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La convalescenza del dolore in The Leftovers

The Leftovers

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Leftovers.

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In The Leftovers il dolore non entra mai in scena con fragore, perché non è un’esplosione, né un urlo. È qualcosa che abita le stanze, si infila tra i corridoi della case, resta appeso negli sguardi.

All’inizio della serie la tragedia è già avvenuta e il mondo non sta crollando: è già crollato. Quello che vediamo è ciò che resta, ciò che sopravvive. Ed è proprio lì che The Leftovers (disponibile su HBO Max) trova il suo centro: non nel trauma, ma nella sua lunga, estenuante convalescenza. Il 14 ottobre ha portato via il 2% della popolazione mondiale. Persone svanite nel nulla, senza una spiegazione, senza un addio. Ma tre anni dopo, a Mapleton, la vita sembra andare avanti. I bambini vanno a scuola, i negozi aprono, le famiglie si riuniscono attorno a tavoli che hanno un posto vuoto in più. Tutto funziona, tutto è in ordine. Eppure niente è davvero guarito.


The Leftovers racconta più di questo: il momento in cui il dolore non è più emergenza, ma routine.

Quando non si muore più per la ferita, ma si impara a vivere con la cicatrice.

Kevin Garvey cammina per le strade della sua città come un uomo che tiene insieme i pezzi con lo scotch. Capo della polizia, volto dell’autorità, Kevin è uno di quelli che cercano disperatamente di far finta che esista ancora una normalità da difendere. Il suo dolore non ha un nome preciso, non è legato a una persona scomparsa. È più subdolo: è la perdita di senso. La sensazione che il mondo abbia smesso di seguire regole comprensibili. Kevin reagisce come può: controlla, razionalizza, nega. Ma più tenta di tenere tutto sotto controllo, più la realtà gli sfugge di mano. La sua non è una guarigione, ma una continua ricaduta: ogni volta che sembra essersi stabilizzato, qualcosa lo trascina di nuovo nel caos.

Kevin non supera il dolore: lo attraversa, lo subisce, ci convive

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Credits: HBO

Nora Durst, invece, vive in una ferita che non si è mai chiusa. Ha perso tutto in un istante: marito e figli, cancellati dalla sua vita senza lasciare traccia. Il suo dolore non ha sfumature, non conosce tregua. Nora non cerca spiegazioni cosmiche, non si rifugia in una fede improvvisata. Il suo modo di reagire è restare: restare nel ricordo, restare nella mancanza, restare nel dolore. Anche quendo questo significa infliggersi ulteriore sofferenza. Ogni suo gesto è una forma di resistenza contro l’oblio. Nora non vuole guarire, perché guarire significherebbe tradire. La sua convalescenza non è un percorso verso la pace, ma verso una forma di sopravvivenza consapevole: imparare a vivere sapendo che il vuoto non verrà mai colmato. Intorno a loro, The Leftovers costruisce un mondo popolato da reazioni estreme e fragili allo stesso tempo.

I Guilty Remnant fumano in silenzio, vestiti di bianco, come fantasmi che rifiutano di andare via. Per loro ricordare è un dovere, dimenticare una colpa. Non parlano perché il linguaggio, per loro, è già una forma di consolazione, e la consolazione è una menzogna. Sona la materializzazione del lutto che si rifiuta di evolvere, che resta fermo nel momento della perdita. Non cercano la guarigione, ma la testimonianza, perché loro esistono per ricordare agli altri che nulla è tornato normale.

Dall’altra parte ci sono i culti, le nuove religioni, le narrazioni salvifiche che promettono un senso, una spiegazione, una redenzione. Tentativi disperati di trasformare il dolore in destino, l’assenza in progetto. Ma anche queste risposte si sgretolano sotto il peso della realtà. The Leftovers non prende posizione, ma osserva, e racconta. Mostra come ogni essere umano, di fronte a una ferita che non si rimargina, costruisca il proprio modo di sopravvivere.

La serie non crede nella guarigione totale, ma nell’adattamento.

Credits: HBO

Crede nella fatica quotidiana di continuare a vivere in un mondo che ha perso le sue fondamenta. Il dolore non se ne va, cambia forma. Diventa meno acuto, forse, ma più profondo. Si sedimenta, diventa parte dell’identità. È questo che rende The Leftovers una storia di convalescenza eterna: nessuno dei suoi personaggi torna mai davvero “prima”. Esiste solo un “dopo” da abitare. Quando la serie si sposta a Jarden, la “città miracolosa”, sembra aprirsi uno spiraglio. Un luogo in cui nessuno è scomparso, un’eccezione. Ma anche qui il dolore trova il modo di entrare. Jarden non è un rifugio, è un amplificatore: le persone arrivano con la speranza di guarire, ma scoprono che il dolore non è qualcosa da cui si può fuggire cambiando luogo. La convalescenza non conosce scorciatoie, non esistono spazi immuni dalla perdita, solo contesti diversi in cui imparare a portarla.

The Leftovers si concentra sulle storie, su ciò che scegliamo di raccontarci per andare avanti. Il mistero della Partenza resta tale, perché non è mai stato il vero centro della serie. Ciò che conta è come i personaggi decidono di convivere con l’assenza. Non eliminandola, ma integrandola. Accettando che alcune ferite non si chiudono, ma possono essere attraversate insieme a qualcun altro. The Leftovers è, in fondo, il racconto di questo: di un’umanità che non guarisce mai del tutto, ma continua a vivere lo stesso. Che impara a camminare con una zoppia emotiva permanente, che accetta la fragilità come condizione. Il dolore per le persone scomparse c’è sempre, ma viene raccontato nel suo tempo lungo, nel suo adattarsi alle forme della quotidianità. Nella sua convalescenza.