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5 cose che proprio non mi vanno giù di 13 Reasons Why

13 reasons why

13 Reasons Why – in italiano Tredici – è una serie televisiva statunitense ideata da Brian Yorkey e basata sul romanzo 13 di Jay Asher. La prima stagione è diventata un vero e proprio caso, dopo essere approdata su Netflix il 31 marzo del 2017, seguita poi da altre tre stagioni – l’ultima uscita nel 2020. La trama di Tredici, per chi non lo sapesse, ruota attorno al misterioso suicidio di Hannah Baker, evento che scuote le coscienze di ragazzi, genitori e docenti che ruotano attorno alla Liberty High School. Il suicidio di Hannah, tuttavia, non rimane un mistero a lungo: la ragazza infatti ha registrato tredici cassette – destinate a passare tra le mani dei numerosi colpevoli – elencando i motivi che l’hanno condotta al gesto estremo del suicidio, in una sorta di climax ascendente che culmina nello stupro perpetuato ai suoi danni dal compagno di scuola Bryce. Dalla seconda stagione in poi, terminato l’ascolto delle cassette, la trama si concentra sugli altri ragazzi, che come Hannah si trovano a fare i conti con diverse problematiche.

13 Reasons Why

13 Reasons Why si propone quindi come un prodotto serio, che vuole spingere gli adolescenti a riflettere sul peso delle parole e delle azioni. Il problema è che avrebbe potuto – e dovuto – farlo meglio. Infatti, nonostante la reazione positiva da parte del pubblico, con un indice di gradimento del 78% su Rotten Tomatoes e di 76/100 su Metacritic, la serie è stata attaccata innanzitutto per la rappresentazione troppo esplicita del suicidio che, secondo molti, avrebbe potuto generare casi di emulazione, ma al di là di questo ci sono alcune cose che proprio non vanno nella narrazione: vediamo quali.

1) Il personaggio Hannah Baker

La prima cosa che non va riguarda la protagonista della serie, Hannah Baker: nonostante 13 Reasons Why prenda avvio da dopo la sua morte, è un personaggio costantemente presente per via del continuo – eccessivo, nauseante – ricorso ai flashback. Hannah risulta tutt’altro che un personaggio riuscito: insipida, passiva, con una personalità indefinita, la ragazza nella serie è solo motore di un susseguirsi di sensi di colpa. Si suicida e non lascia nulla al caso: una cassetta registrata per ogni persona che ha contribuito al suo malessere e quindi ritenuta colpevole. Il problema è che molti dei personaggi, come Clay, Alex e Jessica agli occhi dello spettatore non meritano certo di essere ripagati con un’esistenza segnata dal rimorso. Hannah viene idealizzata a tal punto che, almeno per la prima stagione, la sua integrità morale non viene mai messa in discussione: è solo ed esclusivamente vittima. Eppure, molti dei rapporti di amicizia che aveva si sono deteriorati anche per mancanze sue: non è stata in grado di riconoscerlo, ha iniziato a subire passivamente ogni gesto e non è riuscita a chiedere aiuto fino alla fine, anche a causa della depressione che l’ha travolta. Le vere motivazioni che l’hanno condotta al suicidio vengono spesso trascurate per lasciare spazio a un continuo biasimare, incolpare e puntare il dito, peraltro contro adolescenti problematici quanto lei, e poco e niente verso gli adulti che avrebbero dovuto vigilare – come i genitori, ad esempio.

2) La rappresentazione della sessualità

13 Reasons Why

Una delle accuse più pesanti dirette da Hannah ai suoi compagni è quella di averla dipinta, fin dal suo arrivo alla Liberty, come una “ragazza facile”, convinzione che in qualche modo avrebbe indirettamente condotto al suo stupro. In particolare, Justin Foley viene inserito tra i tredici colpevoli per aver inviato ai suoi amici una foto equivoca di Hannah, facendo credere a tutti di esserci andato a letto. Nello spiegare perché questo atteggiamento fosse sbagliato, Hannah e poi gli altri personaggi mettono l’accento sul fatto che fosse una menzogna: piuttosto che condannare il gesto in sé, si sottolinea il fatto che Hannah fosse una brava ragazza – tutt’altro che “facile” – e non lo meritasse. In una serie che si vuole educativa, questo è inaccettabile. Almeno per tutta la prima stagione, sembra infatti che il sesso non esista per i ragazzi della Liberty se non come fonte di scherno, menzogne, disagio e senso di colpa, un problema che la serie ha visto bene di risolvere a partire dalla seconda stagione – forse esagerando.

3) La deriva nell’assurdo

bryce walker

Come molte delle serie un po’ inflazionate, 13 Reasons Why dura troppo a lungo, finendo per esaurire il proprio potenziale narrativo, ma non solo: dalla seconda stagione in poi si ha una vera e propria deriva nell’assurdo – la serie diventa nella quarta stagione addirittura un thriller – a cominciare dalla presenza del “fantasma” di Hannah che assilla Clay, per finire con gli eventi inverosimili che travolgono la vita dei personaggi, all’improvviso tutti tendenti al crimine. Assurda anche l’assenza degli adulti nella vita dei ragazzi, che ricompaiono dopo giorni di assenza, magari pieni di lividi e ferite senza che nessuno se ne accorga o faccia domande: insomma, la trama scade nel caos più totale. Inoltre, compaiono ogni tanto nuovi personaggi assolutamente inutili, che non vengono mai troppo approfonditi – tra questi, quello di Ani nella terza stagione, la cui funzione è semplicemente riscattare Bryce.

4) Il rifiuto della complessità

13 Reasons Why

In 13 Reasons Why, i cattivi sono i cattivi e i buoni sono i buoni: non ci sono sfumature. Anche da questo errore la serie si salva in curva, mostrando verso la conclusione il lato umano e dolce di Bryce – il villain, lo stupratore seriale – che, visto il background del personaggio e la sua totale assenza di empatia – risulta davvero poco credibile. Spesso, nel mostrare lati inediti di alcuni personaggi, lo spettatore è colto completamente alla sprovvista: accade ad esempio con il colpo di scena della relazione tra Zach e Hannah, la quale non è mai stato menzionata dalla ragazza stessa neanche nella cassetta dedicata a Zach, che viene biasimato solo per averle sottratto dei bigliettini. Eppure, non era un dettaglio di poco conto: sembra che si sia voluto complicare la effettivamente troppo semplice figura di Hannah, ma senza riguardo alcuno per la coerenza.

5) La pretesa di parlare di tutto

13 Reasons Why

Il suicidio, tema portante della serie, evidentemente non bastava: 13 Reasons Why si propone come una serie che fa dell’intrattenimento un mezzo educativo per arrivare agli adolescenti e come per non farsi sfuggire questa occasione, è segnata dalla pretesa di parlare di ogni singolo problema che potrebbe presentarsi nella vita di un teenager: bullismo, suicidio, violenza sessuale, aborto, sparatorie nella scuola, omicidi, prostituzione minorile, malattie veneree, malattie mentali e così via. Insomma, 13 Reasons Why è un susseguirsi di tragedie che – piuttosto irrealisticamente – colpiscono nel corso di pochi anni sempre i soliti cinque o sei ragazzi. A un certo punto, diventa difficile tenere il passo e orientarsi nella trama, troppo ingarbugliata, e questo a scapito anche dell’intento educativo. L’abbiamo visto con Sex Education: spesso per una serie che si vuole educativa è meglio concentrarsi su un solo tema, inserire conoscenze scientifiche per bocca di personaggi autorevoli, senza mai spettacolarizzare. Questi elementi, in 13 Reasons Why, sono lasciati al caso. Il risultato è solo una grande confusione.

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Scritto da Valentina Zucca

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