1) Robby Robinavitch

È innegabile: in questa seconda stagione Robby è diventato un personaggio divisivo. A un certo punto ha riversato la propria frustrazione sugli altri, trattandoli quasi sempre nel modo peggiore. Una deriva impossibile da ignorare, che ha inevitabilmente incrinato il ricordo positivo lasciato dalla prima stagione. Ma c’è un punto fondamentale che va chiarito: Robby è un antieroe. Fa del bene, continuamente. Ma il suo passato lo ha segnato così a fondo da renderlo autodistruttivo e, di riflesso, distruttivo anche verso chi lo circonda. Si sovraccarica, non si ferma mai, e soprattutto evita di affrontare se stesso. Anche la scelta del periodo sabbatico, per quanto legittima, diventa una fuga, un modo per rimandare ciò che non riesce a gestire.
Nel corso di questa stagione lo abbiamo visto prendere decisioni anche corrette, ma sempre a partire da una frattura interiore fatta di contraddizioni, fragilità e conflitti irrisolti. Il medico e l’uomo convivono dentro di lui in uno scontro continuo, tentando di prevalere l’uno sull’altro. Uno scontro che persiste perché Robby non affronta mai davvero il nodo centrale, impedendo a queste due identità di fondersi.
È comprensibile che oggi molti spettatori fatichino a provare empatia per lui. Ma proprio questa divisione, questa insofferenza, persino questa delusione, rappresentano la prova più evidente della forza della sua scrittura. Robby è stato costruito con una tale profondità da mettere il pubblico in crisi, costringendolo a confrontarsi con ogni sua ombra e ogni sua luce. Ed è esattamente qui che risiede la sua grandezza.





