Colin Farrell e di Angelina Jolie e, soprattutto, il fatto che più che un film storico-biografico ci si trovasse di fronte a un polpettone troppo incentrato sulle storie d’amore di uno dei più grandi condottieri della storia e troppo poco illuminante sulla sua vita di re e conquistatore.

3) Against The Ropes

Meg Ryan Against The Ropes (640×360)

Uscito nel 2004 come Alexander (anno fatale per i film biografici?) Against the Ropes racconta la storia di Jackie Kallen (1946), la prima donna manager ad aver allenato e portato al successo sei pugili professionisti americani.
Nel film, scritto da Cheryl Edwards e diretto da Charles S. Dutton, il ruolo di Jackie è interpretato da Meg Ryan e la storia si concentra tutta nel rapporto tra l’allenatrice e il pugile afroamericano Luther Shaw, interpretato da Omar Epps.
A fronte di una spesa di quasi 40 milioni di dollari il film ne incassò poco più di sei risultando un fiasco colossale. Il motivo? Ciò che non è piaciuto alla critica è senza dubbio la sceneggiatura considerata troppo blanda e piena di cliché scopiazzati da altri film sportivi. Con una storia così potenzialmente incredibile, quella di una donna che si impone in un mondo prettamente maschilista e classista, tutto ciò che ne viene fuori è un’accozzaglia di banalità che non raccontano, alla fine, niente di interessante.
Persino l’incontro finale è scopiazzato da Rocky con il pugile, Luther Shaw, già candidato al carcere e tirato fuori dal ghetto, che ne prende un sacco ma poi, incredibilmente, riesce a ribaltare il risultato finale.

4) Nina

film biografici
Zoe Saldana Nina (640×360)

Scritto e diretto da Cynthia Mort, già sceneggiatrice di Roseanne e Will & Grace, il film racconta un breve periodo della vita della meravigliosa Nina Simone (1933 – 2003), cantante, pianista, jazzista, compositrice e attivista per i diritti civili statunitense.
Il film, trasmesso on demand dalla RLJE Films, è stato accolto da pesanti critiche provenienti dalla famiglia della musicista, la quale ha bocciato in pieno non soltanto la storia ma anche l’interprete principale, Zoe Saldana. Pregandola, addirittura, di non pronunciare mai più il nome di Nina Simone.
La stessa Zoe, che per interpretare il ruolo ha dovuto subire un pesante trucco, a distanza di qualche anno si è detta rammaricata di aver interpretato questo ruolo e si rimproverare l’incapacità di non aver saputo rifiutare e costringere così la produzione a una scelta più consona.

Al di là delle critiche all’attrice per il suo aspetto fisico, completamente inadatto secondo la famiglia, il film non ha riscosso che appunti negativi: storia banale, per lo più incentrata su un periodo drammatico della musicista e sottolineante le sue difficoltà legate all’alcolismo e alla sua instabilità psicofisica. La famiglia, infatti, ha completamente rifiutato ogni appoggio nei confronti del film che, effettivamente, non parla né di musica né dell’attivismo politico della grande jazzista.

5) Wired

Wired (640×360)

Scritto da Earl Mac Rauch e diretto da Larry Peerce, il film racconta la vita dell’indimenticabile John Belushi, uno degli attori comici americani più incredibili del XX secolo protagonista di pellicole iconiche come Animal House, 1941 e The Blues Brothers.
Il film, però, interpretato da Michael Chiklis (The Shield) ha scatenato una valanga di critiche negative a cominciare dagli amici più intimi del compianto attore, proseguendo per la critica cinematografica e finendo ai fan di John Belushi.
Eppure Wired si basa su un saggio di Bob Woodward, giornalista del Washington Post e autore dell’inchiesta Watergate che portò alle dimissioni del presidente Nixon.

A chiedere al giornalista di scrivere un libro su Belushi fu la vedova dell’attore, la quale cercò di riabilitare la memoria del marito. Il libro, che si basa su oltre duecento interviste fatte da Woodward ad amici, colleghi e parenti di Belushi, non fu apprezzato dagli stessi intervistati i quali accusarono il giornalista di esser stato superficiale e di aver travisato i loro racconti.
Con una premessa del genere il film non poteva esser migliore. Wired, è stato stroncato su tutti i fronti soprattutto perché impietoso e offensivo nei confronti di John Belushi.
John Landis, regista de The Blues Brothers, ha minacciato querela se il suo nome fosse comparso nel film e Dan Aykroyd, in una intervista, ha dichiarato che sarebbe ricorso anche alla magia nera perché Wired finisse il prima possibile nel dimenticatoio.

6) Amelia

film biografici
Hilary Swank Amelia (640×360)

Diretto dalla regista indiana Mira Nair e scritto in coppia da Ronald Bass (Rain Man) e Anna Hamilton Phelan (Gorilla nella nebbia) Amelia racconta la storia di una delle eroine degli Stati Uniti: Amelia Earhart (1897-1937), aviatrice e scrittrice, scomparsa durante il compimento del suo giro del mondo a bordo del suo monoplano bimotore.
A interpretare l’icona dell’aviazione civile mondiale, prima donna a volare sopra l’oceano Atlantico, è stata scelta Hilary Swank la quale si accompagna a Richard Gere, Richard Eccleston ed Ewan McGregor.

Il film ha ricevuto critiche negative su tutti i fronti. L’opera della regista indiana è manchevole soprattutto dal punto di vista dello spessore psicologico e si limita a mettere in scena i fantastici record dell’aviatrice senza approfondire mai il suo carattere e né tanto meno il suo rapporto con una società prettamente maschile.
Di fatto l’Amelia Earhart raccontata in questo film risulta povera e insoddisfacente e non rende minimamente omaggio a uno dei personaggi del XX secolo più ricchi di ambizione.

7) Beyond the Sea

Kevin Spacey Beyond the sea (640×360)

Il film, uscito nel 2004, è stato scritto, diretto e interpretato da Kevin Spacey e prende il titolo dall’omonima canzone di Bobby Darin (1936-1973), cantante e attore americano molto conosciuto negli anni Sessanta.
Costato 26 milioni di dollari, il film ne ha incassati appena otto, risultando un fiasco piuttosto evidente al botteghino. La critica, invece si è divisa in maniera netta soprattutto sull’interpretazione di Kevin Spacey. Da una parte coloro che lo hanno apprezzato, soprattutto in qualità di cantante, tanto che l’attore ha ricevuto una candidatura ai Golden Globe. Dall’altra, invece, coloro che hanno visto nell’opera di Spacey soprattutto un eccesso di egocentrismo e vanità.
Tutti d’accordo, invece, sul fatto che l’attore, all’epoca quarantacinquenne, non fosse, proprio adatto, fisicamente parlando, a interpretare il giovanissimo Bobby Darin.

8) Stonewall

Stonewall
Stonewall (640×360)

Roland Emmerich è un regista capace di sbancare i botteghini con le sue pellicole spettacolari, tra le quali ricordiamo Independence Day, Godzilla, The Day After Tomorrow, 2012, White House Down, di cui è anche soggettista e sceneggiatore.
Nel 2014 il regista annunciò di voler fare un film low budget dedicato a un importante momento della storia americana: i moti di Stonewall, accaduti nel 1969. Per questo film il regista spese 13 milioni di dollari incassandone poco meno di trecentomila.

Al di là del profondo deficit il film di Emmerich fu criticato fin dal primo trailer, uscito nell’estate del 2015, in quanto poco rappresentativo del complesso mondo LGBTQ+. Emmerich rispose che il suo film, invece, era molto più rappresentativo di quanto si potesse pensare guardando semplicemente un trailer.
Entrando nel merito, comunque, il film risulta poco incisivo e piuttosto noioso ed è stato accusato da più parti di esser storicamente pieno di errori e di aver trattato troppo all’acqua di rose un momento culturale, e i suoi relativi protagonisti, molto importante per i diritti LGBTQ+.

9) The Libertine

The Libertine (640×360)

È proprio vero che il 2004 è stato un anno piuttosto sfortunato per i film biografici e The Libertine, adattato da Stephen Jeffreys dalla pièce teatrale omonima scritta da Thomas Shadwell e diretto da Laurence Dunmore, ne è l’ennesima dimostrazione.
Il film racconta la storia di John Wilmot (1647-1689), secondo conte di Rochester, amico di Re Carlo II d’Inghilterra ma soprattutto poeta e drammaturgo, e della sua amata Elizabeth Barry (1658-1713), attrice brillante e madre dell’unica figlia del conte.
Wilmot è considerato un poeta raffinatissimo ma incapace di essere costante nella sua produzione poiché preferisce dedicarsi alle bottiglie, alle prostitute e all’odio nei confronti del suo pubblico.

Il film è interpretato da un cast decisamente importante. Nel ruolo del conte è stato scelto Johnny Depp mentre Samantha Morton interpreta Elizabeth Barry. Accanto a loro troviamo ancora con John Malkovich, nei panni di Carlo II, Rosamund Pike, Rupert Friend e Kelly Reilly.
Costato venti milioni di dollari ne ha incassati appena una decina. Capita. Ma The Libertine ha il difetto di puntare tutto sulla dissolutezza del conte di Rochester e praticamente niente sulla sua arte, sicuramente molto più interessante, rendendolo così pesante e privo di spessore.

10) A Dangerous Method

Michael Fassbender e Viggo Mortensen A Dangerous Method (640×360)

Come abbiamo già avuto modo di vedere non sempre grandi registi e grandi interpreti sono capaci di regalarci altrettanto grandi film. È il caso di A Dangerous Method, film diretto da David Cronenberg e scritto da Christopher Hampton, già vincitore di due premi Oscar.
Il film racconta il breve, quanto intenso, rapporto tra Sigmund Freud (1856-1939) e Carl Jung (1875-1961), rispettivamente interpretati da i sontuosi Viggo Mortensen e Michael Fassbender. Tra il padre della psicanalisi e l’alunno svizzero inizialmente ci fu un legame molto forte e stretto che però si sciolse col passare del tempo, quando Jung iniziò a criticare Freud e intraprendere un percorso differente creando una sua corrente di pensiero e di studio.
Attorno ai due gravitano due pazienti: Otto Gross (Vincent Cassel), altro allievo di Freud e Sabina Spielrein (Keira Knightley), prima paziente, poi studentessa, poi collega e anche amante di Jung.

Dei film biografici citati finora quello di Cronenberg è sicuramente il migliore, su questo non c’è dubbio. Il problema è che il film affronta una quantità di argomenti, forse addirittura troppi, davvero interessanti senza approfondirne nessuno. Dalla nascente psicanalisi, al rapporto padre-figlio; dall’errata relazione paziente-medico che sfocia in una relazione sessuale, all’ipocrisia di una società che si nasconde dietro una facciata di puritanesimo, il film avrebbe potuto e, forse, dovuto dare di più. Resta, invece, superficiale, privo di spessore, incapace di sorprendere rendendo le interpretazioni degli attori quasi sprecate e fini a loro stesse.