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C’è una forma di impazienza che definisce la serialità contemporanea. Non è sempre evidente, ma influenza profondamente il modo in cui guardiamo le serie. Consumiamo una stagione in pochi giorni, reagiamo quasi in tempo reale e formuliamo giudizi definitivi con una rapidità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Promossa o bocciata, riuscita o dimenticabile: il destino critico di uno show sembra spesso deciso nel giro di un fine settimana. In questo contesto, le comedy partono già svantaggiate, perché la comicità televisiva raramente è progettata per l’impatto immediato. Funziona invece per accumulo, per familiarità progressiva, per un rapporto emotivo che cresce episodio dopo episodio. È proprio per questo che il dibattito destinato a nascere intorno a The Paper, su NOW, rischia di poggiare su una domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci se funzioni subito, ma se stia costruendo le condizioni per funzionare nel tempo.
The Paper, come ogni nuova workplace comedy, viene inevitabilmente confrontata con un modello ormai diventato quasi mitologico: The Office (qui un focus su Creed). Più che una semplice sitcom di successo, è stata un vero spartiacque culturale, capace di ridefinire la grammatica della comicità televisiva moderna e di rendere il formato mockumentary accessibile al grande pubblico. Il problema dei classici, però, è che col passare degli anni tendono a diventare retrospettivamente perfetti. Ricordiamo le stagioni migliori, i personaggi iconici, le battute entrate nell’immaginario collettivo. Molto meno presenti sono le esitazioni iniziali, le rigidità, quella sensazione di trovarsi davanti a un organismo narrativo ancora in cerca della propria forma. Eppure anche le serie che oggi consideriamo intoccabili hanno attraversato fasi di assestamento. Guardare al passato conoscendo già il risultato finale produce una distorsione inevitabile e dimentichiamo che anche i classici sono stati, all’inizio, cantieri aperti.

Greg Daniels suggerisce un’ambizione autoriale
Daniels non è soltanto uno showrunner esperto, ma uno di quei creatori che hanno dimostrato di saper costruire universi comici destinati a evolversi nel tempo. Accanto a lui, Michael Koman porta una sensibilità più contemporanea, legata a una comicità osservazionale capace di trasformare le microassurdità del quotidiano in materiale narrativo. Questa combinazione lascia intuire che The Paper non nasca come semplice operazione nostalgica, ma come tentativo di espandere un linguaggio familiare senza limitarsi a replicarlo. Tuttavia, l’eredità resta un’arma a doppio taglio. Più un predecessore è amato, più il confronto diventa immediato e, spesso, prematuro.
La prima stagione di una comedy è quasi sempre un territorio sperimentale. È il momento in cui gli autori testano dinamiche, comprendono quali personaggi funzionino davvero e ricalibrano gli equilibri interni al racconto. Molte intuizioni decisive emergono soltanto dopo aver visto gli attori interagire sullo schermo, perché la scrittura televisiva è un processo adattivo, non un progetto immobile. Pensare che una sitcom possa presentarsi pienamente formata fin dal primo episodio significa ignorare questa natura evolutiva.
Un esempio illuminante resta Parks and Recreation (ecco un focus sulla politica nella serie), oggi ricordata come una delle comedy più calorose e ottimiste della sua generazione ma inizialmente percepita come incerta, ancora troppo legata ai modelli precedenti e indecisa nel definire il proprio tono. Solo col tempo la serie ha ammorbidito i personaggi, ridefinito le relazioni e trasformato quella che sembrava una semplice premessa comica in un universo emotivo riconoscibile. È in quel passaggio che una sitcom come The Paper smette di inseguire la risata immediata e comincia a costruire familiarità, il vero motore della comicità duratura.
Una comedy come The Paper non si limita a far ridere
Ebbene, uno show come questo diventa un luogo mentale in cui lo spettatore torna volentieri. Ma perché questo accada servono elementi che nessuna prima stagione può garantire completamente. Il primo è la chimica tra gli interpreti, qualcosa che non può essere pianificato fino in fondo. Puoi scegliere attori di grande sensibilità come Domhnall Gleeson, ma la vera alchimia emerge soltanto con il tempo, quando i performer imparano a respirare insieme e i dialoghi iniziano a suonare naturali. Anche il ritmo (qui le serie con più ritmo) comico richiede una lunga fase di calibrazione: ogni writers’ room deve capire dove accelerare, dove fermarsi e dove lasciare spazio al silenzio. Infine c’è l’identità tonale, forse la sfida più complessa.
Non basta stabilire se una serie faccia ridere. Bisogna comprendere che tipo di risata stia cercando, se punti sull’imbarazzo, sulla tenerezza, sulla satira o su una forma più malinconica di umorismo. Queste coordinate non nascono nel pilot di The Paper, ma si definiscono lungo una stagione e continuano spesso a evolversi anche oltre. Il cambiamento più significativo degli ultimi anni riguarda però lo spettatore. L’era dello streaming ha trasformato chi guarda in un analista permanente. Valutiamo immediatamente, confrontiamo compulsivamente e proviamo a prevedere il destino di uno show dopo pochi episodi. È una forma di iperconsapevolezza critica che, paradossalmente, riduce la pazienza.
Un tempo molte sitcom crescevano quasi in sordina, mentre oggi ogni debutto è un evento e ogni flessione sembra una condanna. Così la lentezza viene facilmente scambiata per debolezza, quando nella comedy è spesso un segnale di costruzione. Il confronto diretto diventa allora la trappola più insidiosa, perché la domanda dominante — “è all’altezza?” — presuppone che il valore coincida con la somiglianza. Le grandi comedy (cosa ci manca per apprezzarle?), invece, diventano tali proprio quando smettono di assomigliare a qualcosa.

È vero che le grandi Serie “si capiscono subito”?
Sicuramente, quest’ultima è una semplificazione che nasce da una distorsione retrospettiva, guardando il passato sapendo già come è andata a finire. Pretendere edifici già completi significa chiedere prodotti finiti invece di opere vive. Per questo la distinzione più utile non è tra serie riuscite e serie fallite, ma tra fotografia e traiettoria. Una prima stagione è una fotografia, invece una grande sitcom è una traiettoria. La critica più fertile non stabilisce se una serie sia già grande, ma prova a capire in che direzione stia andando: se stia affinando i personaggi, correggendo il tiro, trovando un linguaggio capace di sostenerla negli anni.
Invitare alla pazienza non significa abbassare gli standard né giustificare ogni incertezza di The Paper, ma alcuni generi possiedono una curva di maturazione più lunga. Una comedy mediocre resta tale anche dopo molte stagioni, ma una potenzialmente grande può sembrare soltanto discreta all’inizio. La differenza risiede nel potenziale evolutivo, ed è proprio questo che va osservato prima di emettere una sentenza definitiva. Quando una sitcom funziona, non si stanno più osservando dei personaggi, ma si sta tornando da loro. Le battute ricorrenti diventano rituali, i tic comportamentali generano affetto, le dinamiche diventano familiari.
Forse oggi concedere tempo a una serie è un gesto più radicale di quanto sembri. Viviamo in una cultura dello scarto rapido, dove ciò che non entusiasma subito viene sostituito senza esitazione. Ma alcune storie chiedono permanenza. Se The Paper riuscirà a trasformarsi in una comedy memorabile lo scopriremo solo attraversando le sue inevitabili fasi di assestamento. Se invece non troverà mai una voce autonoma, sarà il tempo stesso a renderlo evidente. In entrambi i casi, una sentenza dopo una sola stagione direbbe probabilmente più della nostra impazienza che della reale natura della serie. Perché si sa, le comedy migliori non nascono tali. Lo diventano.


