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Black Sails Distopia – Trent’anni dopo la fine di Black Sails

Distopia è la rubrica in cui ci immaginiamo i futuri distopici delle Serie Tv, provando a proiettare le storie tanti anni dopo la loro conclusione televisiva. Oggi tocca a Black Sails.

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Nassau, A.D. 1745.

black sails

Sono sbarcato da soli due giorni a Nassau. Il tocco della terraferma dopo settimane di mare ha sempre un effetto stordente, disorientante. È la vertigine improvvisa che dà il contatto con la terra, il contrasto repentino tra l’ondeggiare perpetuo e la fissità inattesa, la stabilità perduta. Una volta approdati sulla spiaggia e affondati gli stivali nella sabbia, ci vuole un po’ per riabituarsi alla sensazione della terra sotto i piedi. Per diverse ore tutto continua a galleggiare, seguendo il moto fluttuante di una moltitudine colorata e abbronzata che girovaga per l’isola assorbita dalle proprie faccende. L’aria salmastra si mescola all’odore di spezie che giunge dalle taverne, un miscuglio di odori e sapori che ben testimonia il carattere cosmopolita e aperto di questo posto.

Nassau è un grande melting pot bagnato dal mare. Uno sputo di terra in mezzo all’oceano dove si incontrano persone di tutti i tipi: commercianti, marinai, ricchi investitori del continente, schiavi liberati, prostitute, avventori, esuli spagnoli, avventurieri inglesi, membri di equipaggi a riposo, esploratori, mozzi e nostromi. Una commistione di soggetti di ogni origine e provenienza, che qui vivono in una specie di dimensione altra, punto nevralgico dei traffici verso il continente, ma – chissà perché – in qualche modo distante, estraniata dal resto del mondo.

Black Sails

E pensare che, solo qualche decennio fa, quest’isola era il paradiso dei pirati, la loro casa. Una sorta di forte in mezzo al mare da cui disertori, avanzi di galera e fuorilegge tracciavano le rotte dei loro remunerativi traffici. Vi avevano instaurato una vera e propria repubblica. Magari imperfetta e malfatta, ma migliore di tante altre forme di governo che si reggono sul terrore, sulla sopraffazione, sull’emarginazione degli ultimi.

Sbirciando a caso nel porto, dove un andirivieni di gente scaricava barili carichi di mercanzie dalle stive per venderli al miglior prezzo, provai a figurarmi quello stesso porto al tempo in cui Edward Teach, Benjamin Hornigold e il capitano Flint dal castello di prua davano l’ordine della partenza. Il tempo in cui le famigerate black sails, le vele nere dei pirati, si gonfiavano nel vento e si lanciavano alla carica.

Black Sails

Una strana euforia mi pervase dalla testa ai piedi. Forse perché, di storie di pirati, ne avevo sentite così tante che ora sembravano come prendere forma in quel luogo così suggestivo ed evocativo.

La taverna è il miglior posto del mondo per me. Non solo per i fiumi di birra che vi scorrono a tutte le ore del giorno, ma perché lì vi si ascoltano le storie più straordinarie che siano mai state raccontate. La taverna più grande di Nassau era sempre piena di avventori, un’accozzaglia delle genti più strane che, dopo giorni e giorni di mare, si chiudeva in quel buco a mangiare, bere e ridacchiare di gusto. Quando entrai, l’odore forte di vesti sudaticce e logore mi stordì e mi mise sete. Presi posto su una di quelle panche di legno appiccicose e consumate e ordinai il mio boccale di birra. Poco distante, sotto la luce di una lanterna, un uomo con i capelli grigi e le basette lunghe fin sulle guance, stava raccontando di qualche strampalata avventura.

Black Sails

Diceva di essere stato a Skeleton Island, tanti anni prima. Ma nessuno sembrava crederci.

Dicono che sia infestata dai fantasmi. Che ci siano creature strane, terribili, che ti portano via l’anima dal corpo.

Dicono che il fantasma di Billy Bones si aggiri tra le selve paludose di Skeleton Island alla ricerca di un tesoro perduto.

Billy Bones aveva perso il senno molto prima di metter piede in quel posto – disse il vecchio con le basette lunghe. – L’odio lo ha divorato un pezzettino alla volta, corrodendone finanche le facoltà razionali. Aveva capeggiato la Resistenza di Nassau e preparato il ritorno di Long John Silver. Ma fu lo stesso Silver a tradirlo e abbandonarlo. E questa cosa lo distrusse prima di qualsiasi altra battaglia.

È vero che a Skeleton Island Long John Silver uccise il capitano Flint?

Il vecchio mosse le labbra sotto i baffi grigi, in quello che a me era sembrato un impercettibile sorriso.

Nessuno ha mai più visto il capitano Flint dopo la battaglia con Woodes Rogers. Qualcuno dice che sia morto, qualcuno che si sia ritirato, altri ipotizzano addirittura che abbia fatto ritorno in Inghilterra, lasciandosi alle spalle la leggenda del pirata più temibile dei mari.

Invece non è così, non è vero? – La domanda mi venne fuori spontanea, non riuscii a trattenerla. Avevo sentito tanto parlare del capitano Flint e la possibilità di poterne sapere qualcosa di più mi elettrizzava. Mi era sempre risultato difficile credere che, a un certo punto, avesse deciso di sparire e basta, senza un’apparente ragione.

Ciascuno di noi sceglie di dare ascolto alla storia che più gli piace, scartando tutte le altre. Del capitano Flint si sono raccontate tante cose nel corso degli anni. Ufficialmente è sparito, forse morto. Ma c’è chi giura di aver visto la sua bandiera solcare i mari e affondare navi inglesi alla ricerca di una fiamma che non si è mai spenta.

E di Silver, che ne è stato di lui? – chiese un ragazzino poco distante, forse un mozzo di uno di quei mercantili attraccati al porto quella stessa mattina.

Ah lui è morto, ucciso nel sonno da Israel Hands in persona quando ormai aveva perso il lume della ragione.

È impazzito per amore?

Così dicono – rispose il vecchio. – La sua donna, la principessa Madi, non gli perdonò mai veramente il compromesso accettato per metter fine alla guerra. E lui impazzì di dolore, sprofondando in un cieco rancore e dimenticando del tutto l’uomo che era stato.

E Jack Rackham?

Oh, lui pare che se la sia cavata piuttosto bene. Insieme ad Anne Bonny ha vagato per le coste del Nuovo mondo, arricchendosi col commercio legale. Magari facendo un po’ di contrabbando, questo non possiamo escluderlo. Dopo anni di vita per mare, comunque, entrambi hanno gettato l’ancora, si sono stabiliti a Boston e lì sono invecchiati insieme. Sono morti felici, con la pancia piena e le banconote sotto il materasso.

E voi, signore, avete mai navigato quando c’erano i pirati?

Tanto, tanto tempo fa. Ho visto le vele nere dominare le onde e vincere le tempeste più terrificanti. Ho conosciuto i pirati prima che diventassero i mostri delle favole raccontate ai ragazzini della Londra borghese. Ho sognato con loro un mondo diverso, ho respirato la libertà che custodivano gelosamente. Poi è arrivata la bonaccia e tutto è finito.

E come si fa a smettere?

Ma, guardate, non si smette mai veramente. Una volta, un vecchio lupo di mare mi disse: “verrà il giorno in cui anche voi dovrete smettere. Prenderete moglie, vi lasceranno dei figli e di mare ne vedrete sempre di meno, finché non diventerà simile a un dipinto in bella vista su una parete. Inanimato e totalmente estraneo alla vostra esistenza quotidiana. Ma la sua voce continuerà a chiamarvi. E, quando la avvertirete, allora vi immergerete in quel dipinto e sentirete le onde ribollire sotto la pianta dei piedi. Così tutto ricomincerà, come se non fosse trascorso neanche un giorno“.

Restò con lo sguardo fisso davanti a sé per qualche minuto, come se gli stessero passando davanti le immagini di una vita intera. Poi, chinò il capo sul boccale vuoto e non disse più una parola. Tutti credettero che fosse piombato in un sonno profondo e nessuno lo disturbò più. Considerai che la maggior parte delle cose che aveva raccontato doveva averle inventate. Flint, Silver, Rackham, Charles Vane appartenevano a un passato che non esisteva più. La civiltà l’aveva spazzato via. Oggi Nassau era un florido porto commerciale, dove giovani intraprendenti si arricchivano con il benestare della corona inglese. E forse, dopotutto, era meglio così. I pirati erano pericolosi criminali che volevano sovvertire le leggi del mondo. Ma il mondo era riuscito a spingerli lì dove erano destinati a stare: nell’oscurità, nel buio, nell’oblio.

Black Sails

Il mio tempo era finito. Svuotai il boccale e mi preparai ad andare. Ma mentre rovistavo nelle tasche in cerca delle monete, un tacchettio sonoro mi distrasse. Sollevai di poco lo sguardo e vidi una gamba di legno duro farsi largo dall’altra parte della taverna. Fu un attimo, forse uno scherzo della mia fervida immaginazione, poi l’uomo dalla gamba di legno si perse tra la folla. L’avevo visto davvero o era solo l’effetto dell’alcol? Ancora incredulo, passai al setaccio tutto l’ambiente circostante, ma niente. Sparito. Il vecchio con le basette lunghe intanto si era ridestato e mi stava osservando. Prese le sue lenti rimaste sul tavolo, mi guardò, mi fece l’occhiolino e, con un’espressione che sembrava estremamente divertita, mi sorrise. Avevo visto Long John Silver e lui lo sapeva.

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Scritto da Serena Verrecchia

Esistono milioni di storie al mondo, preziose e inimitabili. Il nostro compito è solo quello di scovarle, portarle in superficie e imparare ad amarle.
Scrivo di serie tv per un insopprimibile desiderio di bellezza, perché nelle storie, specie in quelle belle, ho trovato il mondo che vorrei.

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