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Non sempre avere un’idea significa anche avere gli strumenti giusti per realizzarla. Io per esempio un paio di mesi fa ho avuto un’idea. O meglio, ho avuto una sensazione che mi ha fatto venire un’idea che mi sarebbe piaciuto tradurre in un articolo, mettere su carta per quanto virtuale la “carta” di Hall of Series sia. Ce l’avevo sulla punta della lingua e ho cominciato a buttare giù il pezzo, ma mi sono fermata. La verità è che non ero in grado di scrivere nessuna delle parole che avevo nella testa, proprio non mi uscivano. Erano già lì, ma probabilmente non erano abbastanza chiare. Ho lasciato perdere, ho accantonato la sensazione, l’idea e l’articolo per un po’, poi li ho ripresi e di nuovo accantonati. Poi la sensazione è tornata ancora, ed eccomi qui per provare a tradurla un’altra volta. Speriamo sia quella buona.
L’idea – o la sensazione – di cui parlavo viene da un evento avvenuto agli inizi di luglio. Stavo scrollando i social quando mi è capitato davanti un post che annunciava la morte di Julian McMahon. Una notizia che mi ha colpita come può colpire la morte di una persona che certo, non ho mai conosciuto, ma che per me è stata rappresentativa di un’era del mio passato, quando da bambina ancora impavida mi appassionavo a serie tv decisamente fuori dalla mia portata. Certo, anche prima della morte di Julian McMahon sapevo che questa fase della mia vita non sarebbe più tornata. Ma una mancanza di questo tipo la fissa ulteriormente come lontana nel tempo, la sgancia ancora di più dalla me del presente.

Il volto di Julian McMahon è uno di quelli al quale sono più legati i miei ricordi di Streghe.
Una triste coincidenza vuole che la sua morte sia capitata a pochi giorni dal primo anniversario di quella di Shannen Doherty, che con la sua Prue Halliwell del Potere del Trio è stata una delle protagoniste. Per me, non esito a dirlo, la protagonista assoluta, anche se in termini di tempo la meno presente. Su queste pagine ho già detto un milione di volte quanto Streghe non sia per me una serie tv ma La serie tv, quella del cuore e dell’anima. Quella che meglio e più di tutte mi fa tornare con la mente alla mia infanzia. Streghe è il motivo primario per il quale in questo momento sono qui, seduta sul mio divano a scrivere questo pezzo. Insomma, è la serie che per prima mi ha fatto pensare che la serialità non è solo intrattenimento: la serialità è molto di più.
La serialità è prima di tutto ispirazione. In tantissime occasioni ci mette davanti valori da condividere, obiettivi da raggiungere, modelli da seguire. Lo fa quando li cerchiamo ma anche quando non sappiamo di averne bisogno. Può sembrare un’affermazione esagerata – so che agli occhi di qualcuno di voi che mi state leggendo lo sarà – ma le serie tv (solo alcune, certo) hanno tutte le carte in regola per aiutarci quando ci sentiamo un po’ smarriti. Perché a volte vedere i nostri personaggi del cuore che fanno bene o sbagliano in situazioni simili alle nostre può essere la luce che illumina la retta via.
E questo mi porta al punto numero 2: la serialità è immedesimazione. È la possibilità di rivederci in qualcuno che ci somiglia o – perché no – qualcuno a cui vorremmo somigliare. E questo, vuoi o non vuoi, ci fa sentire meno soli.
Ma la serialità è anche nostalgia.
Non sto parlando delle serie tv che sono mere operazioni nostalgia, prodotti nati con lo specifico e palese obiettivo di far rivivere negli spettatori ricordi delle serie che furono. In questi casi le serie passate di solito sono nettamente più belle di quelle che vengono realizzate dopo quindici, venti o trent’anni (anche se ci sono eccezioni che confermano la regola, ve ne parliamo qui). I revival sono troppo spesso delle macchine da soldi e poco più. Sto parlando della nostalgia quella vera, quella che proviamo quando una serie tv l’abbiamo vissuta a livello viscerale. È la nostalgia della serie in sé ma soprattutto di quelli che eravamo quando quella serie faceva parte della nostra quotidianità. E questa nostalgia ci porta a vederla ancora, ancora e ancora, per poter ritrovare anche solo un pezzettino di quello che fu.

Streghe è la serie che per me più di tutte rappresenta la perfetta combinazione tra ispirazione, immedesimazione e nostalgia. Ma quando ho saputo della morte di Julian McMahon la nostalgia ha sicuramente dominato sulle altre due. La mia è stata un’infanzia particolare sotto diversi punti di vista: uno di questi è il mio rapporto con il mondo dell’intrattenimento. Un rapporto strano non in termini assoluti, ma sicuramente sì se prendiamo come termine di paragone le altre bambine di 5 o 6 anni. Non ero particolarmente avvezza ai cartoni animati, alle Principesse e ai classici Disney. Avevo però una predilezione per la serialità thriller/drama.
Streghe era il mio cavallo di battaglia.
Registravo gli episodi in videocassette che divoravo fino a renderle inutilizzabili. Per dare un’idea del mio livello di ossessione, ai miei occhi prima di essere Dwight Schrute, Rainn Wilson è il demone della bottiglietta. Questo semplicemente perché ha partecipato a un solo e unico episodio di Streghe, casualmente uno di quelli che mia madre aveva registrato per me. Credo che questo aneddoto sia abbastanza rappresentativo della situazione: dieci stagioni di una serie che ho visto da adulta e amato alla follia come The Office non sono riuscite a scalfire un ricordo legato a un’unica puntata. Tra l’altro, nemmeno una delle mie preferite.
Questo perché ormai Streghe, i suoi episodi e addirittura alcuni dei suoi incantesimi non sono più solo un dettaglio nei miei ricordi. Non è una serie che passava di sottofondo mentre succedevano altre cose, è parte integrante della storia. Della mia storia. Una storia alla quale Shannen Doherty, Alyssa Milano e Julian McMahon hanno inconsapevolmente preso parte per anni, partecipanti su piccolo schermo delle mie serate di bambina, quelle in cui fremevo all’idea che fosse il giorno della messa in onda. È ironico – o forse perfettamente coerente – che un episodio della serie, Mondo di celluloide, basi la sua trama proprio sulla presenza nel mondo reale di alcuni personaggi dei film, tra i quali il protagonista del film del cuore di Phoebe. E qui torna l’immedesimazione: se è successo anche a lei di affezionarsi a un personaggio immaginario, non può essere così sbagliato.

E così i personaggi delle mie serie del cuore diventano in qualche modo miei ricordi.
Sono parte delle mie memorie di un tempo in modo non troppo diverso da come lo sono Mariolina – la mia maestra preferita dell’asilo – la mia pediatra o la signora Lella, l’anziana vicina di casa di mia nonna. Persone che hanno fatto capolino nella mia vita quando ero ancora una bambina con pochi ricordi e tanti sogni e che – oggi che di ricordi ne ho parecchi di più e di sogni purtroppo qualcuno in meno – sono legati in me a un profondo senso di tenerezza. E, per l’appunto, di nostalgia.
Da qualche parte dentro di me quella bambina c’è ancora. È in un angolo, nascosta da pile di cose da fare e ricordi arrivati quando lei già era un’altra, più grande e matura. Quella bambina non tornerà ma resta una parte di me che voglio tutelare e nutrire, e che ogni tanto fa un piccolo passo avanti, magari quando scrollando leggo una notizia su un attore che non ho mai conosciuto ma che mi sembra sia stato parte delle mie esperienze. O, più semplicemente, quando vedo il video di tre streghe che mi sembravano così adulte ma che hanno meno anni di quelli che ho io oggi. Mi sembra quasi di sentirle: Il potere del trio coincide col mio. La bambina sorride.





