ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILER dell’ottavo episodio della seconda stagione di Fallout.
“La fine del mondo è un prodotto. E a chi di noi riuscirà a sfruttare questa cosa si prospetta un futuro radioso.“
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Siamo arrivati dunque all’ultimo episodio della seconda stagione di Fallout (disponibile sul catalogo Prime Video). Non possiamo negare che rimangano alcune perplessità, legate soprattutto a un sottotono generale nei ritmi e negli sviluppi, piuttosto che a un contenuto che rimane comunque ricco di storia da raccontare. La seconda stagione, come forse la storia delle seconde stagioni seriali insegna, rappresenta uno spartiacque tra l’introduzione della prima e la densità (ci auguriamo) della terza. Una stagione, questa, che avanza volutamente in maniera lenta, lasciandoci con diversi plot twist, ma senza di fatto arrivare una risoluzione. Abbiamo avuto modo di conoscere le varie fazioni che lottano tra loro per la supremazia nelle Wastelands, abbiamo dato uno sguardo decisamente più cinico alla Vault-Tec, conosciuto la RobCo, intravisto i DeathClaws, i mutanti. Abbiamo sicuramente scoperto un lato nuovo dei tre protagonisti che rimangono tuttavia decisamente più in disparte rispetto al passato.
“And when this is all over, you will be begging me to help you”
The Strip
La “striscia” che dà il titolo all’ultimo episodio della second stagione di Fallout ha, anche stavolta, un duplice significato. Se in senso stretto fa rifeirmento alla strip di Las Vegas, dove si svolgono tutti gli eventi di questo finale, in senso metaforico è la striscia di terra che mette in lotta tra loro le fazioni. Il potere esercitato sulle Wastelands e su chi le abita. Una guerra si profila infatti all’orizzonte, ora che la Legione è in marcia e che la NCR ha fatto il suo trionfale ritorno. Anche la Fratellanza sembra pronta a scendere in campo, guidati da Quintus e dall’armatura corazzata che pianifica di costruire.
Tutte le strade portano a New Vegas.
Alla fine del sentiero dorato, non è una città di Smeraldo ad attendere i nostri protagonisti, anche se un mago in effetti c’è. New Vegas diventa l’epicentro del finale di stagione. Là in cima al Lucky 38, il mago House aspetta pazientemente per elargire consigli e risposte. Ai piedi del suo grattacielo gli abitanti delle Wastelands lottano per un piccolo pezzo di terra. Così la Legione si mette in marcia alla conquista del Ceasar’s Palace, guidati dal nuovo Cesare autoproclamatosi. Nel frattempo, il Ghoul stringe un patto pericoloso con il Mago stesso, Maximus diventa l’eroe che ha sempre sognato essere e Lucy? Beh, Lucy ha qualche grattacapo per la testa, non la sua in senso stretto, ma quella della ex consigliera Diane Welch, ora batteria vivente per il piano di Hank MacLean (a chi manca tornare a Twin Peaks?).
Da una altra parte Norm vive invece la sua personale versione del film Mimic di Guillermo del Toro, quando dei terrificanti scarafaggi mutati attaccano il gruppo del Vault 31. Nel Vault 33, Steph affronta la rivelazione della sua vera identità e si rivolge all’Enclave dando l’autorizzazione affinché venga attivata la fase 2 del piano. Quale piano esattamente non è ancora dato sapere, ma siamo certi che le idee sulla terza stagione siano abbastanza chiare così come l’incipit dei prossimi episodi.

Controllo mentale o responsabilità individuale?
Riprendendo le fila dello scorso episodio (qui la nostra recensione), uno dei punti centrali evidenziati nel finale è la distruzione definitiva dell’idea dei Vault come rifugi dell’umanità. Se nella prima stagione avevano già mostrato le loro ambiguità, qui la verità diventa innegabile. Non sono mai stati progettati per salvare l’umanità, ma per controllarla, studiarla e riscriverla. Di fronte alla possibilità di usare la tecnologia per imporre la pace, Lucy rifiuta. Non perché creda in un futuro migliore garantito, ma perché comprende che un mondo senza scelta non è un mondo vivo. Il finale la mostra cambiata, meno ingenua, più lucida, ma ancora guidata da un principio etico preciso. Se il Wasteland deve avere un futuro, deve essere un futuro scelto, anche a costo del caos.
A questo pensiero empatico si contrappone la logica estremamente coerente di Hank. Il suo obiettivo non è il potere personale, ma la stabilità. Dopo aver visto il mondo distruggersi, considera il libero arbitrio un rischio troppo grande per essere lasciato all’umanità. Nel finale, la sua ideologia raggiunge il punto massimo. Non cerca più di convincere Lucy, ma di dimostrarle che la sua visione è inevitabile. Non sono più i robot a diventare umani, ma gli umani a diventare robot. La testa di Diane Welch, anzi la sua personalità, è quindi perfetta per lo scopo del microchip, vale a dire sottomettere il libero arbitrio individuale e addomesticare gli abitanti delle Wastelands.
Hank fa riferimento all’ISTP nella scala Myers-Briggs. L’ISTP (Introverted, Sensing, Thinking, Prospecting) o “il Virtuoso” fa riferimento a una personalità introversa, alla mano, logica e curiosa. In sostanza, una personalità docile e non minacciosa.
Il percorso di Lucy raggiunge il suo punto più alto nel finale di Fallout 2. Il suo arco narrativo non è mai stato quello classico dell’eroina candida, ma quello di una persona che acquisisce consapevolezza e decide cosa non diventare una volta toccato con mano la realtà corrotta attorno a lei. Anche la storyline di Maximus viene letta come un cambiamento radicale. Nel finale non è più solo un sopravvissuto o un soldato: diventa una figura che deve scegliere che tipo di forza rappresentare. Il suo rapporto con la Brotherhood e con gli altri personaggi suggerisce che il potere militare nel nuovo mondo non sarà più monolitico. Come tutti i cavalieri, anche Maximus ha bisogno del suo scudiero.

L’ordine attraverso la tecnologia
Allo scontro di ideologie tra Lucy e Hank MacLean, si inserisce un altro punto di vista decisivo. Quello di Robert House, magnate, fondatore della Rob-Co e voce dell’ordine attraverso la tecnologia. La seconda stagione poggia fondamentalmente sul terzo videogioco della saga, ovvero Fallout: New Vegas, e abbiamo già detto in una passata recensione come proprio questo capitolo sia il più iconico. Per un motivo molto semplice. Fallout: New Vegas non ha un solo finale “canonico” esplicito. Il potere è in bilico tra diverse forze politiche e il giocatore determina quale sistema sopravvivrà. Eppure tutti i finali ruotano attorno a una figura centrale, anche quando viene eliminata: Robert House. Senza di lui, la storia del Mojave non esisterebbe nella forma che conosciamo.
Prevedendo il conflitto nucleare, sviluppa un sistema di difesa antimissile che intercetta la maggior parte delle testate dirette verso la città. Il risultato è che la Strip e l’area circostante sopravvivono meglio rispetto al resto degli Stati Uniti. Dopo secoli in stasi criogenica, House si risveglia e ricostruisce New Vegas come città-stato controllata da lui e da un esercito di securitron.
Considera la maggior parte delle fazioni del Mojave primitive o inefficienti. La sua visione è quella di una tecnocrazia autoritaria guidata da una singola mente razionale. Tutti i finali principali di Fallout: New Vegas nascono dalla domanda se questa visione debba realizzarsi o essere sostituita.
Tornando alla serie tv (la prima stagione è interamente disponibile su Youtube), possiamo ritrovare nel discorso che Robert House fa al Ghoul tutti i riferimenti proprio ai diversi finali ottenibili al termine di New Vegas. Nel finale in cui House sopravvive e mantiene il potere, New Vegas diventa una città indipendente dominata da una dittatura tecnocratica stabile. La NCR viene respinta, la Legione sconfitta, e la Strip rimane sotto il controllo dei securitron. Se House viene eliminato e il controllo passa alla New California Republic, il Mojave viene integrato in una repubblica espansionista già sovraccarica. Nel finale della Caesar’s Legion, House viene inevitabilmente rimosso perché rappresenta un modello incompatibile con l’ideologia della Legione. l quarto percorso principale è quello dell’indipendenza guidata dal Courier con l’aiuto di Yes Man. In questo scenario House viene eliminato o escluso e nessuna grande potenza prende il controllo.
Il ruolo di Robert House emerge con maggiore chiarezza proprio quando scompare dal quadro generale. Egli è allo stesso tempo fondatore, dittatore e infrastruttura vivente.
“The House always wins.”
Contro tutto e tutti, Robert House resiste. Al Ghoul si mostra, nel passato e nel presente, come profeta di sventure o Virgilio dantesco che accompagna Howard nei sotterranei del Vault in cerca della sua famiglia. Non senza ottenere qualcosa in cambio, si capisce. Un do ut des equo per cui, in cambio della Fusione Fredda che lo terrà attivo, House innanzitutto gli rivela il suo ruolo nel grande piano dell’Enclave. E’ per loro, infatti, che ha costruito inconsapevolmente la sede della Vault-Tec in New Vegas, ignaro dell’Apocalisse che avrebbero innescato. Persino i microchip sviluppati per la Vault-Tec nascono un intento molto più profondo e disturbante nei macro piani dell’Enclave. e l’ubicazione della moglie e della figlia. Spoiler! Dopo una stagione intera a cercarle, scopriamo che sia Barb che Janet non si trovano in Nevada, bensì in Colorado.
Il mondo di Fallout può essere salvato senza essere controllato?
Lucy, il Ghoul e Maximus sono osservatori e testimoni del ripetersi ciclico del processo autodistruttivo della razza umana. Perché ieri come oggi, il mondo rimane un campo di battaglia di soldatini giocattolo dove chi decide schieramenti e battaglioni sono bambinoni mai cresciuti. Il viaggio di Lucy e del Ghoul attraverso le Wastelands ci permette di scoprire, tramite punti di vista diametralmente opposti del resto, cosa in fondo non è mai cambiato: l’egoismo e l’odio per il diverso. Sono loro a mostrarci i burattinai, gli uomini di potere che cianciano di un bene superiore quando in realtà intendono solo il loro tornaconto. Attraverso gli occhi di Maximus, d’altro canto, osserviamo anche il potere corrotto della religione. La Fratellanza che non si fa scrupoli a trucidare dei bambini solo perché ghoul.
La terza stagione introdurrà certamente un altro villain, rimasto per ora nell’ombra: l’Enclave. I twist del finale di stagione preparano solo il terreno per lo scontro imminente, per il piano a lungo termine dell’Enclave e per un percorso decisamente più destabilizzante per i nostri protagonisti. Da un lato Lucy e Maximus si sono ritrovati a New Vegas, in procinto di assistere alla lotta tra Legione e NCR, sotto lo sguardo sornione di House. Dall’altro Cooper, di nuovo in modalità lupo solitario sulle tracce della sua famiglia in Colorado.
Di chi puoi fidarti? Chi merita di essere salvato? Sono queste le domande principali con cui ci lascia la seconda stagione, in attesa di vedere quanto la terza risponderà a ognuna. Una cosa rimane certa. Nel mondo di Fallout, la minaccia più grande non è mai stata la fine del mondo. È sempre stata l’idea di poterlo riplasmare da zero, secondo la volontà di pochi.






