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Avvocato Ligas: la rivincita dei cattivi

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Nel panorama seriale italiano, dove molto spesso la costruzione del protagonista segue ancora binari piuttosto tradizionali e rassicuranti, Avvocato Ligas, ora su NOW, rappresenta una deviazione netta, quasi ostinata, rispetto a qualsiasi forma di comfort narrativo. È un personaggio che non cerca approvazione, non la desidera e, soprattutto, non la costruisce come obiettivo implicito delle proprie azioni. E proprio per questo motivo finisce per diventare uno dei ritratti più interessanti e inconsueti della serialità nostrana recente. La sua presenza non si limita a occupare lo spazio narrativo: lo destabilizza, lo rende meno prevedibile e più sporco, nel senso più fertile del termine. L’Avvocato Ligas non è un eroe mancato né un antieroe romanticizzato. È, in una definizione volutamente semplice, un “cattivo” nel senso più elementare del termine. Non quello costruito sulle grandi architetture del male assoluto, ma quello più quotidiano e quasi banale nella sua mancanza di slancio morale.

È egoista quando gli conviene esserlo, opportunista quando serve, distante quando l’empatia potrebbe diventare un ostacolo. Questo lo rende immediatamente scomodo, perché rompe una delle regole non scritte più consolidate della serialità contemporanea: la necessità di rendere ogni personaggio comprensibile, se non addirittura perdonabile. La sua forza narrativa sta proprio in questa assenza di concessioni. Ligas non viene “aggiustato” dalla scrittura (qui parliamo della scrittura di The Studio), non viene addolcito da traumi esplicativi o percorsi di redenzione che ne normalizzino le azioni. Rimane coerente a una propria idea di sopravvivenza, che non è mai morale ma sempre funzionale. In un contesto televisivo dove anche i personaggi più controversi finiscono spesso per essere ricondotti a una zona di empatia condivisa, lui rifiuta ogni forma di pacificazione emotiva. E questo rifiuto lo rende, paradossalmente, molto più vivo di tanti protagonisti costruiti per essere amati.


L'Avvocato Ligas

Il rapporto tra spettatore e Avvocato Ligas è complesso

Questo accade perché il protagonista non può appoggiarsi alle consuete dinamiche di identificazione positiva. Non lo si segue perché si approvano le sue scelte, ma perché non si riesce a distogliere lo sguardo dalla loro coerenza interna. Ogni sua azione sembra rispondere a una logica precisa, anche quando questa logica è profondamente discutibile. È un personaggio che non tradisce mai se stesso, e questa integrità negativa diventa uno dei suoi tratti più magnetici. In un certo senso, Ligas è più onesto di molti “buoni” televisivi, proprio perché non finge di esserlo. Questa onestà brutale si riflette anche nel modo in cui occupa le scene. Non cerca mai di risultare simpatico, non ammorbidisce i propri spigoli, non si preoccupa di essere leggibile emotivamente. Anzi, sembra quasi lavorare nella direzione opposta, come se ogni dialogo, ogni gesto, ogni scelta fosse pensata per ridurre lo spazio della mediazione tra lui e lo spettatore.

Guardare Avvocato Ligas significa essere costantemente messi di fronte a una figura che non chiede comprensione, ma attenzione. E questa è una differenza fondamentale che la serie sfrutta con lucidità. La scrittura del personaggio, in questo senso, è uno degli elementi più interessanti dell’intera operazione. Non c’è alcun tentativo di trasformarlo in un simbolo morale, né positivo né negativo in senso assoluto. Ligas non è un messaggio, è un comportamento. E come tale non si presta a interpretazioni univoche. Questo lo colloca in una zona narrativa rara per la tv italiana, che spesso tende a privilegiare personaggi incasellabili e capaci di generare consenso emotivo immediato. Qui, il risultato è un personaggio che esiste in una sorta di tensione permanente con lo spettatore. Da un lato irrita, dall’altro incuriosisce. Questa ambivalenza non viene mai risolta, e anzi viene alimentata nel corso degli episodi (ecco i migliori episodi delle serie).

Non c’è progressione morale a rendere Ligas più accettabile

Se qualcosa cambia, è la nostra capacità di sopportarlo, non la sua natura. E questo ribalta completamente il tradizionale rapporto tra pubblico e protagonista. In un certo senso, Ligas mette in crisi l’idea stessa di crescita narrativa. Molte serie costruiscono i propri personaggi attorno a un arco evolutivo che li porta da uno stato iniziale a uno stato finale di maggiore consapevolezza o redenzione. Ligas non cresce nel senso classico del termine, non migliora, non si avvicina a una versione idealizzata di sé. Rimane ancorato alla propria zona morale, che non è statica per pigrizia narrativa, ma per coerenza identitaria. È come se la serie rifiutasse l’idea che tutti debbano necessariamente diventare qualcosa di meglio. Questa scelta ha un impatto diretto sulla percezione dello spettatore, che si trova costantemente privato di un appiglio emotivo stabile. Non esiste una comfort zone narrativa in cui rifugiarsi, perché Ligas non la concede.

La sua presenza continua a lavorare anche dopo la visione, proprio perché non si esaurisce nella semplice dinamica piacere/dispiacere. Il suo essere cattivo non ha nulla di spettacolare o eccessivo. Non è un villain da grande affresco drammatico, ma una figura più sottile. È il tipo di cattiveria che non ha bisogno di esplodere per essere efficace. Sta nelle omissioni, nelle scelte opportunistiche, nella mancanza di cura verso gli altri quando questa cura non produce un ritorno (qui parliamo del ritorno di I Cesaroni 7) immediato. Ed è proprio questa normalità del comportamento a renderlo ancora più disturbante. La serie, attraverso di lui, sembra suggerire che il male non è sempre qualcosa di straordinario, ma può essere anche semplicemente una modalità di stare nel mondo. L’avvocato, dunque, non è un enigma da risolvere, ma una presenza da osservare. Non chiede interpretazioni salvifiche, non offre chiavi di lettura rassicuranti.

Una scena di Avvocato Ligas

Il rapporto con gli altri personaggi amplifica la dinamica

L’Avvocato Ligas non si relaziona mai in modo realmente paritario: utilizza, misura, calibra. Le relazioni sono sempre attraversate da una forma di calcolo, anche quando vengono mascherate da interazioni apparentemente normali. Questo non lo rende un personaggio privo di emozioni, ma uno che seleziona attentamente quando e come permettere alle emozioni di emergere. E questa selettività lo rende imprevedibile e, ancora una volta, difficile da leggere. Il pubblico, di fronte a figure come questa, si trova spesso spiazzato. Non perché non le comprenda, ma perché non sa come collocarle. Eppure è proprio in questo spaesamento che si misura la forza del personaggio. Ligas non è costruito per rassicurare, ma per destabilizzare. E la sua efficacia narrativa risiede esattamente in questa capacità di sottrarsi a qualsiasi semplificazione.

Alla fine, la cosiddetta “rivincita dei cattivi” non riguarda tanto Ligas in sé, quanto la possibilità che il racconto televisivo italiano (ecco le migliori serie italiane recenti) inizi a concedere spazio a figure che non hanno bisogno di essere giustificate per esistere. Personaggi che che non aspirano a essere amati e non si piegano alla logica della simpatia obbligatoria. In questo senso, il nostro protagonista diventa un segnale più ampio: quello di una narrazione che, lentamente, prova a liberarsi dall’ossessione della correttezza emotiva. E forse è proprio questo il motivo per cui resta così impresso. Non perché sia un personaggio desiderabile, ma perché è un personaggio che non chiede mai di essere altro da ciò che è. Pertanto, questi decide volontariamente di non essere altro e, in questa scelta profondamente anti-consolatoria, trova tutta la sua forza.