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Carmy e il Dr. Robby sono il ritratto della pressione contemporanea

Carmy Berzatto e Dr. Robby a confronto

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Ci sono luoghi come il pronto soccorso di The Pitt e la cucina di The Bear in cui il tempo sembra correre veloce, disperatamente inafferrabile, infermabile. Ambienti in cui i secondi, i minuti e le ore prendono possesso della vita di chi li abita senza chiedere il permesso. Ci sono luoghi che sembrano la proiezione labirintica della mente dei protagonisti. Un pensiero di Carmy o del Dr. Robby è un corridoio che si interseca con un altro e un altro ancora, come la casa degli specchi di un luna park. Ogni parete è un riflesso. Svoltato l’angolo la proiezione è sempre lì, davanti a loro, indelebile. Un promemoria per rammentare che non possono sfuggire da quello che sono. Il pronto soccorso e la cucina divengono una scatola chiusa e riflettente, che si deforma a seconda del loro stato d’animo, della loro sofferenza, del peso delle responsabilità.

E poco importa se il mestiere che svolgono è diverso. Se i fornelli e gli utensili del ristorante divengono stetoscopi, bisturi e siringhe. Il caos è lo stesso. La percezione della realtà, anche. Entrambi questi personaggi infatti si trovano a dover dirigere un’orchestra virtuosa ma stonata, in cui ogni elemento vuole far sentire il proprio, individualissimo suono. Un insieme disarmonico dentro al quale Carmy e il Dr. Robby, capitani stanchi e spiegazzati, devono mantenere un briciolo di lucidità per provare a fare la cosa più importante di tutte: ascoltare.

Ascoltare tra un’emergenza e un’urgenza. Tra un trauma irrisolto (la morte di persone importanti per loro), un debito da saldare, l’ennesimo taglio al personale. Entrambi sono chiamati ad assimilare la melodia di ognuno dei colleghi medici e chef, per poi metterla per iscritto in una sinfonia che abbia un minimo di senso e di rara bellezza. Una composizione che risulti funzionale ai clienti, nel caso di Carmy, e ai pazienti, nel caso del Dr. Robby.

Carmy
Credits: Disney+

E intanto – in mezzo a tutto quel frastuono – i due provano a respirare, a ragionare. A riprendere possesso di quei minuti che fanno la differenza ma che scivolano via, per poi ricadere come schegge affilate sulle loro teste. E così, per sfuggire al labirinto di specchi che ingrandisce e disorienta perché obbliga a guardarsi, Carmy si perde nella precisione maniacale di un piatto. Nell’equilibrio tra gli ingredienti, tra i sapori di una pietanza che deve essere a tutti i costi appagante e gustosa, in modo da compensare i problemi personali e le indecisioni.

Quello stesso benessere che il Dr. Robby di The Pitt trova nella cura, nell’assistenza al prossimo che diviene ossessione. Controllare tutto e tutti e contemporaneamente perdere il controllo di sé stessi. Ma siamo davvero sicuri che il perfezionismo sia la soluzione ai mali della nostra epoca? O è piuttosto un modo per lenire le proprie insicurezze e frustrazioni?

Buttarsi nella propria professione per non pensare, per non ricordare, per fingere che vada tutto bene, è la diretta conseguenza di una società impostata sul lavoro come mezzo e fine ultimo dell’esistenza. Carmy e il Dr. Robby potremmo essere noi, chiusi in un ospedale, in un ufficio, in una fabbrica o in un qualsiasi altro luogo che è divenuto alienante a causa dell’aspettativa che gli altri ripongono su di noi. Al senso di colpa che ci attanaglia anche se ci siamo impegnati al massimo. La prestazione ha sostituito la capacità di godersi il tempo presente e in The Bear questo limite cognitivo lo si vede chiaramente. Se un ristorante non ha nessuna stella Michelin deve concorrere per ottenerla. E quando l’avrà guadagnata, ci sarà sempre un ristorante con una stella in più quindi bisogna ricominciare da capo. Correre, innovarsi, competere, guardare sempre avanti, al successo che sembra non arrivare mai.

Il Dr. Robby insieme a un tirocinante
Credits: HBO Max

In The Pitt la pressione della performance è direttamente proporzionale alla diminuzione dei fondi ospedalieri. Se si riduce il budget, ci sono meno professionisti. E se ci sono meno professionisti il carico di lavoro si fa inevitabilmente più pesante e soffocante. Un turno di otto ore diventa di quindici, senza neanche più chiedersi se sia giusto o sbagliato accettarlo. Carmy e il Dr. Robby rappresentano l’assuefazione, la passione tramutata in dipendenza. Senza quel lavoro non si esiste. Senza un mestiere non si è nessuno. Si è invisibili. Non è forse questo uno dei grandi pericoli contemporanei? La convinzione morbosa che l’identità e la professione siano la stessa cosa? Per inseguire questa idea Carmy ha rinunciato alle relazioni e a una vita privata soddisfacente.

Intanto, a qualche miglio di distanza, il Dr. Robby nel corso della prima stagione di The Pitt decide di affrontare l’anniversario della morte del suo mentore recandosi proprio nell’ultimo posto dove dovrebbe essere, cioè nel pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center. Entrambi camminano su un filo sottilissimo perché sostanzialmente, a entrambi, manca un equilibrio spazio lavorativo-spazio personale che molti di noi sperimentano quotidianamente.

Arrivati a questo punto però emerge un ulteriore dilemma. Infatti, nel momento in cui la consapevolezza di un’esistenza inquinata si fa strada nelle menti dei due protagonisti, ecco che le pareti a specchio del pronto soccorso di The Pitt e della cucina di The Bear si frantumano improvvisamente, aprendosi alla dimensione del panico. Una stanza nerissima, non più riflettente ma opaca, in cui i pensieri ricorrenti di Carmy e del Dr. Robby su ciò che è accaduto nel loro passato diventano scosse elettriche incontrollate. Chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico conosce bene la sensazione. Una mano stringe la gola, i polmoni non collaborano, il cuore rimbomba nelle orecchie, le idee sono confuse e irrazionali. L’ansia è un campanello d’allarme naturale che ci avverte di una minaccia prima ancora che ne prendiamo coscienza.

È uno strumento tramite il quale comprendere il problema e cambiare. È il punto di rottura, il tempo che si ferma. Passano due minuti oppure due ore. Non lo sappiamo. L’unica certezza, l’unica via d’uscita dalla stanza nera è quella di buttarsi nuovamente nella stanza a specchi. Ritornare al punto zero, al riflesso che – mentre la vita scorreva – si è spezzettato e poi ricomposto. I volti di Carmy e del Dr. Robby appaiono sulla superficie. Non più ammaccati ma definiti, limpidi, rilassati. Un altro turno è finito e gli schiamazzi di sottofondo – i pianti e le liti – si sono dissolti. Al loro posto c’è un suono dolce e soave. L’orchestra funziona, basta solo ricordare a sé stessi di respirare, di vivere il presente, di esserci.