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Il finale della terza stagione di Castle ci ha mostrato la miglior Castle di sempre

Una scena del finale della terza stagione di Castle

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Sembra incredibile, ma sono già passati quasi dieci anni dal finale di Castle, ora disponibile su Disney+. Un longevo poliziesco andato avanti per otto stagioni e costruito su una formula ben collaudata che oggi, ai tempi del binge watching e delle uscite in blocco, probabilmente non funzionerebbe più. Castle, infatti, è proprio la classica serie televisiva di una volta, fatta di episodi autoconclusivi e rassicuranti. Vero è che nella serie non mancano le trame orizzontali, ovvero quelle che vanno oltre il singolo episodio. Prima fra tutte, quella relativa alla risoluzione dell’omicidio della madre di Beckett, che è stata una delle colonne portanti dell’intera serie. Persino in questo caso, però, Castle non si è quasi mai spinta così oltre da togliere il conforto della visione allo spettatore. 

Eppure, c’è stato un momento in cui la serie ha avuto il coraggio di rischiare e spingere l’acceleratore sul piano emotivo. È la Castle di Knockout, ed è la Castle più convincente di sempre.

Knockout, tradotto in italiano come Fuori combattimento, è il finale della terza stagione di Castle. Da anni ormai la detective Beckett (Stana Katic) indaga sull’omicidio della madre Johanna. Per lei il caso è diventato una vera e propria ossessione, dalla quale solo la risoluzione del caso stesso potrebbe liberarla. Nel tempo la sofferenza è diventata una corazza dietro alla quale nascondersi, che le impedisce di andare avanti con la propria vita. All’inizio dell’episodio, scopriamo che da mesi Kate visita settimanalmente in prigione Hal Lockwood, sicario responsabile dell’omicidio di John Raglan, agente coinvolto nell’omicidio di Johanna Beckett. Il detenuto, però, riesce a uscire dall’isolamento e ad uccidere il collega di Raglan, Gary McCallister, per poi evadere di prigione durante l’udienza.

Non sarebbe una puntata di Castle se a un certo punto quest’ultimo non avesse un colpo di genio. Grazie a un’intercettazione, Rick (Nathan Fillon) capisce che il vero obiettivo di Lockwood era evadere per uccidere un’altra persona coinvolta nel delitto. La madre di Beckett aveva scoperto che Raglan e McCallister erano poliziotti corrotti, coinvolti nel rapimento di mafiosi al fine di ottenere un riscatto e sotto la protezione di un personaggio potente. All’appello, però, mancava un terzo poliziotto, il cui nome non compare nei rapporti, ma che è l’unico che può ancora rivelare l’identità del mandante.

Per tutta la prima parte dell’episodio, la tensione è evidente e addensata intorno a un asfissiante non detto: cosa succederà quando Kate avrà trovato l’assassino? Solo una persona ha il coraggio di rompere il silenzio ed esprimere la sua paura: il padre di Beckett. Un uomo che ha già perso la moglie e ha il terrore che anche la figlia gli venga strappata via per lo stesso motivo, tanto da lasciare da parte ogni pudore e chiedere a Castle di far desistere la detective.

In uno dei momenti più emozionanti di Castle, Jim Beckett ci appare come un uomo ormai abituato a convivere con il dolore, ma che non potrebbe sopportarne altro. Un padre che prega che la figlia possa finalmente comprendere che la sua vita vale più della morte della madre.

L’amore mai confessato che Castle prova per la detective è troppo forte e lo pone di fronte ad un dilemma. Rick sa che chiedere a Beckett di smettere di indagare sarebbe profondamente ingiusto. Allo stesso tempo, comprende perfettamente il pericolo corso dalla donna e non lo può accettare. Non c’è una soluzione corretta, solo una scelta del cuore. Incalzato anche dal capitano Montgomery, alla fine Castle chiede a Beckett di smettere di indagare. Non per egoismo, ma perché lui dà più valore alla vita di Beckett di quanto non lo faccia lei stessa. Per la prima volta, Rick abbandona la paura e si mette davvero a nudo, cercando di confessare alla detective dei suoi sentimenti. Kate, però, non è ancora pronta a sentire ciò che lui ha da dirle.

Se i primi trenta minuti dell’episodio danno vita ad un lento ma intenso crescendo emotivo, il culmine viene raggiunto negli ultimi quindici, in cui la tensione esplode e ogni certezza del pubblico viene spazzata via. Le scene successive portano a galla una verità inequivocabile: il terzo poliziotto è il capitano Montgomery. Il tradimento del capitano Montgomery è un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Nessun indizio aveva preparato il pubblico a questo esito, e nonostante ciò questa scelta narrativa non appare affatto forzata. Anzi, lo spettatore è portato a riconsiderare retrospettivamente tutto ciò che ha visto nelle precedenti tre stagioni.

Alla luce della scoperta, il fatto che il capitano Montgomery abbia scelto di prendere Beckett sotto la sua ala e di proteggerla acquista un’ulteriore profondità di significato: era un uomo in cerca di redenzione e perdono. 

È il desiderio di riscatto a guidare l’ultima azione del capitano. Invece di far cadere Beckett nella trappola di Lockwood, decide di sostituirsi a lei. In una grandissima interpretazione di Stana Katic, una Kate in lacrime viene trascinata via a forza da Castle, mentre disperata concede il perdono al capitano. Beckett è salva, ma il capitano ha pagato l’assoluzione con la sua vita. 

L’episodio, però, non è ancora finito e, proprio quando sembra sia stato raggiunto un nuovo e precario equilibrio, gli ultimi minuti ribaltano ancora la situazione. Al funerale del capitano Montgomery, Kate finisce nel mirino di un cecchino. Castle prova a salvarla, ma la detective viene colpita dal proiettile. E a questo punto, mentre la donna che ama è ferita tra le sue braccia, Rick le dichiara il suo amore.

Con questo cliffhanger si conclude la terza stagione di Castle.

Tradimento, amore, morte, sacrificio, lealtà. Non è un caso se questi temi sono da sempre al centro delle più grandi tragedie. Nella maggior parte degli episodi, Castle tratta anche questi argomenti, ma alla maniera propria di un poliziesco. Beckett e Castle arrestano il cattivo di turno senza troppe difficoltà. Anzi, con un tocco di brillante umorismo volto anche a mettere in luce la chimica tra i personaggi principali. A colpire lo spettatore sono più gli omicidi orchestrati ad arte e le deduzioni dei due protagonisti, piuttosto che l’efferatezza dei crimini consumati, e il fatto che il colpevole alla fine verrà arrestato non è mai veramente messo in dubbio.  

Nel corso delle sue otto stagioni, Castle ha scelto questa strada e, diciamocelo, ha funzionato benissimo per gran parte della sua messa in onda. Anche quando ormai le idee sembravano esaurite e le dinamiche hanno iniziato a ripetersi, la serie ha continuato imperterrita a percorrere questa via. Eppure, se Knockout riesce a toccare corde e punti mai toccati dalla serie è proprio perché è forse il più tragico tra gli episodi di CastleNon c’è sollievo, non c’è risoluzione finale. Ad essere coinvolti non sono le vittime di turno e i loro familiari, che al termine della puntata non vedremo più, ma i personaggi che abbiamo imparato a conoscere e alla cui sorte siamo ormai legati. 

Anche Rick, come Kate, si è nascosto per anni. Knockout ci mostra quanto Richard Castle sia molto di più rispetto all’uomo un po’ superficiale e immaturo che ha sempre mostrato di essere. Un po’ come la stessa Castle. 

Nell’episodio, inoltre, viene sfruttata al meglio la grande forza nascosta dei personaggi secondari di Castle. I dialoghi tra Rick e sua madre Martha e tra Kate e il capitano Montgomery, nonché le interazioni tra Ryan e Esposito, riescono a fornire nuove sfaccettature a personaggi che, solitamente, sono solo figurine bidimensionali sullo sfondo, talvolta un po’ stereotipate.

Con Knockout, Castle ha voluto rischiare. Ha scelto di non accontentarsi di generare un semplice stupore divertito, ma di far sì che per la prima volta guardando un episodio lo spettatore fosse in reale angoscia e in dubbio per il destino dei personaggi. E il rischio ha pagato, dando vita a un episodio che, a nostro parere, non ha eguali all’interno della serie. Ciò non significa che non ci siano stati altri tentativi in tal senso. Nelle stagioni successive, la serie ha provato varie volte a creare storyline altrettanto, o forse addirittura più sconvolgenti. Eppure, è caduta nell’errore di sacrificare la linearità della trama a favore della spettacolarizzazione, finendo con l’apparire forzata e contorta. Insomma, non è mai riuscita a replicare il perfetto equilibrio tra emozioni, colpi di scena e coerenza narrativa raggiunto con Knockout. Ed è proprio questo equilibrio perfetto che, a nostro parere, fa dell’episodio l’apice dell’intera serie.

E nel caso questo ricordo di Knockout non sia bastato, ecco 10 episodi di Castle che vi faranno venire voglia di riguardarla!