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Logan Roy e l’innato coraggio di non piacere

Come abbiamo scritto più volte, la forza di Succession, l’irresistibile black comedy-drama dell’HBO, sta tutta nei personaggi (La lezione di Succession: non sempre servono gli effetti speciali per dare vita a un capolavoro). Da quelli apparentemente più marginali, come Gerri Kellman o il cugino Greg, ai pilastri della narrazione, come i fratelli Roy – Kendall, Shiv Roy (subdola, affascinante, regina), Connor e Roman – fino al re, sua maestà Logan Roy. Personaggi reali, che ormai vivono di vita propria. Tremendamente umani e infinitamente complessi. Spregevoli, consumate e infide creature che non vediamo l’ora di vedere umiliate, schiacciate dalla loro stessa ambizione. Sono il volto del privilegio immeritato per cui amiamo odiarli, stagione dopo stagione. Dopo le prime puntate è chiaro che non troveremo mai nessuno per cui fare il tifo, a meno che non siamo come loro. Ed è proprio questo il fascino perverso, e un po’ sadico, di Succession: uno specchio oscuro in cui passare ai raggi X tutto quello che non funziona nella nostra società, e in noi. Una piramide in cui il pesce più grosso umilia e distrugge il pesce più piccolo. Non importa chi sei o cosa fai, importa solo cosa sei disposto a fare in nome del potere. E al vertice della catena alimentare troviamo predatori alfa come lui, Logan Roy: il “Re Lear” interpretato dall’eccezionale Brian Cox. Uno stratega, il miliardario di Dundee, il fondatore del conglomerato mediatico Waystar RoyCo nonché l’infaticabile patriarca della famiglia Roy. Un leader sfacciato il cui unico obiettivo è trionfare, anche sulla malattia. Anche sulla morte.

In Succession il trono è suo per diritto divino, e Logan è Dio.

Succession, Logan Roy (640x360)
Succession, Logan Roy (640×360)

Logan Roy non piace a nessuno. Se ne frega di piacere agli altri, probabilmente non piace nemmeno a sé stesso. Ma probabilmente se ne frega anche di questo. Il suo non piacersi, però, non è da intendersi in un’accezione alla Dr. Cox di Scrubs, il quale è affetto da una condizione esistenziale di sbattimento eterno che subisce e stordisce con l’alcol. Piuttosto, il magnate della Waystar Royco sembra non curarsi di sé alla maniera di una divinità greca. Uno Zeus contemporaneo che da lassù, dal suo Olimpo fatto di multiproprietà e yacht, ci guarda con disprezzo. Un Dio come lui non ha tempo né interesse per curarsi di tali quisquiglie, come piacersi o piacere a noi comuni mortali.

Perché Logan Roy non ha bisogno di piacere a nessuno fintanto che avrà un impero multimilionario, dei sudditi e dei lacchè. Ha creato la Waystar Royco e con essa ha creato sé stesso, ovvero la figura pubblica di magnate e patriarca. Due entità ormai inseparabili. Chi sia davvero Logan Roy, nel privato, nel profondo, nell’anima, probabilmente non lo sa nemmeno Logan Roy. A patto che un’anima ce l’abbia ancora! La sua vita e la sua società sono la stessa cosa. Se la società muore, Logan muore. Mr. Roy non è semplicemente un uomo di potere: è il potere personificato, e di questo si nutre. Senza, non è niente. Il suo corpo, ormai indebolito, è un ostacolo, ma non lo teme. Non teme la morte, quella biologica: teme la perdita del potere che ne conseguirebbe. La sua salute precaria, dall’ictus emorragico che ha acceso la macchina narrativa, è un fatto che l’ha reso consapevole non della sua mortalità, ma che la sua progenie non è adatta a tenere in vita la sua società, che porta il suo nome e che ha la sua impronta.

Succession
Succession

Da quel momento, i suoi figli hanno iniziato a lottare per il potere, ma nessuno di loro si è dimostrato un degno successore. Nemmeno Shiv, l’unica su cui riponeva le sue speranze. Come sottolinea Kendall nel secondo episodio della prima stagione, S**t Show at the F**k Factory: “La salute socioeconomica di più continenti dipende dal suo benessere”. Potrebbe sembrare una frase forte, a effetto, tronfia ed esagerata. Eppure, come la Borsa valori ci insegna, l’andamento economico dei nostri mercati risente perfino di una questione così umana e imprevedibile come la malattia di uno dei suoi più grandi player. La salute di Logan non è una questione che riguarda soltanto lui, la sua famiglia o se vogliamo la sua azienda: riguarda tutti noi. Riguarda l’intero globo terraqueo! E come potremmo chiamare un’entità superiore da cui dipendono le sorti del mondo se non divinità? Logan Roy è un Dio che sì è creato da solo e che resterà tale fintanto che la sua creazione, la Waystar Royco, vivrà. Ora, questa può sembrare una prospettiva megalomane, e nauseante, ma è questo a cui il magnate crede. È probabilmente quello a cui la maggioranza dei magnati del nostro mondo crede! E tutto questo sì, è pericoloso e spaventoso.

In questa ottica folle, fatta di deliri di onnipotenza, però, è facile capire perché Logan non voglia lasciare il Trono di Spade ai figli inetti, boriosi e incapaci. E – sebbene siamo spaventati e disgustati dal suo potere – è impossibile dargli torto. È facile ipotizzare che nel giro di pochi giorni, uno a caso dei suoi figli, ingrati e viziati come sono, metterebbe in ginocchio la società. Non importa che la Waystar Royco abbia un debito di circa 3 miliardi di dollari, che il suo fondatore se ne vada in giro a urinare per terra e che non abbia più le capacità imprenditoriali di una volta, Logan è l’unico che può regnare. Non perché non può farne a meno oppure perché la sua sete di potere è inesauribile. Piuttosto perché quegli ingrati non se lo meritano.

Eh già Simba, tutto questo un giorno non sarà tuo!

Logan Roy Plays Boar On The Floor | Succession | HBO

Il patriarca di Succession può tutto perché ha saputo prendersi il potere, senza chiedere il permesso. Qualcosa che non può essere tramandato, ma che va conquistato. “Boar on the Floor” (Cinghiale sul pavimento), ad esempio, è una delle tante ridicole e disumanizzanti dimostrazioni di potere con cui Logan umilia le persone per sondarne il loro grado di sottomissione e che dimostra un’attitudine spregiudicata, inumana, che i suoi figli, purtroppo o per fortuna, non possiedono. I suoi figli sono smidollati, infantili, volubili e non sanno nemmeno cosa sia la determinazione. Logan ha inequivocabilmente fallito come padre, lo sa, ma conosce la regola che governa il nostro mondo, cioè la legge del più forte. Roman, Kendall, Shiv e Connor non sono forti. Sono dei privilegiati che non sanno cosa fare del loro privilegio. Non hanno stomaco né coraggio per sottrarre quel trono che dicono di volere tanto. Quando invece l’unica cosa che bramano è l’approvazione di papà.

Logan conosce il potere e le sue dinamiche: il trono non si chiede, non si eredita, ma si conquista con ogni mezzo. Anche a costo di uccidere il Re. Questo lo renderebbe davvero orgoglioso di uno di loro. Ed è questa capacità che non vede nei suoi figli, che aspettano impazienti il momento in cui il paparino consegni loro lo scettro, che bramano il suo amore incondizionato. Un atteggiamento fastidiosamente umano per un Dio come Logan. È questo che disprezza di loro, e non si cura del fatto che ai loro occhi potrebbe sembrare un despota senza cuore. “Re Lear”, forse inconsapevolmente, sarebbe fiero dei suoi figli se solo riuscissero a rubarglielo, il potere. Ma non ne sono in grado perché non sono come lui. Tuttavia questo non li rende più umani né giustificabili. Purtroppo questo li rende solo più stupidamente pericolosi.

Logan Roy è nato per esercitare il potere, qualcosa che non si eredita e che richiede un coraggio innato. Anche il coraggio di non piacere, di non curarsi di niente e di nessuno, tantomeno di sé stessi. Come fa una divinità malvagia da cui dipendono le nostre sorti. Ci vuole coraggio per non piacere, e per non piacersi. Ci vuole coraggio per essere un Dio.