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Il 2016, oggi, non sembra così lontano. Eppure, nel mondo delle serie tv, è quasi un’era geologica. Dieci anni sono sufficienti per capire cosa è rimasto e cosa invece si è dissolto nell’algoritmo dello streaming. Alcune produzioni di quell’anno non sono state solo successi di pubblico o critica: hanno inciso, modificato il linguaggio televisivo, aperto strade narrative nuove, ridefinito il rapporto tra autore e spettatore.
È stato un anno di svolta. Netflix stava consolidando il suo dominio globale, HBO sperimentava ancora dopo l’onda lunga di Game of Thrones, Amazon Prime iniziava a farsi sentire con decisione. Il pubblico si stava abituando al binge-watching, ma allo stesso tempo chiedeva complessità, identità, scrittura raffinata. Le serie tv non erano più semplici prodotti di intrattenimento: erano oggetti culturali, specchi sociali, esperimenti formali.
Guardando indietro, colpisce la varietà: drammi familiari, satire politiche, thriller psicologici, fantasy filosofici, commedie esistenziali. Ogni titolo che segue ha lasciato un’impronta diversa. Alcuni hanno generato imitazioni, altri hanno diviso il pubblico, altri ancora sono diventati cult silenziosi. Ma tutti, a modo loro, hanno contribuito a definire cosa intendiamo oggi quando parliamo di grande serialità.
Serie tv e memoria collettiva: perché il 2016 conta ancora oggi
Se oggi discutiamo di scrittura autoriale in televisione, di personaggi femminili complessi, di ibridazione tra generi o di estetica cinematografica applicata alla serialità, è anche grazie a quelle produzioni. Le serie tv del 2016 hanno anticipato molte tendenze che oggi consideriamo normali: l’uso consapevole della nostalgia, la destrutturazione del racconto lineare, il coraggio di costruire protagonisti moralmente ambigui. A dieci anni di distanza, non si tratta solo di fare un bilancio nostalgico. Si tratta di capire quali opere hanno davvero lasciato un segno nella storia della televisione contemporanea. E queste dieci, per motivi diversi, lo hanno fatto.
1) Animal Kingdom

Quando si parla di serie tv di taglio criminal che hanno davvero lasciato un segno nel decennio scorso, Animal Kingdom è spesso citata troppo poco. Eppure, nel 2016, è stata una delle produzioni più solide e coerenti nel ridefinire il concetto di famiglia come nucleo tossico, terreno fertile per ambizione, tradimento e violenza. Liberamente ispirata all’omonimo film australiano, la serie ha saputo emanciparsi rapidamente dal materiale originale, costruendo un’identità autonoma e stratificata.
Al centro della narrazione c’è la famiglia Cody, un clan dedito al crimine organizzato nella soleggiata California del Sud. Ma il vero cuore pulsante della storia è Smurf, interpretata magistralmente da Ellen Barkin: una matriarca manipolatoria, seducente e inquietante, capace di controllare figli adulti come pedine emotive. Animal Kingdom non è mai stata una serie sul colpo perfetto o sull’azione spettacolare fine a sé stessa. È una serie sul controllo. Sul potere esercitato attraverso l’affetto. Sulla dipendenza emotiva come arma.
L’ingresso del giovane J nel mondo dei Cody è anche il nostro ingresso in un sistema chiuso, governato da regole non scritte e da un senso di appartenenza che è insieme protezione e condanna. Ogni stagione ha approfondito le fragilità dei fratelli, il loro bisogno disperato di approvazione, la paura di essere esclusi dal branco.
Serie tv e clan familiari
Nel panorama delle serie tv, Animal Kingdom ha contribuito a consolidare il filone delle famiglie criminali raccontate in chiave psicologica, più che epica. Se Sons of Anarchy aveva mitizzato il clan, qui il mito viene smontato pezzo dopo pezzo. Dieci anni dopo, resta un esempio emblematico di come una serie possa raccontare il crimine attraverso il trauma e la manipolazione affettiva, dimostrando che la vera violenza non è sempre quella delle armi, ma quella delle relazioni.
2) Atlanta

Quando Atlanta debutta nel 2016, non sembra voler assomigliare a nulla di già visto. E in effetti non lo fa. Creata da Donald Glover, la serie tv si presenta inizialmente come una comedy sul mondo del rap nella città di Atlanta. Ma bastano pochi episodi per capire che la definizione è limitante. Atlanta non è solo una comedy, non è solo un dramma, non è solo una serie sociale: è un esperimento continuo sulla percezione della realtà americana contemporanea.
Al centro c’è Earn (interpretato dallo stesso Glover), un giovane padre in difficoltà economica che cerca di diventare il manager del cugino Paper Boi, rapper in ascesa. Attorno a loro orbitano Van, compagna di Earn, e Darius, figura surreale e filosofica che spesso sembra l’unico a comprendere davvero l’assurdità del mondo che li circonda.
La forza di Atlanta non sta nella trama lineare, ma nella sua struttura imprevedibile. Ogni episodio può essere realistico, grottesco, onirico o completamente scollegato dalla narrazione principale. La serie gioca con il formato, con i generi, con il linguaggio televisivo. Ci sono puntate che sembrano mockumentary, altre che sfiorano l’horror psicologico, altre ancora che funzionano come satire sociali devastanti.
Atlanta parla di razza, identità, successo, alienazione e capitalismo culturale senza mai diventare didascalica. Il razzismo sistemico è sempre presente, ma non viene spiegato: viene mostrato attraverso situazioni che oscillano tra il surreale e il quotidiano. L’effetto è destabilizzante, perché lo spettatore non sa mai se sta ridendo o se dovrebbe sentirsi a disagio.
Visivamente, la serie è minimalista ma potente. Le inquadrature sono spesso statiche, i silenzi pesano quanto i dialoghi. Donald Glover costruisce un universo dove il confine tra reale e assurdo è sottilissimo, quasi inesistente.
10 Serie Tv uscite 10 anni fa che hanno lasciato il segno nella storia delle Serie Tv
Atlanta non ti accompagna: ti spiazza. E proprio per questo è rimasta impressa. Serie tv e sperimentazione narrativa Nel panorama delle serie tv degli ultimi dieci anni, Atlanta è stata una delle opere più radicali. Ha dimostrato che una serie tv può permettersi di non seguire una struttura tradizionale, di non dare sempre risposte, di non spiegare tutto allo spettatore. In un’epoca dominata da algoritmi e formule ripetitive, Atlanta ha scelto l’imprevedibilità.
È stata una delle poche serie capaci di raccontare l’esperienza afroamericana contemporanea senza ridurla a slogan o stereotipi. Ha trasformato la marginalità in centro narrativo, l’assurdo in chiave di lettura politica. E soprattutto ha aperto la strada a una nuova generazione di autori che vedono la serialità non come un prodotto industriale, ma come uno spazio creativo libero. Atlanta non è stata semplicemente una serie di successo. È stata una frattura. Un importante “breakpoint”.







