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La rivoluzione di Atlanta

Atlanta si presenta ai nostri occhi come una commedia drammatica, ma pur sempre una commedia. Ma lo è davvero? Se proviamo ad analizzare il tema centrale della serie che dovrebbe essere la quotidianità di Earn, di suo cugino Alfred che cerca di sfondare con la musica, di Vanessa che ha una figlia con Earn e cerca di sopravvivere e di Darius, personaggio surreale e allo stesso tempo geniale, ci accorgiamo che la storia di base potrebbe sembrare una storia come tante altre. Ma già dalla prima puntata si capisce che Atlanta si distingue dalle altre dramedy. In quest’ottica Earn non è solo un ragazzo che prova ad andare avanti ma è un uomo, è un millenial, che è costretto ad affrontare giorno per giorno la vita a viso scoperto, senza armi con cui attaccare, senza scudi con cui difendersi, senza risorse con cui costruire qualcosa. Sotto questa lente Alfred non è solo l’ennesimo rapper che cerca di sfondare con la sua musica ma diventa un uomo che è disposto a cedere a qualsiasi lusinga, a qualsiasi proposta vagamente allettante pur di conquistare una fama il più delle volte fittizia che può farlo sentire appagato col suo senso di vuoto. E poi ci sono Vanessa e Darius, distinti e complementari, che sembrano non toccarsi mai ma che condividono l’incessante convivenza con i protagonisti, che il più delle volte li costringono a doversi innalzare a maestri di vita, per cercare di rimetterli sulla retta via.

Atlanta

Ma andiamo oltre la trama di base, anche perché arrivati alla terza stagione, con una quarta in arrivo anche in Italia (e già in onda negli Stati Uniti), possiamo affermare senza remore che Atlanta non può basarsi sul riassuntino della trama iniziale e che non possiamo accontentarci di dire che fa ridere e riflettere allo stesso momento. Dopo tre stagioni risulta chiaro come la narrazione di Atlanta evolva e involva su se stessa, esattamente come i suoi personaggi. Perché parlare di rivoluzione di Atlanta? A causa della sua stessa involuzione. Dai temi principali come il razzismo endemico negli Stati Uniti, la difficoltà nell’affrontare la vita, la complessità dei rapporti umani fino ad arrivare a temi apparentemente più superficiali come l’evoluzione della generazione dei millenial, la fama legata ai social e la musica come arma a doppio taglio: in una narrazione quasi circolare alcune trame si ripetono senza soffermarsi mai sui dettagli, lasciando allo spettatore la libertà di interpretare una parte delle vite dei protagonisti. La rivoluzione risiede tanto nei temi quanto nello svolgersi della vita ad Atlanta. Earn si destreggia nella sua quotidianità, distinguendosi spesso dagli altri e allo stesso tempo accettando, pur se amaramente, la verità che lo circonda e che lo mette a dura prova costantemente. In fondo, la vita è fatta di episodi che ci formano e questo Donald Glover (creatore e interprete di Atlanta) lo sa e ne fa un punto di forza, tracciando i propri personaggi sulla base delle imperfezioni che li definiscono.

Atlanta

Ciò che rende Atlanta una serie rivoluzionaria non è quindi, solo il modo di affrontare determinati temi ma lo stile con cui si prende cura dei propri personaggi, tenendoli costantemente sotto una sorta di lente di ingrandimento per avere la certezza di non perderne nemmeno un dettaglio. La disarmante realtà con cui Atlanta ci costringe a fare i conti è raccontata, paradossalmente, con una leggerezza unica nel suo genere. Le situazioni tragicomiche e surreali in cui si imbattono i protagonisti sono spesso funzionali al lato comico della serie ma allo stesso tempo riescono, il più delle volte, a restituire una complessità di fondo che ci spinge a ragionarci su. Il linguaggio verbale e visivo che utilizza Atlanta sembra essere impostato su un tipo di sarcasmo che nasconde cinismo e concretezza: è la sua forza e la sua ribellione. È una voce fuori dal coro che in prima battuta convince per la sua apparente leggerezza e la sua trama fin troppo conosciuta ma che, dopo un’attenta analisi ci porta a rivalutare anche i più piccoli dettagli di una storia che appassiona per il suo legame indissolubile con la verità.

E allora forse è proprio la verità ad essere rivoluzionaria. Se spesso ci concediamo il lusso di mettere in atto quella “sospensione dell’incredulità” di fronte ad un film o ad una serie tv è proprio perché abbiamo bisogno di scollegarci dalla realtà, immergendoci in qualcosa che se ne distacchi il più possibile. Atlanta sembra voler giocare al contrario, sembra volere a tutti costi soffermarsi sulla verità, così che tutti possano capirla e viverla. Secondo questa logica il razzismo è solo un dato di fatto, è “solo” qualcosa che succede tutti i giorni, che non ha bisogno di essere spettacolarizzato o drammatizzato. L’uso sconsiderato delle armi e della violenza è “solo” un’altra delle cose che gli uomini e le donne fanno per compensare una mancanza, bisogna conviverci. Insomma, Glover sembra dirci: “questa è la verità, prendiamola per quella che è.” E forse il modo migliore per comprendere davvero determinati argomenti è proprio questo. Prendere atto delle cose senza creare spettacolari colpi di scena, che nella vita è così che si va avanti.  Atlanta sembra portare avanti la tesi per la quale non c’è bisogno di fare tanti giri di parole, è necessario arrivare al dunque e imparare a convivere con la realtà dei fatti perché la vita non è fatta di improvvisi plot twist ma di routine complesse, di inconvenienti scomodi e situazioni sgradevoli con cui dover fare i conti.

Scendiamo nel dettaglio: quando Alfred (col suo pseudonimo da rapper Paper Boi) assume una certa popolarità soprattutto legata al territorio e al quartiere in cui vive, si comincia a delineare un tema piuttosto complesso che è quello della fama sul web. La scuola di verità di Atlanta affronta l’argomento con una crudezza che inizialmente sembra non farsi notare. Ma la realtà è sempre dietro l’angolo e per Paper Boi non fa eccezioni. Alfred comincia ad avere problemi con questa popolarità che lo porta a rivalutare se stesso e la sua stessa scelta artistica. Ma parliamo anche di Earn, che ha il sogno di lavorare nel campo musicale e che per realizzarlo si “accontenta” di fare da manager ad Alfred, con gli alti e i bassi che questo può comportare. Ha una figlia a cui pensare e la continua ossessione dei soldi che non lo lascia mai. Con Earn la verità gioca sporco: va a Princeton ma è costretto a interrompere gli studi e così anche a mettere in stand-by i suoi sogni. È un concetto che ritorna, in maniera quasi ossessiva, quello della verità; Atlanta ci apre gli occhi di fronte alla realtà e lo fa con una concretezza disarmante, quasi a volerci ridimensionare. Sembra, soprattutto in alcuni punti, voler insegnare un modo di fare, un modo di vivere grazie al quale ogni tipo di dramma viene rivalutato e letto sotto una lente di cinismo e indifferenza. Nonostante l’apparente crudeltà Atlanta ci insegna, in realtà, quanto possa essere importante accogliere anche le situazioni più sgradevoli e imparare a gestirle senza cercare per forza di sormontarle. A volte basta accettare quello che la vita ci assegna e prendere atto della propria forza e della propria capacità di andare avanti. E se non è rivoluzionario questo, davvero non sappiamo cosa possa esserlo.