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Westworld è esplosa col lascito di Arnold

«Bring yourselves back online.»
«Tornate in linea.»

Ci siamo salutati cadendo in un sonno catalettico che tramite la morte porta alla vita, attraverso Maeve, e ci ritroviamo svegliandoci da un sonno artefatto che dal grigio e pallido alluminio di una sala di ricovero riporta alla finzione, sempre attraverso Maeve.
Quella finzione che può essere sventrata solo con quella frequenza che urta la linearità ed attribuisce una tridimensionalità al pensiero: l’appercezione.
Abbiamo parlato di appercezione sin dal primo appuntamento con le nostre speculazioni, e con questo sesto episodio il concetto di “percezione della percezione” viene orgogliosamente introdotto nel modo in cui l’avevamo identificato: un espediente, forse l’unico, fondamentale a minare i punti di sostegno della coscienza di sé; l’unico che offre la possibilità di cancellare l’idea di universalità di una realtà non “universalizzabile”.
Come avevamo ipotizzato in questa precedente analisi, e come viene ora orgogliosamente confermato, la leggenda dell’I’itoi ci racconta metaforicamente la trama di Westworld, e spiega le origini del parco e l’ascesa (e discesa) di Arnold in cerca di vendetta dopo la ribellione delle sue creature.
– «Il Labirinto è un’antica credenza dei nativi. Al centro c’è un uomo leggendario che è stato ucciso più e più volte, ma ha sempre riafferrato la vita. L’uomo ritornò un’ultima volta per sconfiggere i suoi oppressori.»

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Anche fuori da Westworld si gioca, ed il gioco dei limiti naturali mette a confronto la dominante caducità umana e la suddita infallibilità meccanica nel faccia a faccia tra Maeve e Felix che ha come riflessivo sfondo quel tema platonico degli androgeni che nella loro perfezione ambiscono ad un consolidamento ancor maggiore della propria identità.
In una battaglia contro l’illusorio controllo della mano sovrana che, per dare una spinta a quella “ruota vitruviana” lungo il pendio, ha causato una discesa vorticosa che non può più fermare.
Quell’essere perfetto imprigionato nell’ambra, scendendo quel pendio, è giunto fino alla nostra realtà plasmandosi con le sue mani, edificando sé stesso sulla base di un brodo primordiale nato dalle sovrascritture: proliferato dal lavoro di un monologo interiore che forma le basi di una piramide; le basi della mente bicamerale.

 

IL TRIBUTO DI ARNOLD E QUELLO DI FORD: La trappola dell’odio.
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L’odio è una trappola: lega in maniera viscerale al nemico.
Questa è l’unica lingua nella quale è traducibile il rapporto tra Arnold e Ford, e l’ultimo episodio ce l’ha confermato.
Ogni secondo trascorso ha afferrato lo spettatore per i capelli e costretto a far notare il freddo sprezzante dell’odio che può celarsi dietro le calde guance dell’innocenza, e che questo tende a scrosciare fuori dalle crepe del nostro volto nel momento in cui accettiamo di “porgere l’altra guancia“.
– «Robert, porgi l’altra guancia.»
Suona come eco ad un comportamento assunto in passato, con un comando identificato con tali parole per non dimenticare di aver commesso un errore ed essersi reso vulnerabile.
Ricollegandoci alla mitologia dell’I’itoi, Ford potrebbe aver “porto l’altra guancia” nel momento in cui avrebbe affidato ad Arnold il ruolo di gestione degli androidi, lasciando a quest’ultimo la “carica di Elder Brother” che invece (forse) spettava a lui.
Quando Bernard valica la soglia del cottage, il suo rauco e gutturale tono di voce dà vita al pensiero di ognuno di noi nel momento in cui sublima in quella liberatoria pronuncia: – «Sei… Arnold?», riferendosi al longilineo uomo dai capelli grigiastri che presiede il davanzale della finestra.
Ciò che accade dopo, è un frammento di ossidiana scardinato dallo scudo emotivo di cui siamo armati: Anthony Hopkins nasconde un mondo intero dietro gli occhi di un personaggio al quale ha attribuito idealmente un passato quasi come il suo Ford fa con gli host: solo immaginandolo.
Leggiamo l’esperienza angosciosa del personaggio, attraverso l’esperienza di un uomo che fa del suo mestiere un dogma tendente all’empatia.
Nella scena che spiega l’identità degli host presenti nella stanza può esserci tutto od una piccola parte di ciò che appartiene a noi, ma sicuramente non nulla.
Quasi percepiamo dolore, grazie a quella legge secondo la quale le nostre contrazioni ventricolari sono sollecitate dal recondito quasi più che dal drammatico.
Attraverso quella sofferenza sempre tacita perché non vuol perdere nobiltà, Ford ci racconta il lascito di Arnold.
Il tributo a lui rivolto: l’immortalità, sua e della sua famiglia.
Sull’idea già accennata che Bernard possa essere un androide, viaggia un possibile sviluppo: quell’odio che lega, che rende inscindibili anche due identità opposte, potrebbe aver portato Ford a ricambiare il tributo del suo collega; il suo omaggio.
Abbiamo tutti percepito l’inequivocabile somiglianza del padre di Ford (all’interno del cottage) con l’uomo che, nel secondo episodio, viene presentato in foto a Bernard sotto il nome di Arnold.

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Potrebbero, di fatto, essere la stessa persona (come potete notare, indossano perfino lo stesso cardigan).
In tal caso, è facile intuire che Ford potrebbe aver mentito nel dire che l’uomo in foto sia Arnold, nel secondo episodio.
C’è una sola ragione per cui Ford avrebbe interessi nel mentire circa l’aspetto di Arnold: il fatto che questo in vita avesse le sembianze di Bernard, convalidando così l’idea che Bernard sia un host costruito da Ford ad immagine, coscienza e pensiero di Arnold; a sua fedele immagine identitaria (oltre a quelli che potrebbero essere piccoli indizi sparsi nei dialoghi di Bernard di cui abbiamo già parlato nelle precedenti recensioni, si spiegherebbe anche l’attitudine di quest’ultimo all’attaccamento con gli host, ed in particolare con Dolores, proprio come era solito fare Arnold).
Abbiamo appurato che, in passato, gli host fossero stati generati con materiale metallico: da un’immagine leakata da uno dei prossimi episodi, salta all’occhio un frame particolare che vede la testa di Dolores in procinto di essere “lavorata”, con delle mani che rimuovono lo strato di pelle sintetica che ricopre meccanismi metallici alla base del collo.
Considerando l’arco temporale in cui si svolgerebbe questa scena (che possiamo appunto ipotizzare dal fatto che Dolores sia ancora un androide sontuosamente artefatto nei meccanismi), è possibile pensare che quelle mani siano di Arnold in lavoro per programmare Dolores.
Le mani, come si nota dalla seguente immagine, sono di un uomo di colore.

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Il tributo di Arnold potrebbe essere stato ricambiato, e vivere attraverso l’immortalità di Bernard.
Un’immortalità che Ford ha creato non tenendo conto di una permanenza più profonda di quella materiale, e che fa da antitesi a quella che Arnold si è costruito da solo permanendo per sempre, idealmente, all’interno del Labirinto.

 

IL TRIBUTO DI NOLAN: Il mondo dei robot ieri ed oggi.
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Il tema dell’omaggio si rinnova in maniera simbolica, ed i riferimenti cinematografici stavolta ci riportano al predecessore di quell’opera ristrutturata che conta di segnare il solstizio di HBO sull’eclittica del palinsesto televisivo.
In questo episodio, in particolare nei primi dieci minuti, Nolan tributa in maniera orgogliosamente palese, ma visivamente e metaforicamente sottile, l’opera di Michael CrichtonIl mondo dei robot“.
Bernard compie un “salto” tra due epoche distinte ma in qualche modo ancora collegate, mentre scende al piano B-82 per giungere al computer in grado di codificare i vecchi dati del satellite.
Nel momento in cui ci ritroviamo addentrati nello stroboscopico scenario in disuso del piano inferiore del laboratorio, sentiamo immediatamente di essere tornati nel Westworld di Crichton del 1973.
Questo non per lo scenario, (di per sé ancora anacronistico rispetto all’epoca de “Il mondo dei robot“) ma per l’atmosfera retrograda e l’ellissi temporale che divide le due ambientazioni.
Qualche passo nel buio successivamente perforato dal prepotente fascio di luce della torcia di Bernard, che le nostre impressioni acquistano valenza nella vista sfuggente di quell’elemento di tributo manifesto, spiattellato e per questo quasi divertente, che Nolan aggiunge alla scena: in piedi, con le spalle al muro, c’è la riproduzione fedele del “Gunslinger“, il “Pistolero” che fa da protagonista al film di Crichton.

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Anche questa scena non manca di quei dettagli travestiti da indizi, che potrebbero fuorviare o confermare la teoria che vede la storyline di William e Logan essere una backstory dell’Uomo in Nero trent’anni prima: il logo che osserviamo al vecchio computer del piano B-82 è simile a quello già intravisto nel secondo episodio all’arrivo di William nel virtuoso mondo della sublimazione di Westworld.
Quando visita il laboratorio di Westworld, Maeve sta compiendo un viaggio nel suo subconscio, nel suo costrutto mentale reso tangibile e percepibile tramite il freddo pigolante, percepito a piedi nudi, del minimale pavimento.
Nel “percepire la capacità di percepire” grazie al suo viaggio nell’etere dell’appercezione, che la porterà a comprendere che il traguardo che brama è solo l’ennesimo girone sede di smodata ricerca di risposte, ci troviamo dinanzi ad un diorama di ricordi col filmato promozionale di Westworld, ed abbiamo l’ennesima conferma del fatto che il logo del parco nell’attuale linea temporale è differente.

Vecchio logo
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Nuovo logo
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Vecchio logo
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Nuovo logo

 

In quel “labirinto” di camere da laboratorio in cui Maeve ha viaggiato per conoscere la sua mente, il sangue nelle vene smorte degli androidi che prendono colore è assordante più del liquido lattiginoso dal quale questi emergono, ed il rumore è una conseguenza meccanica che non necessita spiegazione.

Ma dove il corpo funziona come sillogismo, la mente richiede una copia astrale di sé per trarre giudizio sulla propria esistenza, in quel colonnato mentale in cui un minuto può non durare sessanta secondi.
Maeve lo sa: ora conosce l’appercezione.

Un saluto agli amici di Westworld Italia e Westworld – Italia!

Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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