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Westworld potrebbe aver svelato la chiave del Labirinto

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«Bring yourselves back online.»
«Tornate in linea.»

Esiste un universo all’interno del quale la quantità di sangue necessaria affinché un essere sia ancora in grado di imporre la propria esistenza è una convenzione; dove un sorriso ricevuto ed in un attimo recepito può nascondere l’irreale freddezza di una sequenza di numeri, di un codice preciso quanto la curva ad angolo di quelle labbra attrici; dove perfino il pensiero si riconosce in quella costrizione vessata allo sfinimento che conta i secondi per attecchire in un nido di artefatte ed erratiche sinapsi, sotto quell’intonso strato di cuoio capelluto che nasconde un malcelato segreto, ed adempiere alla sua nascita programmata.
Esiste un universo pertanto non molto diverso dal nostro, dove il mondo è solo un insieme di fatti. Non di cose.
Stiamo imparando a conoscerlo in fretta, quel mondo, esattamente per questo.
In “Westworld”, questo dittico di realtà non-così-tanto diverse tra loro prende vita in una commistione resa tale dagli interpreti e legittimi residenti (intenti quasi a scambiarsi di ruolo) di mondi dei quali non si sentono appartenenti.
La frivolezza della realtà non soddisfa l’uomo, che nell’evadere da questa si imbatte in macchine i cui occhi non ammettono errori e non possono confondere il vero con l’artefatto che li plasma.
Così, nella loro presa di coscienza, pretendono la conoscenza di quel mondo da noi sottovalutato per la sua banalità.
Si genera così quello scompenso ironico che vuole irretire ciò che non è possibile ottenere, lo stesso istinto che suggerisce a chi è dentro di uscire, ed a chi è fuori di entrare.
Anche se si tratta di un Labirinto.

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Questa equazione di convenzioni, vista come una coppia di realtà ormai inscindibili per comprendersi bilateralmente, potrebbe aver finalmente trovato la sua chiave di lettura nell’ultimo episodio.

 

 

ENTRARE CONTA PIU’ CHE USCIRE: Il labirinto dell’I’itoi.
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– «Può aiutarmi?»
– «Cos’è che vuoi?»
– «Non lo so, ma questo mondo… sento come qualcosa di sbagliato in questo mondo, qualcosa nascosto al di sotto. E’ così o c’è qualcosa di sbagliato in me. Forse sto impazzendo.»

Dolores è posta su quell’oblio che demarca la linea più flebile che esista e che divide l’intuizione dalla follia. Il suo embrione di coscienza è ormai in gestazione da troppo tempo, ha sviluppato un metabolismo basale, ed è ormai in grado di prendere a calci le viscide pareti che lo inglobano nel tentativo di essere sentito.
Quando si svia dalla carreggiata, l’immediato pensiero accredita l’idea di star incorrendo in un incidente, ma quello di Dolores è un deragliamento che preannuncia libertà.
E’ convinta dell’esistenza di un livello nascosto, all’interno del suo mondo, che fa da riflesso fedele al sistema stratificato che divide il suo pensiero razionale dal livello più profondo della coscienza.
Quel livello, il Labirinto, diventa una loggia sempre più densa e tangibile, da sempre appetibile, che sembra emanare un olezzo che sa di religione.
“Westworld” potrebbe aver trovato una chiave di lettura, come già detto.
In particolare, un’identificazione a quella metafora che intrica i tessuti vellutati che vestono la trama.
Esiste una tribù originaria del centro sud dell’Arizona, chiamata O’odham, la cui cosmologia presenta un’analogia simbiotica con la struttura testuale e meta-testuale di “Westworld”, e sintetizza nella religione dell’I’itoi, la cui rappresentazione grafica rammenta il disegno raffigurante il Labirinto sotto lo scalpo di uno degli host uccisi dall’Uomo in Nero.
La figura di Ford, col proseguire della trama, somatizza sempre più in un Deus-ex imponente ed autoritario (in questo episodio, tale sentore è rafforzato tematicamente da una delle scene più suggestive a cui abbiamo potuto assistere finora, e della quale parleremo), e ciò ci porta alla prima analogia presente nella leggenda dell’I’itoi, disegnando accuratamente le tracce per intuire lo sviluppo dei ruoli cardine dell’universo distopico di Westworld.

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Secondo la leggenda, il mondo sarebbe stato generato da un “Creatore” (così chiamato). Come risultato di un gravoso impatto tra cielo e terra formanti quello stesso mondo, sarebbe nato Iitoi.
Insieme, Iitoi ed il Creatore plasmarono e popolarono la terra, costantemente seguiti da una figura chiamata “Coyote” (le cui sembianze sono quelle zoomorfe suggerite dall’animale di riferimento) che venne al mondo spontaneamente, “non creato” dai due.
In questo nuovo mondo, ebbe luogo un nefasto diluvio che portò i tre ad un accordo: il primo che fosse emerso dall’abbassamento delle acque, sarebbe stato il leader dei tre, assumendo di diritto la carica di “Fratello Maggiore“.
Il Creatore fu il primo ad emergere, poco prima di Iitoi.
Quest’ultimo, però, non accettò il verdetto, insistendo perché l’agognata carica gli venisse assegnata. Iitoi “crebbe le persone come dei bambini, insegnando loro ad apprendere e ad eccellere nelle loro attitudini“, finché non divenne cattivo e fu ucciso dal suo stesso popolo. Iitoi, tuttavia, era talmente potente che riuscì a tornare in vita.
Dopo la sua rinascita, inventò la guerra. Decise di vendicarsi spazzando via le popolazioni che lui stesso aveva plasmato. Necessitava di un esercito, così discese sottoterra e portò in superficie i Papagos (che vivono in lande desolate e disseminate di rovine). Una volta costruito il suo esercito, i suoi seguaci, Iitoi si ritirò dal mondo per tornare nel sottosuolo (nel Labirinto).

Considerando questa leggenda come un’inferenza inoppugnabile, è inevitabile anteporre al significato intrinseco della leggenda una calzante metafora collegata alle tre colonne cardine della serie: Ford (Creatore), Arnold (Iitoi) e l’Uomo in Nero (Coyote).
Il diluvio della leggenda potrebbe riferirsi al misterioso disastro vecchio di 30 anni avvenuto a Westworld, dopo il quale i ruoli si sarebbero maggiormente definiti ed avrebbero portato Arnold (Iitoi) alla decisione di prendere personalmente a cura la gestione degli host. Questo processo, volto ad evitare il ripetersi del disastro, avrebbe assunto una valenza superiore ed avrebbe portato Arnold ad essere il misantropo personaggio descritto da Ford nell’episodio precedente. Un attaccamento viscerale che rasenta la follia, che lo avrebbe portato ad un progetto avveniristico che consisteva nell’innesto di una coscienza negli androidi tramite quello “0 convenzionale che genera il subconscio“, e che accompagna quella metamorfosi citata nella leggenda. Una dedizione deleteria che avrebbe portato gli stessi host ad ucciderlo, per qualche ragione, stando fedelmente alla leggenda.
Allo stesso modo, potrebbe essere valida l’idea che lo stesso disastro dei “30 anni precedenti” sia la sede epocale della ribellione degli host che ha portato alla morte di Arnold, ed in tal caso l’alluvione della leggenda sarebbe un dettaglio sottinteso nella storia di “Westworld” come il momento in cui Ford ed Arnold avrebbero definito i ruoli.
Con l’innesto di una stringa di codice prima della sua morte, la coscienza di Arnold potrebbe essere intrappolata nel network (come da leggenda, sarebbe “tornato in vita“) e potrebbe aver iniziato la costruzione del suo esercito facendo leva sulla coscienza di sé con gli indigeni dal volto dipinto, che da leggenda rappresenterebbero il popolo dei Papagos.

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Questi, grazie allo sviluppo della coscienza, sarebbero arrivati a rimembranza delle sovrascritture tanto da ricordare (come accade a Maeve) le figure in tuta anticontaminazione e ritenerli ideologicamente “i mediatori tra la vita e la morte“.
Dalla sua, Ford (Creatore) sa che gli indigeni rappresentano l’esemplare più vicino al livello ultimo di coscienza presente a Westworld, ma che incarna la voglia di rivalsa di Arnold (che, come da leggenda, stanzia ora nel Labirinto in attesa di essere risvegliato) che potrebbe portare a distruzione l’intero assetto di Westworld. Per tale ragione, Ford potrebbe aver creato la figura di Wyatt, come leader degli indigeni e seguace di una religione, per nascondere dietro un infondato fanatismo l’immagine residua di Arnold presente negli host, agli occhi dei restanti host e della cooperazione.
Potrebbe aver inoltrato la religione ed averla inanellata alla figura degli host indigeni perché gli altri non venissero “contaminati” dal risveglio della coscienza (come sta accadendo a Maeve), ma venissero semplicemente fuorviati dall’idea di assistere ad una manifestazione estrema di un ideale.

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Ford (Creatore) ha disegnato i rilievi di Westworld e creato quell’orchestra a guisa di ingranaggi che si incastrano per formare una diligente catena di montaggio, Arnold (Iitoi) ne ha preso i vuoti bacini e li ha colmati di vita.
E l’Uomo in Nero, come da leggenda, ficca il naso.
Gli scalpi che sradica dagli inermi (od almeno, tali al suo cospetto) host sono una rappresentazione fedele dei “cesti Iitoi“, oggetti religiosi, che presentano come da mitologia un “errore volontario” ad ogni differente raffigurazione.
Tale errore viene definito “porta”, e consiste in un espediente che permette all’anima di evadere ed essere libera.
Nella mitologia di Nolan, la “porta” inserita nel labirinto raffigurato sotto lo scalpo rappresenterebbe il raggiungimento di un nuovo “step” utile al ritrovamento dell’I’itoi, o nel nostro caso di Arnold, al centro del Labirinto.
Sempre da leggenda, il raggiungimento del Labirinto pone come condizione necessaria l’offerta di un dono. Potrebbe essere questo il motivo per cui l’Uomo in Nero porta con se Lawrence come prigioniero.
In questo gioco di ruoli, l’Uomo in Nero potrebbe avere qualcosa da rivendicare.
Abbiamo appurato, dall’ultimo episodio, la natura umana del suo personaggio.
– «Mi scusi signore. Non vorrei essere invadente, ma volevo dirle che sono un suo grande ammiratore. La sua fondazione ha salvato la vita di mia sorella.»
– «Un’ultima parola e ti taglio la gola, è chiaro? Questa è la mia fottuta vacanza.»

Il tenebroso e disinvolto cowboy in nero è coinvolto nella gestione (o forse ne è proprietario?) di una fondazione che, a quanto pare, salverebbe delle vite e che potrebbe usare le stesse tecniche di elaborazione organica in 3D utilizzata da Ford per motivi che collegano l’Uomo in Nero ad Arnold.
Arnold potrebbe essere un ex-socio di questa fondazione, il che spiegherebbe il motivo per cui l’Uomo in Nero è a conoscenza della sua esistenza. Potrebbe, in ogni caso, avere avuto un rapporto di qualche tipo con Arnold.
Per questa stessa ragione, il suo interesse sarebbe raggiungere il Labirinto e liberare la coscienza di Arnold.
O più semplicemente, potrebbe essere interessato ad apprendere nozioni sulla perpetuazione dell’esistenza utili a perfezionare il lavoro svolto nella vita reale.

 

 

LA REALTA’ COME LAVORO ONIRICO: Il sogno lucido.
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– «Dolores.»
– «Sì.»
– «Sai dove sei?»
– «Io… io sono in un sogno.»

Quella soave e mai affannosa corsa a quel sinolo di cinema e televisione che Nolan sta sublimando in quest’opera, procede puntata verso puntata.
L’inizio dell’episodio snoda un importante dubbio: gli incontri tra Bernard e Dolores non sono fisici (la scena della 1×03 che vede Dolores uscire dalla camera vetrata sui suoi piedi è una continuazione del suo lavoro onirico), bensì risultato di “un sogno“. Ciò non per il semplice fatto che lei affermi di avere tale sensazione, tanto per le dinamiche della scena stessa.
Dolores, durante gli interrogatori, è sempre completamente vestita. Elemento scenico che differisce notevolmente dalle sequenze che ritraggono gli interrogatori fisici con gli altri host del parco, e che in questo specifico caso non ha motivo di esistere se non per la differenziazione temporale (e spaziale, avvenendo tutto nella mente di Dolores seppure concettualmente immersi nell’immagine della stanza vetrata) a livello visivo.
Oltretutto, al termine dell’interrogatorio Dolores si risveglia di fianco ai due guest (William e Logan), come se fosse sempre stata lì. Obiettivamente priva della possibilità di essersi spostata fisicamente senza essere notata.
Bernard, quindi, possiede un link in grado di collegarlo alla coscienza di Dolores, riuscendo ad eludere quella coscienza camuffando il loro incontro in un edificante sogno lucido.
Un lavoro di dissimulazione perpetuo, che sfoca il senso dell’obbiettivo, e che satura in affermazioni che lapidano l’identità di host che possiedono lividi che non hanno colore.
– «Gli host non vedono cose, tu sì.»

Il sogno e l’iperrealismo onirico sono una costante rispettivamente tematica e visiva dell’episodio.
A tal proposito, la scena di Ford e Theresa al tavolino del ristorante è un diamante incastonato in un’intemerata superficie d’oro.
I due siedono l’uno di fronte all’altro, sfoggiando sorrisi chiusi dalla paura di lasciar trapelare il più fioco respiro di insolenza celato tra le nicchie dei loro palati.
Uno scenario etereo si mostra vanitoso ai fianchi dei due, quasi come poggiato finto sul muretto che li costeggia, disegnando il perfetto quadro di una composizione onirica.
Le parole di Ford scorrono lisce sulla sua lingua (mentre, parallelamente, l’uomo che ne da le sembianze sembra voler già prenotare una dovuta candidatura agli Emmy), ed incentivano il disagio di Theresa.
Mentre l’abboccamento prosegue con un’antitetica calma frenesia, tutto si ferma.
Tutto tranne il vino, e come due lessemi che formano un’antonimia già rivista in opere di riferimento come Inception, i punti focali restano dinamici nella desertica ed adamantina immobilità che rammenta le bieche dinamiche del sogno.
Nello scorrere oltre i margini del calice, quel vino ci regala la più preziosa metafora dell’episodio: una libagione.
Il flusso di vino scorre e cade morbido sul contrastante bianco della seta che ricopre il tavolo, come a simboleggiare quel rituale di offerta alla divinità sovrana nella quale Ford si identifica piacevolmente.

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Anche Maeve “sogna”, nel costrutto di Nolan, forse anche più di Dolores.
Anche il suo è un sogno lucido, ma nel suo caso non esiste incentivo a muoverne le volontà, e gli incidenti raggi della percezione hanno generato in lei quello stato di dissonanza cognitiva che offre il nome all’episodio. Ma Maeve non è schiava del mantra umano, di quegli automatismi che minano la mente e che portano dalla dissonanza cognitiva a quella post-decisionale.
Il subconscio ha spazio per scalciare, ma non ancora forza per spingersi fuori dal grembo, così la reattiva ricerca di false tracce a conferma della propria decisione si trasforma nel suo caso in un obiettivo privato dei sensi di rimorso e paura.
Diventa una decantata ricerca della verità.
La meretrice viviseziona la realtà soffiando sul nevischio che ne separa gli strati, giungendo alla reiterata scoperta della verità nella visione dei disegni raffiguranti gli uomini in tuta anticontaminazione da lei stessa riprodotti.
Così, si catapulta alla ricerca di quella prova empirica che porterebbe l’uomo alla follia data dall’incertezza che genera una spiazzante certezza, ma che per lei è idioma dello stato opposto: quel proiettile nell’addome, quel piombo che tintinna nel suo scheletro, è la dimostrazione che non è impazzita, e rassegnata conclude che il modo più veloce per raggiungere la verità è quello di riabbracciare la morte più e più volte.

 

Il prodromo di una rivoluzione si è palesato, a Westworld, e gli indigeni sono pronti a combatterne la conseguente battaglia.

Il dolore non li rallenta e la morte non li ferma, perché credono di essere già all’inferno.
Convinti di essere chiusi in un sogno deterministico.
Perché una vita predestinata è come un sogno nel quale vorresti essere lucido, ma che non puoi controllare.

Un saluto agli amici di Westworld Italia e Westworld – Italia!

Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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