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Caro diario, sono io, Adam

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ATTENZIONE: questo articolo contiene SPOILER su Sex Education e sulla terza stagione della serie.

Caro diario,

sono io, Adam.

Mi sento piuttosto sciocco a parlare con un pezzo di carta che nessuno leggerà mai, ma Rahim dice che mettere per iscritto i pensieri fa bene. Sto cercando di seguire i suoi consigli, sicuramente ha più esperienza di me con le parole e sto provando a imparare da lui, visto che nessun altro sembra aver mai avuto pazienza con me. Credo di aver conquistato la sua fiducia, in qualche modo, anche se quel giorno sull’autobus volevo solo capisse che ormai non mi interessa più ciò che le persone dicono di me. Le loro voci hanno sempre avuto troppo potere sulle mie scelte, e solo da poco ho capito che in realtà, quando smetti di concentrarti sulle vibrazioni di quelle voci, queste perdono tutto il loro significato.

È proprio come quando ripeti in continuazione la stessa parola finché il suono prodotto dalla successione delle lettere che la compongono viene svuotato della sua anima e rimane solo un guscio vuoto, privo di senso. Credo sia accaduto proprio questo. Per così tanto tempo ho ascoltato dicerie e supposizioni su di me, per troppo tempo ho osservato gli sguardi degli studenti nei corridoi sentendomi al centro delle loro critiche. E così, a un certo punto, ogni cosa ha perso il proprio significato e io sono riuscito a liberarmi dal peso che le opinioni degli altri avevano su di me. Non è stato facile, ma non mi sono reso conto dell’istante esatto in cui tutto ciò si è verificato, è successo e basta.

Però credo sia stato un bene. Se avessi continuato a dare importanza ai giudizi altrui e se il peso dei loro pensieri e delle loro parole fosse stato ancora così opprimente, probabilmente non avrei saputo come reagire quando Eric mi ha lasciato. Invece ora ho capito.

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Se non fosse stato per Eric non avrei mai compreso chi sono davvero.

Se non lo avessi mai conosciuto forse mi troverei ancora in quella scuola militare, pronto a eseguire gli ordini di uomini rigidi e privi di empatia, trasformato nell’ombra di me stesso da chi mi aveva spedito lì e invece avrebbe dovuto amarmi senza riserve, nonostante il mio essere differente. Eric mi ha aperto la finestra su un mondo di cui ignoravo l’esistenza, mi ha fatto capire che sentirsi diversi è un bene, che ognuno di noi è unico a modo suo. Quei difetti che pensiamo sempre possano fare di noi l’oggetto di scherno di qualcun altro, in realtà ci rendono degli individui speciali.

Ce ne ho messo di tempo per dare un nome a quello che provavo. In questi casi, nessuno ti regala un libretto di istruzioni per aiutarti a capire come gestire il terremoto che hai nello stomaco. Quando una persona come Eric entra nella tua vita, o meglio, quando da un giorno all’altro inizi a guardarla sotto una luce diversa e decidi di seguire l’istinto, bisogna abbandonare qualsiasi razionalità. È lì che tutto cambia, quando anziché prestare ascolto ai bisbigli e alle voci di chi ti sta intorno, per una volta, decidi di seguire l’eco che hai dentro. Quella vocina che avevi sempre provato a ignorare, che avevi cercato di relegare in un angolo della mente e che però non riesci più a controllare.

Per fortuna, ho deciso di tornare a respirare e di far salire quella voce in superficie. E infatti ho capito che se Eric non è destinato ad accompagnarmi nella scoperta di me stesso, forse è perché ha già svolto il suo compito. Magari il suo ruolo era quello di tendere la mano e farmi da appiglio, per darmi la spinta e poi permettermi di trovare da solo la forza per continuare a nuotare fuori dall’acqua. La pressione mi aveva sempre spinto verso il fondo, verso un buio opprimente e senza via d’uscita, Eric invece era la luce di cui avevo bisogno per non perdere la speranza, la dose di coraggio che doveva darmi l’energia per reagire.

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E fa male pensare che nonostante tutto per lui non sono stato abbastanza.

Ma avrei dovuto aspettarmelo. All’inizio ho contribuito a rendere la sua vita un inferno, proprio come mio padre aveva fatto con me. Ho indossato una maschera perché credevo che se non l’avessi fatto gli altri mi avrebbero spezzato. Per anni ho vissuto in un ambiente in cui l’imperfezione non era contemplata, dove non erano concessi errori, né deviazioni da un percorso già stabilito. La frustrazione e i rimpianti di mio padre erano diventati anche i miei, tutta quella rabbia mi aveva avvelenato l’anima. Tutta quell’insicurezza aveva messo le radici in ogni parte di me, e credevo che per mandarla via bastasse gettarla sugli altri.

Così, dapprima ho provato a trasferirla su Eric e su ragazzi come lui, ma poi è bastata una sua reazione per farmi comprendere che in quel modo non facevo altro che trasformarmi nella brutta copia di Michael Groff, ripetendo i suoi errori. È bastata la sua scintilla per accendere in me qualcosa che credevo di aver seppellito sotto strati di cemento armato. Non potevo permettere che un’altra persona decidesse della mia vita mentre io rimanevo fermo a guardare, paralizzato dall’idea di ribellarmi e deludere le aspettative.

Stavolta, finalmente, sono riuscito a mandare a quel paese mio padre e le sue regole. Ho messo un piede fuori dai binari e ho iniziato a costruirne di nuovi, solo per me. Ho deciso che voglio trovare un luogo dove poter essere me stesso in tutto e per tutto. Chi se ne frega se a qualcuno questo non piacerà. Sono stanco di nascondermi dietro le menzogne che altri hanno messo in piedi per me. Piano piano ho capito che ci sono persone a cui posso piacere per ciò che sono, compagni di scuola che non mi chiedono di essere diverso, che magari all’inizio fanno difficoltà a starmi vicino e a comprendermi, ma che poi riescono a farmi sentire a casa.

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In parte, questo lo devo a Eric. E anche se non sono affatto pronto a vederlo ridere e scherzare senza di me, anche se non sono sicuro di riuscire subito a far pace con l’idea di non poter condividere i miei pensieri con lui, so che arriverà un momento in cui mi sentirò felice per ciò che c’è stato, e per il fatto che, lasciandolo libero, in qualche modo ho contribuito anch’io al suo grande e genuino sorriso.

Sicuramente ho scritto troppo, e forse in modo banale, ma Rahim continua a dirmi che non devo mai preoccuparmi di quante o quali parole uso per esprimere ciò che sento, perché è proprio questo il bello della scrittura. In ogni caso, sono certo di poter migliorare, quindi alla prossima,

il tuo nuovo Adam.

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