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The Killing – Oscuro dolore, straziante mistero

Gli ultimi istanti di libertà, gli ultimi minuti di vita di Rosie Larsen sono una lotta senza speranza di successo. La vittima che corre disperata nel tentativo vano di sfuggire al suo assassino, la detective che segue inconsapevole lo stesso percorso, nella speranza anch’essa irreale di trovare un rifugio. Così si apre The Killing, con il buio e il mistero, in una corsa frenetica che vede contrapporsi le due figure attorno alle quali ruoterà – almeno per le prime due stagioni – l’intera narrazione; Rosie Larsen, diciassettenne scomparsa e ritrovata morta affogata in un auto ripescata dalle acque glaciali che circondano Seattle e Sarah Linden, detective della omicidi la cui vita è una costante fuga dal vuoto che prende il sopravvento sulla sua anima. Sarah e Rosie, i cui percorsi sembravano destinati a non incontrarsi mai, ma che la morte lega senza possibilità di scampo.

L’atroce fine della breve vita di Rosie Larsen è un mistero da risolvere, è l’Omicidio (il “The Killing” del titolo, di qui vi abbiamo parlato qui) attorno a cui si costruisce una narrazione complessa, che sfugge alla soluzione semplicistica della classica indagine poliziesca per dare spazio al lutto, alle sue implicazioni emotive, sociali, politiche, per sottolineare la straziante realtà di un mondo che senza Rosie non sarà mai più lo stesso. Perché il mistero verrà infine risolto, ma il dolore non scomparirà mai, gli equilibri sono stati ormai sconvolti, per sempre.

the killing

“The Killing” è un viaggio che promette di portarci a destinazione, tacendo però che per arrivarci prenderà la strada più lunga, quella che nessuno sceglierebbe mai di intraprendere. Eppure, giunti al termine, capiamo che era quella giusta, l’unica che avremmo voluto percorrere.

Le indagini di Linden (Mireille Enos) e del suo nuovo partner Stephen Holder (Joel Kinnaman) non assomigliano a quelle che la televisione ci ha abituati a conoscere. I due vagliano ogni possibilità, si muovono incerti eppure senza mai indietreggiare nell’intricata tela di un omicidio che sembra coinvolgere una città intera, che smuove le fondamenta di una società ipocrita e avida, nella quale nessuno si nasconde mai del tutto, perché nulla sembra essere davvero condannabile. Non sfuggono alla moralità decadente della Seattle descritta da “The Killing” nemmeno i due protagonisti, Sarah con la sua incapacità di formare legami che la porta a essere una mina vagante all’interno della vicenda – come rappresentato metaforicamente dalla sua assenza di un domicilio fisso, di quel qualcosa che rende un luogo casa e una persona reale, palpabile – e Stephen con i demoni di un passato che abbandona a fatica, una solitudine schiacciante e totalizzante che lo porta a riversarsi interamente nell’indagine attorno all’omicidio di Rosie Larsen.

Sarah Linden e Stephen Holder, anime perse, detective fallibili, compagni involontari per una vita intera.

The Killing ruota intorno alla morte e alla sua accettazione, alla spasmodica ricerca di una verità che possa dare pace a chi dall’assenza non si riprenderà mai più. Linden e Holder sono i protagonisti di questa ricerca, che li esaspera e li avvicina l’uno all’altra, li porta a doversi fidare ciecamente di qualcuno per la prima volta, mentre perdono ogni contatto con la realtà, assorbiti totalmente da un’indagine che procede lentamente, ma che è totalizzante e imprevedibile, tanto da non lasciare spazio a nessun altro aspetto della loro esistenza.

E così ci ritroviamo insieme a loro a destreggiarci in un mondo che, crudele, non sembra lasciare entrare nemmeno uno spiraglio di luce. Vediamo la famiglia Larsen che dopo la morte della figlia cade a pezzi, una madre che non si sente più tale, un padre divorato dai sensi di colpa e dal desiderio di vendetta, due bambini che portano sulle spalle il peso di essere quelli rimasti e di non essere abbastanza. Osserviamo la galassia di personaggi che in un modo o nell’altro ruotavano intorno a Rosie e ci troviamo a chiederci quale sia stato il loro ruolo, che maschera stanno indossando, che cosa stanno cercando di nascondere a se stessi, agli altri, a noi. The Killing scava in profondità, vaglia ogni opzione, esplora tutte le conseguenze strazianti e inaspettate della morte violenta di una ragazza che voleva soltanto trovare il suo posto nel mondo, ma che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato e ha visto tutto il suo futuro andare in fumo.

Seguiamo le indagini di Linden e Holder e vorremmo che procedessero più lineari, che trovassero meno silenzi, meno vicoli ciechi, meno ostacoli invalicabili. Abituati alla narrazione dal ritmo frenetico del canonico crime seriale, quasi desideriamo che qualcosa accada, un colpo di fortuna inaspettato oppure un’intuizione geniale o persino una confessione improvvisa. The Killing tuttavia rifugge simili stratagemmi, non accetta che la risoluzione dell’omicidio diventi l’unico punto focale della narrazione, impone allo spettatore di fermarsi e osservare ogni più piccola implicazione della morte senza risposte, senza volerne fornire alcuna prima del tempo. Una serie tanto coraggiosa da inserire addirittura un episodio filler del tutto incentrato sulle dinamiche relazionali dei due protagonisti a ridosso di un finale di stagione, quando ormai lo spettatore pensa di non volere altro che risposte. Eppure nessuno si è lamentato di questa pausa forzata dalle indagine del caso Larsen, perché ormai lo abbiamo capito, The Killing è così, è un crime che ambisce a travalicare i confini del genere, a regalarci personaggi memorabili piuttosto che colpi di scena sconvolgenti.

The Killing

The Killing non è una serie crime canonica (e nemmeno le altre splendide serie di cui vi abbiamo parlato qui), non cerca soluzioni facili, è lenta, dolorosa, palpabilmente reale. Non mancano colpi di scena inaspettati e senza dubbio ci saranno momenti in cui vi terrà incollati allo schermo, ma questa componente più tradizionale della struttura thriller della serie creata da Veena Sud è quasi marginale, è il contraltare degli sconvolgimenti psicologici e relazionali legati alla morte, alla scomparsa e alla violenza che caratterizzano l’intero sviluppo di The Killing. La risoluzione dell’omicidio è il pretesto per esplorare il dolore che lo accompagna, per testare i limiti dell’essere umano davanti al trauma dell’assenza. Perché The Killing è un canto straziante, ma necessario, che ci ricorda quanto a fondo può andare l’uomo e quanto velocemente, caparbiamente può risalire. È la storia di chi cerca una casa, un porto sicuro persino nei momenti di tempesta, è il racconto di Linden e Holder che pensano di essere destinati a non sentirsi mai compresi e invece si ritrovano inaspettatamente in due, ancora l’uno dell’altro, capaci così di risolvere non soltanto un omicidio all’apparenza impossibile da decifrare, ma soprattutto di trovare le risposte che cercavano da tutta la vita.

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Scritto da Chiara Bresciani

Divoratrice di storie e aspirante Rory Gilmore.
Nella vita a volte guardo serie tv e a volte leggo, se mi avanza tempo studio politica e media. Mi piace dare la mia opinione quando è richiesta, ancora di più quando non lo è.

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Ann Dowd, una delle migliori attrici secondarie degli ultimi 20 anni