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Perché Spartacus è morto da vincitore

Ci sono telefilm che si limitano a narrare una storia, altri che si limitano a strappare un sorriso, altri ancora a far scendere una lacrima, al massimo a volte, un telefilm può insegnare una morale, in questo caso: libertà.

Spartacus è così, non si è posto dei limiti. Un telefilm aggressivo e non solo per la violenza delle scene, ma dal forte impatto emotivo, in cui i suoi grandi fan si sono rispecchiati.

Ciò che il telefilm della Starz non abbandona mai nei suoi 39 episodi totali è il desiderio di libertà. Un inizio rocambolesco ridimensiona Spartacus da trace libero a schiavo dei romani, il cui iniziale desiderio è principalmente poter riabbracciare la moglie Sura. Ma già da allora la vita da schiavo non lo entusiasma, ed inizia a progettare le prime strategie di fuga. Ma una volta appresa coi propri occhi la morte della tanto amata moglie, Spartacus rinuncia alla libertà. Questo è un chiaro messaggio di come, a volte, si desidera qualcosa così fortemente non per se stessi, ma per chi si ama.

Saranno proprio i legami stretti all’interno del ludus a spingere Spartacus ad un nuovo tentativo di fuga: stavolta più organizzato e soprattutto con molti più complici. Qui inizia una vera e propria guerra per la libertà.

A spingere le azioni dei ribelli sono i continui flashback e le continue riflessioni su un mondo corrotto e governato da pochi, che tramite la forza delle gerarchie sfrutta le “bestie” di rango inferiore. Crisso passa da Campione da Capua a gladiatore frustato e messo da parte, Nevia è una serva umile e docile e sfruttata al momento opportuno come dono, e così tanti altri.

I ribelli accettano la dura realtà e combattono pur di cambiarla, ed insieme a loro non può abbandonarli lo spettatore, che può anche non prendere le parti di nessuno, ma assistere ad una lotta per ciò in cui crede.

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E’ quello che succede nel finale della terza stagione quando tra Marco Crasso e Spartacus, la guerra non è solo fisica ma anche psicologica. Due grandi menti una contro l’altra, leali fino in fondo coi propri ideali. Da una parte un uomo che deve tutto a Roma, che ricambia con il sangue di chi la minaccia anche a costo di perdere la propria vita o quella del proprio figlio Tiberio. Dall’altra uno Spartacus a cui viene spesso chiesto perché continuare a combattere, se all’inizio la sua era una vendetta (titolo della seconda stagione) adesso per cosa combatte? Combatte per la vita, combatte per la libertà, combatte per un mondo che ritiene migliore. Due ideali che si uniscono nella celebre frase: “La giustizia non esiste, non in questo mondo.” Frase in cui entrambi i protagonisti della terza stagione di Spartacus – intitolata ‘Guerra dei Dannati’ – si rispecchiano, stringendosi la mano.

Personaggi come Spartacus, Crisso, Gannicus e tanti altri fanno bene al mondo telefilmico e non solo. Lo spettatore non può che commuoversi dinanzi alla loro adrenalina, al loro spirito di rivalsa e soprattutto, nel confronto tra Spartacus e Crasso, nella lotta per difendere ed ottenere ciò che si ritene giusto, e siccome non esiste una giustizia, ci ritroviamo dinanzi a tante realtà la quale ognuno ha il diritto e la libertà di difendere.

Spartacus è molto più che sangue, sesso e sabbia. E’ una serie che commuove ed una serie che fa pensare, probabilmente come poche. Una serie che si evolve e con sè anche lo spettatore più indifferente non può che cambiare punto di vista una volta osservato quello degli schiavi del mondo di Spartacus.

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Ma alla fine Spartacus muore. Qual è la vittoria? La vittoria la suggerisce il titolo dell’ultimo episodio della serie, intitolato appunto Victory. Perché nonostante i ribelli alla fine vengano crocifissi, il loro messaggio rimarrà, sia nella storia reale dei fatti se sfogliamo un po’ di libri sulle guerre civili, sia negli occhi e nel cuore degli spettatori che tanto ardentemente hanno seguito questo fantastico telefilm.

Perché, come dice Spartacus ad una goccia di pioggia dalla morte, non esiste vittoria più bella che abbandonare questo mondo da uomo libero.

Raffaele Cianni

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