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Il Muro del Rimpianto – The Walking Dead, da serie leggendaria a una delle tante

The Walking Dead - Daryl Dixon

Ogni narrazione è un percorso, una strada che ci accompagna attraverso luoghi nuovi e inesplorati. Fruirne è come viaggiare: all’immobilità fisica contrapponiamo un moto immaginativo. Non c’è in fondo molta differenza tra chi viaggia e chi si mette di fronte a una storia: ci sarà chi ha più l’attitudine del viandante, chi del pellegrino, chi dell’esploratore, ma poco cambia. Ogni volta che ci troviamo dentro a una narrazione nuova, dunque, che sia letteraria, filmica o seriale, ci stiamo incamminando lungo un sentiero sconosciuto e non sappiamo cosa ci attenda. Seguendo il paragone, l’elemento che più si lega al nostro ruolo di spettatori è il bivio. O meglio, la potenzialità del bivio. In questo concetto risiede il nostro più grande potere di fruitori: noi siamo sì, in parte, passivi nell’esperire quella storia, ma siamo attivi nell‘immaginarne possibili deviazioni. Con le serie questo poi capita spesso: finisce un episodio sul più bello e noi ci chiediamo, almeno fino alla visione di quello successivo, quale possibile strada prenderà la storia, a quale opzione cederà la narrazione. Quando poi scopriamo cosa accade, ecco che una delle strade che ci si erano prospettate nella mente viene come sbarrata da un muro. Talvolta non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma altre non riusciamo a togliercelo dalla testa: eccolo lì a privarci del diritto di intraprendere quella strada, di scoprire quel mondo, di dare quel senso alla storia. É in momenti come questo che si fa largo in noi il rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non sarà. Andiamo avanti – viandanti, pellegrini o esploratori – lungo la via di quel racconto, ma nella testa torna spesso un pensiero, un’immagine: il Muro del Rimpianto.

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Parlare di The Walking Dead non è una cosa semplice per nessuno. Non tanto perchè si tratti di una serie particolarmente difficile da interpretare: in effetti è anche fin troppo facile. Non è cervellotica, è estremamente lineare, unisce vari generi cinematografici (action, horror, introspezione) riuscendo a trarre un’eccellente resa dal mix e mantenendo una chiara identità rimanendo alla portata di tutti: insomma, è un prodotto di massa di quelli che possono andare avanti per anni e anni. E in effetti, è andata avanti per anni e anni.

Parlare di The Walking Dead, però, non è comunque una cosa semplice per ben altre ragioni. Non è semplice perchè chiunque si approcci alla materia The Walking Dead e abbia seguito The Walking Dead dall’inizio della saga, sarà sempre spaccato in due. A metà tra il cuore, che ti sussurra di andare in fondo, fino alla fine, e amare e onorare questa serie finchè la sua morte non vi separerà, e la ragione, che in effetti ci avrebbe suggerito di abbandonarla ormai già 3 o 4 anni fa. La maggior parte di noi ha fatto prevalere il cuore, altrimenti il celeberrimo zombie drama di AMC non sarebbe ormai all’undicesimo anno di vita, ma ciò non significa che siamo soddisfatti al 100% come saremmo potuti essere se solo gli showrunner non ci avessero tirato dei brutti e ripetuti scherzi lungo questa intensa decade di visione.

Partiamo da un presupposto e sfatiamo lo spettrale mito che aleggia sulla serie ormai da quasi un lustro, ovvero da quando gli sceneggiatori hanno deciso – letteralmente – di perdersi in chiacchiere facendo perdere allo show la sua forza propulsiva: The Walking Dead, oggi, non è una brutta serie. E’ invecchiata male ma sta morendo abbastanza bene, e questo se vogliamo acuisce ancor di più il rimpianto di quel che sarebbe potuta essere. La verità è che probabilmente non è mai stata, davvero, una brutta serie. Anche quando tra la quinta e l’ottava stagione è arrivata ad appesantire in maniera quasi insopportabile la narrazione, in realtà non era davvero brutta. E’ solo che fino alla stagione 4 era tanto semplice quanto qualitativa e meravigliosa, e il peggioramento improvviso – volto ad allungare il brodo e far proliferare milioni di dollari per un tempo superiore al necessario – lo abbiamo subito eccessivamente.

The Walking Dead
The Walking Dead, Terminus: dove la serie è ‘terminata’

La quarta stagione di The Walking Dead si concludeva con un plot twist scenico e d’impatto, come la serie ci aveva ben abituati fino a quel momento.

“Hanno fatto inca**are” le persone sbagliate”, tuonava fiero Rick Grimes intrappolato con i suoi da un gruppo di cannibali fuori di testa in un finto santuario dal nome Terminus. Quello fu letteralmente il punto di rottura tra la The Walking Dead che fu e quella che poi è diventata. Da quel momento in poi, infatti, la serie ha fatto il passo falso più grosso che potesse fare un simile prodotto: rallentare paurosamente il ritmo di narrazione, salvo regalare ogni tanto agli spettatori qualche illusoria puntata pazzesca e sacrificare sull’altare delle emozioni qualche grande personaggio ogni tanto, in maniera a dire il vero abbastanza telefonata.

The Walking Dead non è mai stata solo ritmo e colpi di scena ben fatti, ma di ritmo e colpi di scena ben fatti si nutriva. A essi, accompagnava una sana dose di inquietudine e paura, assolvendo egregiamente il compito di essere anche un horror, col tutto che era condito da una forte e intima concentrazione anche sugli aspetti umani della faccenda, raccontandoci la vita quotidiana di un gruppo di persone costrette a (con)vivere dentro una distopica epidemia zombie. The Walking Dead riusciva a farci sobbalzare sulla sedia, a farci paura, a regalarci incredibili scariche di adrenalina ma al contempo sapeva farci riflettere ed emozionare, senza la pretesa di essere più di quel che era: una serie in cui gli aspetti introspettivi erano prettamente appendice. Una splendida, piena e rumorosa appendice, ma pur sempre appendice. Da un certo punto in poi non è stato più così.

Denise: uno dei tanti, inutili personaggi a cui The Walking Dead ha dedicato infinito spazio per riempire gli spazi

Da un certo punto in poi in fase di sceneggiatura è stato deciso probabilmente un diktat: “Allungate il brodo e concentrate tutto su dialoghi e introspezione. Per riuscirci, mettete in risalto anche personaggi inutili che con solo quelli principali non ce la facciamo. Come dite? Avete finito le idee? Beh inventatevi qualcosa”. Probabilmente questa conversazione non è mai avvenuta, ma da spettatori dato quel che abbiamo visto non ci metteremmo la mano sul fuoco. Vi ricordate, ad esempio, di Denise? La ragazza là sopra in foto. Se la risposta è “No, non ci ricordiamo” tranquilli, è normalissimo. Denise era un medico di Alexandria, personaggio marginalissimo nella quinta stagione a cui a un certo punto, e di punto in bianco, è stata data un’importanza surreale per riempire qualche puntata durante la sesta stagione. Denise è diventata quasi protagonista: in scena c’era sempre lei, scoprivamo cose della sua vita, è stata messa su in quattro e quattr’otto anche un’improbabile love story con Tara. L’obiettivo (mai raggiunto) era quello di farci affezionare velocemente al personaggio, per poi ucciderlo nel giro di 4-5 puntate. Così, però, era stato buttato un pezzo di stagione. Se fosse stata solo Denise, comunque, non ci sarebbe stato granchè problema. Il dramma è che l’effetto Denise è stato riprodotto in serie, con concentrazione su personaggi inutili, privi di carisma e interesse in uno schema ripetuto più volte: approfondimento improvviso del personaggio, protagonismo immotivato, morte cruenta o sparizione nel nulla.

Così, The Walking Dead, ha perso un sacco di tempo inutile, facendo disinnamorare lentamente buona parte del pubblico.

Negan, il re dei Salvatori che sta salvando il finale di serie

A nulla è valso l’avvento di Negan, temutissimo e attesissimo villain principale della serie entrato in scena in un modo spettacolare, salvo poi afflosciarsi pure lui per qualche stagione diventando macchiettistico nonostante l’immenso carisma di Jeffrey Dean Morgan, l’attore che lo interpreta. L’ennesimo specchietto per le allodole di una serie che è rimasta vittima dello stesso andamento lento con cui ha provato ad ammaliare gli spettatori, finendo per addormentarli. Una caratteristica chiave della The Walking Dead che fu (grande) era la coralità: durante le puntate vivevamo le avventure di tanti personaggi, o tutti insieme o divisi in varie situazioni interessanti o pericolose. La The Walking Dead di mezzo, quella delle stagioni 5-8, si è invece trasformata in una serie fastidiosamente spezzettata, dove spesso e volentieri (puntatone illusorie escluse) eravamo costretti a vedere per 50 minuti di episodio solo 2-3 persone che parlavano tra loro di quanto soffrissero e delle loro vite precedenti, di cui sinceramente ci fregava sì ma fino a un certo punto.

La nona e la decima stagione hanno ricominciato a somigliare (fin troppo tardivamente) alle prime 4. Il cambio showrunner si è fatto sentire, e The Walking Dead ha finalmente deciso di smetterla con puntate introspettive su personaggi che duravano da Natale a Santo Stefano ed è tornata a fare quello che sapeva fare tanto bene i primi anni: intrattenere, principalmente, e solo in secondo piano dedicarsi alle parti riflessive e tutto il resto. L’uscita di scena di Rick Grimes sembrava poter segnare la morte della serie, invece è stata la sua resurrezione: il salto temporale di tanti anni avanti si è rivelato una trovata azzeccatissima, e la serie ha ripreso a correre appoggiandosi a qualche vecchia gloria (Carol, Michonne, l’immutabile Daryl) e soprattutto ad alcuni nuovi personaggi carismatici, dalla giovane Judith a, soprattutto, Negan. La trasformazione di un cattivo in buono rappresenta sempre un’opzione interessante di cui molti prodotti televisivi si avvalgono, e il percorso di redenzione di Negan è stato senza dubbio il fiore all’occhiello di una The Walking Dead rinata nelle ultime due stagioni. Peccato che ad accorgersene ci sia poco più della metà della gente che ci sarebbe potuta essere, se non ci si fosse persi in lunghe e noiose stagioni di quasi nulla.

Con una somma di 39,7 milioni di followers tra Facebook e Instagram, The Walking Dead è ancora oggi la serie con più fan al mondo sui social: Game of Thrones ne ha ‘solo’ 26,1 milioni, Stranger Things si ferma a 23,3 e La Casa de Papel a 15, mentre Breaking Bad a malapena ne mette insieme meno di 12 milioni. Qualcuno di voi avrebbe mai detto che The Walking Dead rimane a tutt’oggi la serie con più followers del pianeta, nonostante il suo clamoroso calo di popolarità? Probabilmente no, ed è questo il punto: pensate a cosa sarebbe potuta essere questa serie se solo gli sceneggiatori non avessero deciso di addormentarsi, dilungarsi inutilmente, lasciare spazio a puntate piene di niente.

Ovviamente rimarrà una serie memorabile, perchè c’è stato un tempo in cui fu leggendaria. Un tempo in cui tremavamo tutti già davanti alla sola sigla, consci del fatto che ci avrebbero attesi almeno 45 minuti di assoluta goduria. Era semplicemente qualcosa di totalizzante, capace di saper scatenare nello spettatore qualsiasi cosa lasciandolo elettrizzato e famelico a fine visione. Ed è un peccato che oggi, con la serie che si appresta ad avere la sua ultima stagione, si prospetti per lei una conclusione da una delle tante. Sembra surreale pensare che The Walking Dead stia per salutarci ma, concretamente, non pare fregare più a nessuno. Ovviamente verrà vista da un sacco di gente, ancora una volta: perchè i numeri non mentono e le persone non dimenticano. Non dimenticano ciò che è stato, ma nemmeno dimenticheranno mai ciò che poteva essere. Una serie straordinaria che morirà nel rimpianto di chi non ha saputo prendersi cura di se, diventando tristemente soggetto del suo stesso oggetto di narrazione: una morta che cammina, e che si è trascinata stancamente per troppo tempo.

Scritto da Vincenzo Galdieri

Sostanzialmente scrivo baggianate, ma gli dò un tono talmente epico che a volte rischiano pure di sembrare cose interessanti

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