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A proposito di The Pitt e della catarsi del picchio.
Sono seduta davanti al computer in questa rigida mattina mentre il mio sguardo si perde al di là della finestra, nel volo indaffarato di una coppia di Picchio Rosso Maggiore che vive tra il Cedro del Libano del mio giardino e quello della casa del vicino. Inseguire con gli occhi questi meravigliosi uccelli mi riporta alla mente il periodo pandemico – quello in cui l’essere umano ha patito le conseguenze di un virus inaspettato – mentre la natura andava avanti nel suo ciclo stagionale, indifferente alle nostre sofferenze e alle nostre preoccupazioni. I Picchi erano lì – proprio come oggi – a scavare insistentemente il tronco in cerca di cibo insieme ad altri animali che hanno fatto capolino durante settimane per noi difficili e imprevedibili, come a ricordarci che c’è sempre un risvolto testardamente vitale, tenero. Anche quando tutto sembra inevitabilmente mortale.
Ma perché vi parlo di tutto ciò? Perché questa sorta di riflessione catartica rappresenta il punto di contatto, la scintilla, tra una serie del passato come E.R. e il neo medical drama The Pitt.
Andare avanti, nonostante tutto. Convincere una fan sfegatata (e intransigente) del cult anni ’90 come la sottoscritta non era un’impresa semplice. Inizialmente, prima della sua fruizione, consideravo The Pitt una mossa banale e maldestra per risvegliare l’effetto nostalgia in una certa fetta di pubblico, mettendo il volto di Noah Wyle ancora una volta dentro alle pareti di un pronto soccorso. Ritenevo il nuovo prodotto HBO un po’ troppo vicino al medical più amato della storia delle serie tv. Sono stata severa, me ne rendo conto. E piena di pregiudizi.
Tuttavia, dopo aver visto la prima stagione di The Pitt (qui la nostra recensione del finale) cos’altro posso dire se non che mi sbagliavo? Tremendamente e goffamente, ma grazie al cielo ho recuperato. Merito anche di quella coppia di Picchi, miei insostituibili vicini di nido, che inconsciamente mi hanno indicato la strada giusta.

Sapevo, infatti, tramite indiscrezioni del web che The Pitt aveva, tra le altre cose, messo in scena quel momento di instabilità collettiva iniziato in un’altra gelida giornata del febbraio 2020.
noltre conoscevo a grandi linee il ritmo dei quindici episodi, scanditi da un’ora spaccata di turno per episodio. Una grande novità rispetto a E.R. e una scelta narrativa riuscita alla perfezione. Guardando The Pitt inoltre ci rimane incollato addosso quel miscuglio di umanità e claustrofobia così ampiamente sviluppato nella serie anni ’90, e che noi fan conosciamo a menadito.
Un moto oscillatorio continuo tra impegno e impotenza, malattia e guarigione, disperazione e salvezza. In The Pitt – come in E.R. – si tenta e si ritenta, si lascia aperto uno spiraglio di possibilità anche quando tutto sembra tirare controvento. Si corre, si piange dentro a uno stanzino – di nascosto – si sta con il fiato sospeso, si fa uno spuntino quando e se si ha tempo, si attendono esiti, cifre, telefonate.
Intanto, mentre tutto questo, accade noi spettatori ci sentiamo esattamente come trent’anni fa.
Siamo anche noi parte di quella squadra un po’ indisciplinata ma talentuosa, capitanata dall’esperienza e dalla risolutezza del Dr. Robby. Siamo lì, seduti in sala d’attesa o in piedi accanto a uno dei tirocinanti che per la prima volta nella vita deve trovare il coraggio di rianimare un paziente in arresto cardiaco da tanti, troppi minuti. Quanti di noi hanno provato le stesse identiche emozioni di quando avevamo di fronte a noi il Dr. Greene e la sua equipe altrettanto caotica, ma empatica e umana in ogni singola cellula del corpo? E poi, vogliamo parlare della prestazione del cast? Eccezionale. Corale e individuale allo stesso tempo.

Ogni personaggio, in E.R. come in The Pitt, è prima di tutto una persona.
Nome, cognome, storia personale e storia professionale. Non si è solo dottori o infermieri con una targhetta appuntata sul camice. Si è Dennis Whitaker, Trinity Santos, Frank Langdon, Michael Robinavitch e così via. Come prima, trent’anni or sono, si era John Carter, Mark Greene, Peter Benton, Susan Lewis.
C’è poi un altro ponte che collega E.R. a The Pitt – giusto, necessario, da mettere in primo piano – ed è la critica legata al sistema sanitario americano che, a seguito della pandemia di Covid, sembra essere in difficoltà come non mai. Le parole di rabbia e di sconforto diffuse efficacemente dal Dr. Robby in alcuni discorsi sono sovrapponibili a quelle dette dal Dr. Kovac e da altri medici di E.R. Le abbiamo sentite e risentite, eppure siamo ancora qui.
Alcune malattie sono cambiate, così come il contesto sociale e i mezzi tecnologici per curare i malati, ma certe cose non lo fanno mai. Purtroppo.
Con tutto quello che avremmo potuto ereditare dagli anni ’90, i tagli al personale ospedaliero e alle cure in funzione del portafoglio sarebbe stato meglio risparmiarceli. Ma così è e il realismo di The Pitt ce lo ricorda come una goccia che cade regolarmente sulla nostra testa fino a scavarne la coscienza.

Inoltre, mentre l’epoca E.R. terminava, gli States hanno affrontato la piaga della dipendenza da psicofarmaci, anche tra i più giovani. Un circolo vizioso in cui anche un medico acuto e responsabile può finire imprigionato, suo malgrado. Questa situazione, tanto drammatica perché sembra essere inarrestabile, durante le puntate di The Pitt viene sezionata in ogni suo più piccolo tassello. Allo stesso modo in cui E.R. aveva messo in luce i problemi, spesso relazionali e discriminatori, di chi ai tempi aveva contratto l’AIDS.
Insomma, come avrete capito da queste righe, di The Pitt ho amato tutto.
I protagonisti e Noah Wyle (certo, non lo avevo ancora osannato ma la sua performance e il suo Emmy parlano da soli). E poi le storie dei pazienti, il ritmo della narrazione, la critica tagliente e intelligente al welfare e ai problemi strutturali della società, i dialoghi, l’assenza di una colonna sonora (anche questa un’altra differenza con E.R. che ho apprezzato non poco). E quale insegnamento abbiamo tratto, in fondo, da queste due grandi serie tv? In prima battuta che bisogna sempre tenere accanto a sé un pacchetto di fazzoletti di carta mentre si stanno seguendo gli episodi.
In secondo luogo, che anche noi come il Dr. Greene, il Dr. Robby e le altre persone (poi personaggi) dei due show, dobbiamo avere la forza e la determinazione di andare avanti nonostante tutto. Nonostante la morte che può circondarci in alcuni tratti della nostra vita. Nonostante le ingiustizie quotidiane, lo stress lavorativo, le disfunzioni famigliari. Dobbiamo essere testardamente tenaci, seguire il ciclo vitale senza remare contro a ogni costo. Come i Picchi del mio giardino, in attesa del sole e del profumo della Primavera.






