Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Death Note.
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Death Note non racconta solo la storia di un quaderno. Racconta dei desideri degli umani e dei capricci degli Dèi. Light, L, Ryuk, ne sono sicuramente i protagonisti, ma c’è un altro volto che scorge tra loro e che, forse, viene sottovalutato troppo spesso: Mina Amane. Se la devozione potesse avere un volto, avrebbe senza dubbio quello di Misa Amane. Ed è all’interno dell’intreccio di Death Note che scopriamo cosa voglia dire avere totale fede nel male.

Per chi non lo sapesse, Death Note è un manga e un anime scritto da Tsugumi Ohba e disegnato da Takeshi Obata. La storia ruota attorno al ritrovamento di un quaderno soprannaturale, il Death Note, capace di uccidere chiunque vi sia scritto il nome. Sarà Light Yagami, che lo troverà per caso, a decidere di usarlo per mondare il mondo dal crimine. Da qui nasce una lunga battaglia mentale tra Light e L, l’investigatore geniale che tenta di fermarlo. Tutta la narrazione si muove sul confine tra giustizia, potere, manipolazione e corruzione morale. (Avete bisogno di una guida? Ecco per voi la nostra: Death Note for Dummies).
Ma, in tutto ciò, cosa c’entra Misa Amane? Misa è la Seconda Kira, una pop idol che ottiene il Death Note grazie allo shinigami Rem.
Misa entra nella storia come elemento destabilizzante: complica la caccia al Kira originale; costringe Light a rivedere i suoi piani; introduce il concetto degli Occhi di Shinigami, che diventano una variabile narrativa fondamentale. La sua funzione è duplice: strumento narrativo per ampliare il raggio d’azione di Light e contrappunto emotivo, in un mondo di menti fredde e razionali. Misa è infatti uno dei pochi personaggi mossi quasi esclusivamente da emozioni.
In Death Note, Misa è spesso percepita come un personaggio frivolo, impulsivo e infantile, ma in realtà possiede una psicologia molto più stratificata.

Misa porta dentro sé una ferita, il trauma centrale della sua vita, cioè l’omicidio dei suoi genitori. Per lei, Kira non è un assassino ma il vendicatore che ha punito i colpevoli. Da qui nasce la sua devozione assoluta: Light diventa per Misa l’incarnazione vivente della giustizia che lei non ha mai ricevuto. Ha un’identità molto fragile. Il suo essere idol riflette una costante necessità di approvazione. La sua identità non è autonoma: vive attraverso lo sguardo altrui, e Light diventa lo sguardo totalizzante a cui offrire tutto.
Ma, attenzione. Misa non ama il possessore del Death Note, dipende da lui. Ha idealizzato la figura di Light come quella di un salvatore e vi ha proiettato ogni bisogno emotivo irrisolto. Questo la rende manipolabile, sacrificabile e tragicamente cieca.
La devozione di Misa non è un semplice tratto caratteriale: è la chiave interpretativa del personaggio.
È pronta a rinunciare ai propri anni di vita pur di essere utile. A farsi arrestare senza lamentarsi. A farsi cancellare la memoria. È sempre pronta a rientrare obbedientemente nella vita di Light dopo mesi di gelo e manipolazioni.

Questa devozione non è un atto d’amore, ma un sacrificio rituale: Misa offre sé stessa a qualcosa di più grande. La offre a Kira, la giustizia distorta, perché crede che la sua vita individuale abbia meno valore del suo scopo.
In Death Note, quello di Misa, è senza dubbio un potenziale mancato. Misa è uno dei personaggi che avrebbero potuto dare molto di più all’opera. Ha un Death Note, ha gli Occhi di Shinigami, ha un’intelligenza intuitiva e una volontà feroce, ha Rem, uno spirito disposto a tutto pur di proteggerla. Eppure, la sua narrazione ruota quasi unicamente intorno alla sua dipendenza affettiva. La serie sceglie di non farla evolvere verso una donna capace di autonomia, potere e autodeterminazione. Rimane sempre nel ruolo della pedina, mai della giocatrice.
Ma, in Death Note, sarà fondamentale la figura di Misa come Seconda Kira.
Non è usata soltanto come espediente narrativo: ha una risonanza simbolica che amplifica e completa la figura di Light/Kira. Light inaugura un culto basato sulla paura e sulla giustizia punitiva. Misa è la prima persona che non solo aderisce a questo culto, ma lo trasforma in una fede personale. Non segue Kira per convenienza, come faranno in molti, ma perché lo percepisce come forza salvifica. (Leggi anche – I 5 migliori episodi di Death Note)
Se Light è la lucida razionalità utilitaristica, Misa è l’emotività incontrollata. I due Kira non sono duplicati, ma polarità complementari. Simbolicamente, la Seconda Kira rappresenta ciò che Light sopprime in sé: la passione incontrollata, la dimensione irrazionale del potere. Anche la concezione del Death Note cambia tra i due. Per Light il quaderno è uno strumento. Per Misa è quasi un feticcio sacro: lo abbellisce, lo tratta con cura, lo considera parte della propria identità.
La scelta di sacrificare metà della sua vita non una, ma due volte, trasforma Misa nel simbolo vivente del tema del sacrificio, presente già negli shinigami stessi.
Dove Light sacrifica gli altri per il suo potere, Misa sacrifica se stessa. La sua figura, come Seconda Kira, assume quindi un valore simbolico quasi archetipico: è l’agnello sacrificale del culto di Kira.
Nella logica interna di Death Note, è proprio la sua incrollabile fede in Light, e dunque nel male travestito da giustizia, a impedirle di diventare qualcosa di diverso. Misa non cresce, non cambia, non dubita. Il risultato è che, quando Light cade, lei non ha qualcuno da cui tornare. E infatti il finale implicito è uno dei più tragici dell’opera.
Se volessimo fare un’esegesi della figura di Misa Amane potremmo dire che incarna l’archetipo della devota sacrificale. È un personaggio costruito come una figura di culto: adora un dio (Kira), compie riti (le rinunce agli anni di vita), vive per il suo credo, muore simbolicamente nel momento in cui il suo dio muore. È un personaggio potentemente tragico perché rappresenta ciò che accade quando il bisogno di significato e protezione viene investito in qualcosa di distruttivo. Il suo destino non è la morte, ma l’annullamento, l’autocancellazione materiale e psicologica.

Altro punto di rottura che rappresenta Misa nella narrazione di Death Note, riguarda il suo rapporto con Rem.
La relazione tra Misa e Rem è una delle più complesse dell’intera opera, perché capovolge l’ordine naturale nel mondo degli shinigami. Di solito, gli shinigami: non provano affetto, vivono solo per prolungare la propria esistenza e guardano gli umani con distacco. Rem rompe tutte queste regole.
Il rapporto è strutturato come una relazione materna: Misa è fragile, traumatizzata, dipendente; Rem è protettiva, calma, saggia. Non la sfrutta, non la manipola, non la giudica. Dove Light vede uno strumento, Rem vede una persona. È, simbolicamente, la maternità che salva. Gli shinigami non amano, ma Rem ama Misa in una forma pura, non romantica, quasi spirituale. E, il paradosso di questa relazione sta nel fatto che Rem muore per colpa della devozione di Misa. In questo modo, l’amore più puro di Death Note viene sfruttato per un atto di male. Rem lo sa, ma sceglie ugualmente di sacrificarsi.
La tragedia nasce dal fatto che entrambi, Misa e Rem, sono vittime della loro stessa devozione.
“Light, farò qualsiasi cosa per te”. È una delle dichiarazioni più dirette e trasparenti della sottomissione totale di Misa Amane: non pone condizioni, non chiede nulla in cambio, non stabilisce limiti. È la frase che riassume l’essenza del suo personaggio in Death Note: l’abbandono completo di sé in favore dell’altro, anche a costo della propria vita, identità e libertà.
In un mondo dominato dalla razionalità estrema, Misa è l’unico personaggio la cui tragedia è quella del cuore. E proprio per questo è uno dei personaggi più umani dell’opera.





