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The Hot Zone: l’uomo non è pronto a un virus del genere

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The Hot Zone, miniserie tv trasmessa da National Geographic è tratta dall’omonimo romanzo del 1994 di Richard Preston. È composta da sei puntate ed è prodotta, tra gli altri, da Ridley Scott (al lavoro anche su un’altra serie tv, qui i dettagli).

La vicenda narrata parla della diffusione del virus Ebola negli Stati Uniti d’America e delle ricerche di un gruppo di studiosi che tentano di impedire il contagio.

Il virus fa la sua comparsa negli anni ’70 nell’attuale Repubblica Democratica del Congo e si dimostra fin da subito violento e contagiosissimo.

Prospera tra le scimmie e nei pipistrelli della frutta, ma è contagioso anche per gli uomini: il primo focolaio si scatena nel 1976 e il paziente zero è un uomo di nome Mabalo Lokela, maestro di scuola di 44 anni.

The Hot Zone

I sintomi che i pazienti presentano variano da febbre, mal di gola, dolori muscolari, mal di testa, quindi, in linea teorica, sintomi facilmente riconducibili a una banale influenza (e quindi potenzialmente trattati con superficialità). In seguito, però, compaiono nausea, vomito e diarrea, insieme a gravi problemi epatici e renali. In questo stadio possono comparire delle emorragie, interne o esterne. A questo punto, il rischio di morte è già elevatissimo.

Fin da subito, in The Hot Zone, è chiaro che l’uomo non è pronto a contrastare un’epidemia del genere: non vengono prese misure di prevenzione, mascherine, guanti, e il paziente zero starnutisce sangue addosso ai dottori. Nessuno si rende conto dell’effettiva minaccia che questa malattia costituisce.

Ciò che rende il virus Ebola particolarmente letale è la facilità di contagio: basta entrare in contatto con sangue e fluidi di un animale infetto. In più, se un umano è infetto può infettare chiunque. Un ulteriore problema di questa malattia è la sua tenacia: il virus rimane in circolazione nello sperma ben due mesi dopo la guarigione del paziente.

The Hot Zone

Non esiste cura per il virus Ebola: ci si può limitare solo a reidratare i pazienti.

The Hot Zone ha un cast di tutto rispetto. Tanto per citare alcuni attori: Julianna Margulies nei panni della protagonista Nancy Jaax, Noah Emmerich in quelli del marito Jerry Jaax e Liam Cunningham è Wade Carter, il mentore della dottoressa Jaax.

Il tema trattato è di scottante attualità, perché il virus non è ancora stato debellato e, ad oggi, si sta ancora cercando un vaccino.

La narrazione si svolge su due piani spazio temporali: il 1989 in America, dove la ricercatrice Nancy lavora presso lo United States Army Medical Research, e gli anni ’70 in Africa con protagonista il rinnegato e appassionato ricercatore ribelle Wade Carter.

Su queste basi, The Hot Zone parte con le migliori premesse.

Purtroppo, però, la miniserie scade ben presto nel medical drama e si porta lontana anni luce da una docuserie realistica e ben realizzata su fatti di cronaca come la recente Chernobyl. Vengono forniti troppi dettagli medici a scapito della valorizzazione dei personaggi e tutto è troppo drammatico e, in un certo senso, filmico.

miniserie

Certo, si fa in modo di tenere lo spettatore sul filo del rasoio con quelli che non si possono non definire jump-scare veri e propri e dettagli da horror splatter, ma che sono poco funzionali alla storia in sé per sé. Non c’è una grande empatia con i personaggi, vuoi anche a causa dei dialoghi spesso deboli e dal mancato approfondimento delle figure che dovrebbero rendere questa storia interessante.

Il virus Ebola si diffonde quando ci dimostriamo amore.

Sì, certo, il contagio è facile, ma qui l’amore c’entra poco o niente.

Il cast ce la mette tutta, specialmente Liam Cunningham che è come sempre bravissimo, eppure c’è qualcosa che manca a The Hot Zone per farle fare quel passo in più. Un tema così complesso avrebbe meritato una scrittura più approfondita e sfaccettata.

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Written by Bruna Martinelli

Laureata in lingue e letterature straniere, impiegata, moglie e mamma felice. Appassionata di serie tv, viaggi, musica, cucina. Scrivo di tutto, da sempre, per tutti. Non prendetemi mai sul serio, non lo sono quasi mai.

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