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10 Serie Tv che hanno affrontato il tema della morte in maniera originale

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Attenzione: possibili spoiler su The Good Place, The Leftovers, Six Feet Under, Pushing Daisies, Dead Like Me, Drop Dead Diva, The Haunting of Hill House, Russian Doll, After Life, Upload

Non oggi. È la risposta da dare alla morte che Arya Stark, protagonista di Game of Thrones, impara da Syrio Forel. Un motto che spinge a combattere per salvarsi la pelle, ma che dà anche l’idea di voler sfuggire a qualcosa di grande, oscuro, ma inevitabile. Perché la morte, per quanto tematica logicamente angosciante e densa di un carico di sofferenze, lutto, lacrime e crisi, resta indissolubilmente legata alla vita come altro lato della sua medaglia. E, in un certo senso, non possiamo ignorarla più di tanto. Questo si riflette nelle serie tv che guardiamo, perché anche quando non ci troviamo davanti una produzione che fa della morte una delle proprie tematiche principali, c’è sempre un personaggio che muore, un protagonista che soffre per un lutto. Succede in modalità e pesi differenti, tra serie tv che fanno di morti atroci e improvvise quasi un cavallo di battaglia e altri show in cui il lutto è più marginale. Ma sapete qual è, probabilmente, la cosa più difficile? È parlare davvero di morte, renderla fulcro della narrazione, centro della riflessione. Perché per quanto quotidiana, la morte resta qualcosa di inafferrabile e di difficile comprensione. E se parlare di tutto ciò è complicato, farlo in modo originale è ancor più complesso. Eppure, ci sono delle serie tv, una fra tutte The Good Place, ma non solo, che ci sono riuscite alla grande. Scopriamone 10, una per una.

The Good Place

The Good Place

Come già citato nell’introduzione, The Good Place è uno degli esempi più calzanti perché non solo tratta la tematica della morte in maniera originale, ma è anche lei stessa originale se messa a confronto con altre serie tv comedy. Ideata da Michael Shur e composta da 4 stagioni, The Good Place si è distinta fin da subito per la qualità della regia, della recitazione e, soprattutto, della scrittura, che ha utilizzato la comicità per veicolare un significato molto più serio. Che la morte sia il cardine dello show è evidente fin da subito, dato che l’ambientazione non è altro che un aldilà immaginario. Lo sviluppo della storia – che contiene una componente emotiva profonda – intreccia una realtà più quotidiana a quella ultraterrena, consentendo di esplorare l’ampio ventaglio di elementi morali ed etici che compare sempre quando si parla di morte.

Ed è proprio questo che rende The Good Place diversa da altre produzioni che trattano questo argomento, perché non si tratta di una semplice e banale immaginazione di ciò che potrebbe accadere nell’aldilà, ma di un’esperienza che mostra le sfaccettature della vita e la complessità della moralità. Tutto questo in modo leggero e frizzante, per nulla pesante e per niente superficiale.

The Leftovers

The Good Place

Con The Leftovers ci circondiamo di un’atmosfera ben diversa da quella di The Good Place, anche se il denominatore comune tra le due serie resta naturalmente la morte. Tratta dall’omonimo romanzo di Tom Perrotta, The Leftovers è una serie che si rivolge a chi non teme il silenzio, a chi non ha paura di scendere nell’oscurità della propria coscienza per intraprendere un viaggio in cui le domande sono molte di più delle risposte. La serie narra le conseguenze della Dipartita, un evento catastrofico al seguito del quale è scomparso il 2% della popolazione mondiale, senza alcun chiaro motivo: persone sparite di colpo mentre svolgevano le più normali azioni quotidiane.

E cosa succede al restante 98% della popolazione? Si ritrova a dover proseguire con la propria vita, macchiata dall’assenza dei propri cari. L’esistenza di ognuno è segnata dall’elaborazione di un lutto a cui non si riesce a dare nemmeno un motivo. Cosa si prova quando qualcuno che amiamo ci lascia all’improvviso? Cosa si prova quando non possiamo fare nulla per contrastare il corso degli eventi? Chi è andato…è andato. È chi rimane che ne paga le conseguenze.

Six Feet Under

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Il titolo è esso stesso significato di morte: è l’unità di misura da scavare per porre una bara nel terreno. Non a caso, al centro delle vicende c’è una famiglia che gestisce un’impresa di pompe funebri che viene sconvolta da una morte importante. Ma cosa c’è di originale in questa serie? Innanzitutto, la morte viene vista dal particolare punto di vista del business, perché la Fisher e Sons, ovviamente, trae profitto dal tasso di mortalità, incidenti o tragedie che sconvolgono altre vite. In un certo senso, i Fisher traggono vita dalla morte.

Oltre a questa prospettiva inusuale, Six Feet Under offre un’accurata riflessione sul senso della morte che, come se fosse guardato al caleidoscopio, acquista sfaccettature diverse: quindi ci troviamo davanti a un senso tragico e l’attimo dopo tragicomico, vediamo qualcosa di ironico e poi non vediamo proprio nulla, perché in molti casi, l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della morte è nichilista. Questa molteplice visione, permette a ogni spettatore di trarre un significato diverso e personale, veicolato anche attraverso black humor e surrealismo.

Pushing Daisies

Pushing Daisies è una dramedy fantasy andata in onda tra il 2007 e il 2009, forse tra le serie meno famose dell’elenco, ma certamente degna di nota. Il protagonista è Ned “il fabbricatore”, un uomo con un dono piuttosto particolare: è in grado di riportare in vita tutto ciò che tocca, ma ad alcune condizioni. Se non tocca di nuovo, entro 60 secondi, ciò a cui ha ridato vita, qualcosa di simile morirà altrove. E se lo tocca di nuovo, morirà per sempre. L’incontro con un detective, porterà Ned a collaborare alle indagini su omicidi, portando in vita per 60 secondi le vittime, in modo da avere la loro personale versione dei fatti.

In questo caso, quindi, la morte è governata da un potere fantastico che è comunque regolato da norme ben precise, a sottolineare che non si può scherzare con la morte e che ciò che è morto non può tornare in vita senza che ci siano delle conseguenze. Purtroppo la serie è stata cancellata prima di avere un finale e perciò non sappiamo quale significato definitivo avrebbe assunto la morte al culmine degli eventi.

Dead Like Me

The Good Place

La serie creata da Bryan Fuller e andata in onda tra 2003 e 2004 si apre con un monologo molto particolare che narra di come dio (rigorosamente con d minuscola, come viene specificato) creò la morte e non sapendo cosa fare con essa la conservò in un’urna che diede a un rospo. Una rana insistette per avere l’urna, la ottenne, ma la fece cadere: da quel momento, tutti, senza eccezioni, furono costretti a morire, prima o poi. E non parla di morte in maniera originale uno show che comincia così?

Al centro delle vicende c’è Georgia, una ragazzina che muore colpita da un asse del gabinetto caduto da una stazione spaziale – un accadimento che preannuncia il modo dissacrante e ironico in cui la morte verrà trattata nella serie. Ma al posto di passare nell’aldilà, Georgia diventerà un’assistente della morte stessa, con il compito di raccogliere le anime delle persone che muoiono in incidenti e omicidi. Qui la tematica, dunque, viene trattata unendo il fantasy alla commedia, per dare uno sguardo leggero a un argomento in realtà tetro.

Drop Dead Diva

Anche in questo caso la morte viene affrontata utilizzando gli strumenti del fantasy e della comedy, mescolandoli abilmente con il genere legal drama. Le premesse su cui si basa Drop Dead Diva, andata in onda tra il 2009 e il 2014, sono infatti queste: Deb Dobkins, aspirante modella, rimane uccisa in un incidente d’auto e si reincarna nel corpo di Jane Bingum, un’avvocatessa in sovrappeso e molto goffa, ben diversa da Deb.

Oltre alla tematica stessa della reincarnazione, è interessante il perché alla base: Deb arriva alle porte del Paradiso e viene bloccata da un angelo che non può farla passare, dicendole che in vita non ha compiuto nessuna buona o cattiva azione e perciò non è etichettabile né come buona, né come malvagia. Ecco perché deve tornare sulla Terra. L’accento è dunque posto sul legame tra quello che facciamo in vita e un ipotetico aldilà.

Upload

The Good Place

Upload ha fatto il suo esordio nel 2020 ed è quindi una delle serie più recenti della nostra lista, proprio per questo ha dovuto misurarsi e reggere il confronto con tante serie che hanno trattato la tematica della morte prima di lei. E sebbene contenga alcuni elementi già visti, come un aldilà immaginario simile a quello di The Good Place, ma digitale come si è visto in San Junipero di Black Mirror, la sua capacità è quella di rielaborare questi elementi in modo originale.

Mescolando i caratteri di vari generi, dalla comedy alla fantascienza, dal thriller al drama, Upload racconta una storia carica di tristezza con tono leggero, portando in evidenza anche i lati negativi della tecnologia: i due giga a disposizione dei residenti, ad esempio, che si vedono costretti a misurare con attenzione ogni loro azione e che sono condannati dal capitalismo anche dopo la morte.

The Haunting of Hill House

The Haunting of Hill House

A riprova della varietà di generei che possono essere impiegati per trattare la tematica della morte, parliamo di una serie diversa da tutte quelle già citate: The Haunting of Hill House è una serie antologica paranormale, venata di horror. E ciò non dovrebbe stupire, perché cos’è la morte, se non qualcosa di spaventoso? Atmosfere tetre, case cupe, colori scuri rappresentano l’ambiente in cui si dipanano le storie narrate dallo show.

Ciò che rende interessante la tematica, qui, è l’impiego delle figure dei fantasmi come mezzo per raccontare il concetto dell’elaborazione del lutto e tutte le tipologie di traumi che possono complicare la vita di ogni persona in seguito a perdite tragiche e fondamentali. Un escamotage che piacerà in particolar modo agli appassionati della tradizione gotica inglese e americana da cui la serie attinge (si pensi a Giro di Vite di Henry James).

Russian Doll

The Good Place

Russian Doll è una dark comedy che si trova perfettamente a metà strada tra l’inquietante e il divertente, una strategia che, abbiamo visto, si rivela molto efficace per porre al centro delle vicende la morte. In questo caso, la riflessione sulla dipartita di ognuno di noi nasce da un fatto particolare e bizzarro: la protagonista, nel bel mezzo della festa del suo compleanno, viene investita da un taxi e muore.

Ma non è la fine: la donna si ritrova di nuovo davanti allo specchio del bagno, come se il nastro si fosse riavvolto. Un bene o un male? Il risultato è l’intrappolamento in un folle loop temporale che costringerà Nadia Vulvokov a rivivere lo stesso giorno all’infinito, morendo ogni volta in un modo più bizzarro. L’unico modo per uscire dal loop è scendere a patti con questioni irrisolte del proprio passato e riflettere sulla moralità.

After Life

No, non ci siamo assolutamente dimenticati del capolavoro di Ricky Gervais. La serie racconta la storia di Tony, un uomo che è costretto a fare i conti con la morte della propria moglie e che, in un certo senso, muore con lei: Tony affronta una vita dopo la morte quando è ancora in vita, regalando una visione del tutto particolare dell’elaborazione del lutto.

Da queste premesse, la serie scende in profondità per analizzare varie diramazioni del lutto, come l’importanza del rendersi conto che non si è gli unici a cui sono accadute brutte cose e che quindi non abbiamo alcun diritto a maltrattare gli altri e come l’autocommiserazione possa essere controproducente.

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Scritto da Alice D'Arrigo

Mi piace far giocare le parole tra di loro finché non formano storie. Quando non scrivo libri, mi diverto a tuffarmi negli strabilianti mondi delle serie tv, lasciandomi conquistare da dialoghi e colonne sonore.

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