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Com’è nato Skins

Skins

Cosa succede quando un padre e un figlio poco più che adolescente decidono di co-creare una serie tv insieme?

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Jamie Brittin & Bryan Elsley

Succede che nasce una delle serie più iconiche di sempre, una di quelle che lasciano il segno, che aiutano a crescere un’intera generazione, la mia, quella che va più o meno dall’85 – che non a caso è l’anno di nascita del co-creatore ‘figlio’ – e il ‘95. Sì, sto parlando proprio di Skins, la cui fine, tre anni, ci ha letteralmente fatto disperare.

E4, canale dipende di Channel4 aveva proposto a Bryan Elsley di scrivere una serie su un gruppo di adolescenti, perché il canale puntava proprio a conquistare un pubblico giovane. Basti pensare che le altre serie prodotte da E4 sono state Misfits, The Inbetweeners, My Mad Fat Diary… Insomma, tutte serie per adolescenti, tra l’altro tra le più popolari dell’ultimo decennio.

Quando Elsley si è visto commissionare questa serie, ha subito voluto darle un’impronta realistica e così si è rivolto a suo figlio, all’epoca ventiduenne, che stava cercando di seguire le sue orme. Insieme hanno creato un abbozzo di trama e creato un concorso per selezionare altri giovanissimi sceneggiatori che potessero aiutarli a realizzare il progetto. Elsley ricorda sempre nelle interviste che ai meeting e ai brain-storming tra il gruppo qualcuno mancava sempre all’appello perché impegnato con un esame o un’interrogazione. Giusto per dare l’idea di quanto giovane fosse il team, giovane più o meno quanto il cast.

Un’idea vincente perché i giovani conoscevano i problemi dei loro coetanei, essendo i problemi che loro stessi vivevano o avevano vissuto fino a un paio di anni prima. Questo ha permesso di creare una serie assolutamente realistica, che mette in luce i problemi, spesso nascosti o sottovalutati, degli adolescenti inglesi sia delle famiglie povere che di quelle medio borghesi. La droga, il fumo, il coming out, le gravidanze impreviste… C’è un po’ di tutto nella serie, forse troppo in alcuni momenti, ma seguendo un gruppo di amici è ‘normale’ che debba succedere tutto a loro.

Gli episodi, tra gli 8 e i 10 a stagione, seguono ognuno un personaggio, idea probabilmente ripresa da Lost, uscita qualche anno prima. In questo modo ci risulta più facile conoscere e affezionarci ai vari personaggi, seguendo le loro vicende, i loro problemi a casa, a scuola, con gli amici…

Ma i ragazzi protagonisti, i cui attori avevano più o meno la stessa età dei loro personaggi e non diversi anni in più, non potevano crescere troppo: la storia doveva finire quando lasciavano il liceo. Come fare, se la prima stagione li vedeva già al penultimo anno? È stato allora che Elsley e suo figlio Jamie Brittin ebbero l’idea vincente: costruire la 3-4 stagione su un’altra ‘generazione’ di ragazzi al penultimo e poi all’ultimo anno di liceo. L’idea era azzardata, perché il pubblico era molto affezionato ai personaggi e un cambio completo di cast (e non solo di un paio di personaggi) rischiava di essere un flop.

Ma i due convinsero la rete reticente a dargli una possibilità e costruirono la trama partendo dall’unico personaggio che ancora potevano usare: Effie, la sorella del protagonista, due anni più piccola. Senza farlo apposta, Effie aveva l’età perfetta.

Come sappiamo, l’idea fu vincente: i personaggi erano accattivanti, la trama ben scritta, gli attori bravi. Così non soltanto vennero prodotte la terza e la quarta stagione, ma anche una quinta e una sesta con un’ulteriore nuova generazione. Insomma, chapeau.

Ma non era cambiato solo il cast, anche la squadra degli sceneggiatori veniva rimpiazzata seguendo il cambio generazionale, in modo da poter avere storie sempre diverse, che seguissero i tempi, evitando così che Skins si trasformasse in un nostalgico ed edulcorato ricordo di una giovinezza sempre più lontana. Cosa che sono riusciti a non fare perfettamente. Ed è proprio questo che dà a Skins quella marcia in più che nessun’altra serie per adolescenti ha. Grazie, Elsley!

 

Written by Olimpia Petruzzella

Tra un'indagine con Sherlock Holmes e un viaggio e l'altro col Dottore, sono anche riuscita a laurearmi in Archeologia (River, grazie ancora per quella dritta... e per avermi presentato Euripide!) e fare un master in sceneggiatura alla Silvio D'Amico. Perché siamo tutti storie, alla fine. Ed è meglio farne una buona, no?

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