3. Califfato

La miniserie televisiva svedese, otto puntate distribuite da Netflix, parte da un fatto di cronaca reale: nel 2015 tre ragazze inglesi vengono fotografate in un aeroporto della Gran Bretagna intente ad abbandonare il paese alla volta della Siria per andare in spose ai guerriglieri dell’ISIS. L’ideatore di Califfato, Wilhelm Behrman, nel vedere quell’immagine rimase scioccato tanto da sentire la necessità di ricavarne qualcosa: “Ero così sconvolto, forse perché ho una figlia che ha la stessa età”.
Califfato non è una di quelle serie d’azione all’americana, ricca di esplosioni e sparatorie, piuttosto una di quelle introspettive che scavano nell’animo dei personaggi e obbligano chi le guarda a fare altrettanto col proprio. Le puntate, che si divorano, ci portano a contatto con aspetti incredibilmente reali delle seconde generazioni d’immigrati, le quali si ritrovano alle prese con una difficile quanto mai riuscita integrazione e la necessità di trovare una propria identità.
Le protagoniste della serie sono tre giovani donne: un’agente dei servizi segreti svedese; il suo contatto in Siria, ragazza svedese sposata con un guerrigliero inetto e codardo; una giovane ragazza di una famiglia musulmana che detesta il proprio padre perché non le lascia indossare il velo. Le storie di queste tre donne si intrecciano nel corso delle puntate fino a creare una sorta di legame indissolubile che le porterà a un finale inaspettato e sorprendente.
Califfato parte con un attentato terroristico da sventare ma nel corso delle puntate lo spettatore ci si sofferma più sulla cruda realtà delle tre protagoniste e del loro destino. Nella sua drammaticità, persino estrema, Califfato è una serie davvero notevole, carica di adrenalina, che racconta mondi e situazioni ai quali non siamo abituati.
4. The Day

La conosceranno davvero in pochi questa serie fiamminga che in Italia non è ancora mai andata in onda ma è stata trasmessa dalla RSI, Radiotelevisione della Svizzera italiana. Eppure si tratta di un vero e proprio gioiellino tanto da essere stata premiata come “Miglior fiction europea” (2018) al Festival de la Fiction di La Rochelle, in Francia.
La storia apparentemente è piuttosto banale: una rapina in banca con ostaggi in una sperduta grigia cittadina nella regione delle Fiandre; la polizia locale appronta una unità di crisi e cominciano i negoziati ma ovviamente, le cose, non vanno mai come dovrebbero.
I creatori della serie, partendo da uno dei più classici temi thriller, sono riusciti a costruire, però, un meccanismo interessante, soprattutto molto ben congegnato. I dodici episodi, infatti, si svolgono su ventiquattr’ore seguendo l’arco temporale di una giornata durante la quale gli stessi avvenimenti vengono mostrati al pubblico da due prospettive diverse: quella della polizia, soprattutto della squadra dei negoziatori composta da un trio molto ben assortito, con le giuste difficoltà e i giusti dubbi, e quella dei rapinatori e degli ostaggi. Grazie a questo espediente narrativo i dettagli disseminati qua e là nelle puntate come piccoli ingranaggi di un orologio cominciano a muoversi, bene oliati, creando un meccanismo perfettamente funzionante. I vari colpi di scena visti così dalla doppia prospettiva permettono al telespettatore di poter esser parte integrante della sceneggiatura e godersi appieno l’adrenalina crescente, puntata dopo puntata.
Le possibilità che De Dag, titolo originale, potesse crollare su se stessa come un castello di carta erano molto elevate ma Julie Mahieu e Jonas Geinaert, i due giovani creatori, sono riusciti invece a dare solide fondamenta alla sceneggiatura dando ai personaggi risvolti psicologici non da poco. Partendo dal niente in poche puntate possiamo partecipare a un ingarbugliamento della trama e delle sottotrame tale da stordirci e lasciarci a bocca aperta fino alla puntata finale quando tutti i nodi verranno sciolti rivelando quello che nessuno si sarebbe mai immaginato.







