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The 100 Distopia: Sliding Doors – Nella Città della Luce

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Distopia: Sliding Doors è la rubrica in cui immaginiamo come sarebbe andata se i personaggi delle Serie Tv avessero compiuto scelte diverse. Questa puntata è dedicata a The 100 e si lancia nella ricostruzione del seguente scenario: cosa sarebbe successo se Clarke non avesse azionato l’interruttore per disattivare AL.I.E. e avesse spalancato le porte della Città della Luce?

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“Gli impianti nucleari che non sono stati distrutti dalle bombe hanno cominciato a fondersi. I miei droni hanno individuato il primo quattro mesi fa. Ci sono più di una dozzina di impianti a rischio in tutto il mondo; sette stanno bruciando. I livelli di radiazioni solari sono già in aumento. Secondo i miei calcoli, il 96% della superficie terrestre non sarà più abitabile, nemmeno per coloro che provengono dallo spazio. Prima verrà la pioggia nera, poi non ci sarà più acqua potabile; delle lesioni cancerose cancelleranno—”

“Sta prendendo tempo. Con l’aggiornamento completato cancellerà l’interruttore di arresto.”

L’interruttore di arresto di cui parla Becca ha la forma di una leva. È la stessa che assumono i rimorsi da cui Clarke è divorata di giorno e gli incubi di cui è preda di notte, quando il suo riposo è disturbato dalle immagini di giocattoli abbandonati e di pelle ustionata vomitate dal suo subconscio. Se il destino voleva dimostrarle quanto beffardo sa essere, ha scelto il modo più crudele per farlo.

“Non prendo tempo; sto solo dicendo la verità.”

Basta un niente, per abbassare una leva, ma Clarke ha imparato a sue spese che dietro la leggerezza di quell’oggetto apparentemente innocuo può nascondersi il peso di un macigno, un peso che a Mount Weather ha dovuto spostare con la sola forza delle sue mani. Non se n’è liberata; le grava ancora sulla schiena e sopra la coscienza, come un blocco di cemento impossibile da rimuovere.

Per quanto impegno metta nel tentativo di espiarla, Clarke sa che la colpa è un fardello che non la lascerà mai andare.

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“Ora o mai più Clarke.” La voce di Becca risuona carica di urgenza. “Quando A.L.I.E. sarà aggiornata non potrò più aiutarti.”

“Ma io sì.” A.L.I.E., al contrario, si esprime con la solita flemma solenne, distante da ogni eccesso e da ogni turbamento. Pur avendo lo stesso, identico aspetto, la creatrice e la sua creatura non potrebbero essere più intimamente diverse. “Nella Città della Luce non dovrai sopportare il peso di decisioni come questa, Clarke. Non dovrai più convivere con il dolore per le cose che hai fatto, per le vite che hai preso e quelle che hai perso. Sarai finalmente in pace; vivrai per sempre.”

Clarke non si è mai lasciata tentare dalle scorciatoie. Ha sempre imboccato la strada più difficile quando l’ha ritenuta la più giusta da seguire, ma stavolta è diverso. Forse perché non c’è Bellamy a dividere con lei quella responsabilità, o perché qualcosa si è irrimediabilmente rotto da qualche parte nel suo essere quando si è macchiata le mani del sangue di quegli innocenti. Forse diventare Wanheda l’ha resa davvero un’altra persona, una che non è più in grado di compiere scelte destinate a perseguitarla come impietosi stuoli di fantasmi.

Per la prima volta da quando è stata spedita sulla Terra e la sua vita è diventata una lotta perenne, Clarke decide di non combattere. Per la prima volta, depone le armi e resta ferma ai margini del campo di battaglia, abdicando dal suo ruolo di giudice e carnefice, di leader e di martire, di assassina e di salvatrice. Mentre Becca e A.L.I.E. restano in attesa della sua mossa, lascia che il tempo scorra e che gli istanti si consumino come la cera di una candela che arde.

L’interruttore si dissolve, e insieme a esso tutto il resto.

Quando Clarke si sveglia, si accorge subito che c’è qualcosa di diverso in lei. Nel tentativo di rintracciare la radice di quella consapevolezza, si libera dalla coltre di coperte e si mette a sedere, in modo da poter ispezionare la sua figura. Si osserva le braccia ricoperte da lunghe maniche di lino, le mani dalle dita protese, il torace che finisce nel paio di gambe distese lungo il materasso. Gli occhi ancora impiastrati di sonno non rilevano alcuna stranezza durante la ricognizione. Clarke sguscia fuori dal letto, scarsamente convinta dall’apparente normalità che ha riscontrato, e si piazza davanti allo specchio a figura intera posto a lato dell’armadio. Non ci sono anomalie nell’immagine che le viene restituita, eppure—

Eppure si sente più leggera, più vuota, come se le fosse stato tolto di dosso un fardello che per qualche motivo si ritrovava a portare. Per quanto provi a mettere a fuoco la visuale, Clarke non riesce ad inquadrare la natura di quella zavorra di cui percepisce nettamente l’assenza.

Solo quando distoglie lo sguardo dal proprio riflesso si accorge di non riconoscere il posto in cui si trova. La parola “casa” non le evoca alcun luogo particolare (ne avrà mai avuta una?), ma è certa che non sia adatta a descrivere il rapporto che intercorre tra lei e quell’appartamento. Le stanze hanno pareti inverosimilmente bianche e un arredo essenziale che non lascia trapelare nulla del gusto della persona a cui appartengono (sarà lei?). Per un momento Clarke si sente spaesata, come una straniera approdata in una terra sconosciuta, lontana da tutto ciò che le è noto e caro. Si mette a girare freneticamente in cerca di qualcosa che possa venire in soccorso alla sua memoria. Il mucchio di fogli da disegno stipato sulla scrivania di quello che appare un piccolo studio potrebbe essere utile allo scopo.

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Quello in cima alla pila rappresenta una giovane donna dal viso allungato e dallo sguardo fiero, messo in risalto dal trucco abbondante che le colora palpebre e tempie. Il secondo è il ritratto di un uomo in compagnia di una bambina in cui Clarke riconosce una versione molto più giovane di se stessa. Non sa chi sia lui, anche se la logica le suggerisce che deve trattarsi di suo padre.

Clarke decide di andare a sondare l’esterno. Si veste con abiti che non ricorda di aver acquistato e varca la soglia, con l’inspiegabile ma salda certezza di non aver bisogno di una chiave per poter rientrare. Esce in strada senza una direzione precisa né un vero scopo. Cammina, addentrandosi in un paesaggio urbano dominato dal grigio del metallo e dell’asfalto.

Grattacieli altissimi svettano sfacciatamente verso il cielo, con le sommità che sfondano il tetto bianco delle nuvole. L’otto obliquo dell’infinito campeggia in ogni angolo: sui cartelli che scandiscono la segnaletica stradale, tra le acconciature che sovrastano i capi delle donne, nelle insegne che incombono sugli ingressi dei negozi. Clarke percepisce chiaramente l’essenzialità di quel dettaglio, ma ancora una volta, non è in grado di spiegarsela razionalmente.

Le persone attorno a lei sembrano essere sbucate fuori dal nulla, come se fossero risalite direttamente dalle viscere della terra. Clarke si domanda se si siano realmente materializzate all’improvviso o se sia lei ad essersi resa conto in ritardo della loro presenza. Procedono tutte a passo spedito e con un’espressione imperturbabile cucita sul volto. Se non fosse per la carne di cui sono fatti, parrebbero manichini sfuggiti alle vetrine per riversarsi in strada.

Clarke si domanda se vista da fuori abbia anche lei quell’aspetto.

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Tutt’a un tratto, un rumore assordante come un’esplosione la raggiunge alle spalle, facendola sobbalzare. Quando si volta nella direzione da cui è provenuto, Clarke vede un uomo piegarsi sul cofano anteriore dell’automobile da cui è stato centrato. Il veicolo non si cura di fermarsi; travolge il pedone violentemente, schiacciandone il corpo contro la lingua d’asfalto che si snoda sotto le sue ruote, e sfreccia via a tutta velocità, come se niente fosse avvenuto. Soltanto quando la macchina scompare oltre la linea dell’orizzonte Clarke realizza di avere le mani premute contro la bocca, come a voler soffocare lo sgomento che lo spettacolo le ha suscitato. A quanto pare è l’unica a cui abbia instillato qualcosa di simile. Tutt’intorno la gente continua a fluire tranquillamente lungo i marciapiedi che contornano la via, come se niente fosse avvenuto.

Clarke penserebbe che quella totale mancanza di reazioni abbia dell’incredibile, se non fosse per il fatto che ciò che accade in seguito si rivela ancor più stupefacente: l’uomo si rialza, sistemandosi gli abiti stropicciati con un pratico gesto delle mani, e raggiunge l’altra parte della strada, quella verso cui era diretto quando è stato investito.

Clarke si riscuote abbastanza da riuscire ad avvicinarlo. “Signore, sta bene?” gli chiede, l’apprensione che le riempie la voce. “Si è fatto male?”

“Certo che no, signorina” risponde l’uomo in tono atono. “Nella Città della Luce non esiste il dolore.”

Si allontana senza aggiungere altro e senza darle il tempo di porre ulteriori domande. Clarke lo insegue con lo sguardo fino a quando non diventa una delle tante sagome anonime che sciamano con zelo in tutte le direzioni.

Nella Città della Luce non esiste il dolore.

A dispetto di ogni facile conclusione, Clarke non è sicura che quel fatto rappresenti qualcosa di positivo.

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Scritto da Gabriella Cretella

Stando a Nietzsche, ho guardato dentro l'abisso delle serie tv abbastanza a lungo da permettere a lui di guardare dentro di me. In attesa di sapere cos'ha scoperto sul mio conto, parto io col dire ciò che ho visto al suo interno. Anzi: lo scrivo.

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