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Federico Buffa racconta: Billy Hargrove

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“BALL DON’T LIE!”, urla qualcuno in un campo da basket mentre migliaia di persone stanno guardando l’esecuzione di un tiro libero. “BALL DON’T LIE!”, urla ancora più forte quando anche il secondo viene sbagliato. E però questo agli arbitri non va giù, perché significa mettere in discussione la loro autorità e le loro scelte. Il giocatore urlatore, quindi, viene mandato a farsi la doccia. Si tratta di Rasheed Wallace, un impressionista della palla a spicchi. La frase l’ha scoperta da un ragazzino con i capelli lunghi e il fisico atletico, con i Ray-Ban davanti agli occhi e un volante di una Camaro Z28 tra le mani: Billy Hargrove di Stranger Things.

“Ball don’t lie”, la palla non mente. Un grido contro le ingiustizie della vita, un grido contro chi quelle ingiustizie le perpetra e che il giovane, fin da piccolo, ha deciso di combattere. Perché la vita, come la palla da basket, è un cerchio e tutto torna a chi l’ha lanciato. Oggi vogliamo raccontarvi proprio la sua storia, quella di un ragazzo che si è fatto da solo e che da solo, con tutti i suoi errori, se n’è andato. Qui, per gara due degli speciali su Stranger Things, Federico Buffa racconta: Billy Hargrove.

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La grande onda e il grande buio

“Mamma, mamma, era alta due metri!”, urla un bambino in una spiaggia. Quello è Billy, è con sua madre, imbraccia una tavola da surf e cavalca le onde. Tutto è bello, tutto è azzurro come il mare, poi però qualcosa cambia. Nuvole nere si addensano sopra i suoi capelli chiari, nuvole di malvagità. Il padre è un alcolizzato e un violento, percuote sua madre, percuote lui e non porta a casa un quattrino. La mamma di Billy se ne va, e l’unica futura presenza che sentirà il bambino sarà il silenzio di lei dall’altra parte della cornetta, quando piangendo le chiederà di tornare a casa. L’adolescenza, come avrete capito, sarà un dramma per Billy (qui proviamo ad analizzare il suo sogno).

Il punto più basso lo tocca nel momento in cui il suo vecchio, che vince a mani basse il premio come peggior padre dell’anno, decide di mettere l’oliva sul Martini e di presentargli la sorellina avuta da un’altra donna: Max. La fine, il buio più totale. Da quel momento in poi per Billy inizia un lungo tunnel oscuro e pieno di cattiveria. Da quel momento inizia la storia di Billy in Stranger Things.

Billy piomba su Stranger Things come un uragano su una spiaggia delle Maldive.

1984, Hawkins, Indiana. Billy e la sua nuova famiglia si trasferiscono nella città dove tutto è l’opposto di come appare. Appena arriva fa valere subito il suo background giovanile fatto di risse e vessazioni. “Ball don’t lie”, ricorda a tutti. La palla non mente, e non mentono nemmeno le mie nocche se ti metti sulla mia strada. Billy è indiscutibilmente un ragazzo in missione, contro tutto e tutti. Sylvester Stallone ha detto di lui: “Se in quegli anni ’80 Billy avesse fatto il provino per Rocky, io in questo momento sarei in una roulotte a bere latte scadente e a mangiare cereali di sottomarca con Arisa”, una volta vi racconterò di come Stallone ha conosciuto Rosalba Pippa, vero nome della cantante, ma questa è un’altra storia.

Ma torniamo a Billy. Nella prima stagione è un antagonista, non un vero e proprio cattivo. Sigaretta in mano, vestiti punk e capelli trasandati, il ragazzo ha stile. Nella scuola di Hawkins conosce un giovane rampollo di una famiglia per bene che porta un cognome americano, ma è di chiare origini italiane.

Billy influenzerà per sempre il suo stile e il suo comportamento.

Il ragazzo si ispirerà alla Camaro di Billy per restaurare una storica auto italiana: la leggendaria Fiat 500. Quel ragazzo si è fatto uomo e risponde al nome di Lapo Elkann e proprio in questi giorni, in un’intervista, ha dichiarato: “Se non avessi conosciuto Billy forse la mia adolescenza sarebbe stata più tranquilla, ma non sarei quello che sono ora, gli devo tutto“. Lapo, dopo aver passato un anno ad Hawkins, andrà in ritiro punitivo sulle lande bianche e innevate, a lui più congeniali, che ospitano il Castello Nero di Game of Thrones, ma questa è un’altra storia.

Comunque, il protagonista del nostro racconto è nettamente fuori controllo, segue solo l’insegnamento che ha appreso sin da piccolo: “La palla non mente”. Infatti, per guadagnarsi rispetto sfida a basket l’idolo della scuola, Steve Harrington. È un massacro, non ce n’è per nessuno. Billy non vince, umilia. No mercy Steve, no mercy. Nella prima stagione però non è solo questo, è tanto altro ancora. Per sommi capi: maltratta la sorella, viene picchiato dal padre, rischia di investire Lucas, Dustin e Mike, flirta e seduce la mamma del giovane Wheeler. “What else?”, direbbe George Clooney che, non a caso, si è ispirato al personaggio di Billy per dare quella sfumatura di bello e dannato al dottor Doug Ross, protagonista di E.R – Medici in prima linea.

La terza stagione di Stranger Things, però, è quella della svolta per Billy.

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Lo vediamo su una sedia rialzata, a fare il bagnino nella piscina comunale di Hawkins. Le ragazzine lo seguono con lo sguardo, osservano ogni muscolo addominale, ogni tendine teso verso la perfezione estetica. Le mamme portano in piscina le figlie solo perché c’è lui e come sempre la signora Wheeler è in prima fila. Ed è proprio con lei che succede il fattaccio. Si danno un appuntamento, lui va, lei, presa da rimorsi, no. Una vecchia storia, in cui l’America ci inzuppa il biscotto da diversi anni: se scappi ti rincorro, poi ti sposo, poi arrivano i problemi, poi l’amore vince e vissero tutti felici e contenti. Stavolta però non va così. La signora Wheeler non si presenterà mai, Billy avrà un drammatico incidente.

Il problema infatti non sarà l’incidente in sé, ma con chi lo fa. Si parla di una entità, di un niente che è tutto, di un mostro che non esiste, ma è presente. E quel mostro si impossessa di lui. Billy ha passato la vita a combattere gli scheletri e i mostri che aveva dentro l’armadio, ma, come direbbe Nietzsche: “Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderà a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di esso”. Per Billy va così, ormai la palla, come la vita, ha iniziato a mentire e non c’è più spazio per rivincita personale e giustizia.

Billy è diventato il cattivo che da sempre cerca di combattere.

Ei fù, dunque. Emozioni violente hanno violenta fine. E così accade al ragazzo dai capelli lunghi e dagli occhi blu. Un ragazzo che per colpe non sue è stato attirato dentro un vortice di malvagità e violenza. La terza stagione è un bivio per Billy. Il Mind Flayer si impossessa di lui e attraverso di lui si procaccia seguaci prima e cerca di uccidere Undici e compagni. Alla fine, come in tutte le storie, la luce fa il suo giro, i pianeti si allineano e tutto si concentra su Billy. Siamo nella battaglia finale della terza stagione di Stranger Things, il ragazzo è un forza della natura, è altra cosa rispetto a tutto il resto del mondo. Sta per uccidere Undici, ma cosa succede? Lei ha visto i suoi ricordi e le dice: “Era alta due metri!”.

Billy torna bambino, torna a piangere per le azioni commesse, per la lontananza della mamma. Billy vede, finalmente, la fine di quel tunnel buio e oscuro che è stata la sua vita. Con un ultimo afflato di bontà spezza il giogo del Mind Flayer e si sacrifica combattendo contro il mostro. E quel mostro sono tutte le volte che Billy è stato colpito, quel mostro rappresenta la bugia, la menzogna, mentre il ragazzo è la palla portatrice di luce.

Proprio come aveva imparato da piccolino: “La palla non mente”. Perché è rotonda e, come il tempo, restituisce tutto a tutti. E per Billy è arrivato il momento di restituire e lottare per il bene. Quando tutto è finito, riserva due parole, un ultimo respiro, per la sorella. “Mi dispiace”, dice prima di morire. Anche a noi dispiace Billy, ma vogliamo ricordarti per quello che ci hai insegnato, che ci hai comunicato. Sei stato un profeta contemporaneo, un portatore di luce, un uomo che ha saputo riparare i suoi errori. Grazie di tutto Billy, e ricorda: “Ball don’t lie!”.

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Scritto da Giacomo Simoncini

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Ad un mondo di numeri ne preferisco uno di lettere. Scrivo per coinvolgere gli altri, per far appassionare le persone a ciò che amo. ”

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