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Perché le Serie Tv dovrebbero riscoprire il formato da 40-45 minuti

Benjamin Linus, uno dei protagonisti della serie tv Lost
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Ogni volta che si parla delle serie tv contemporanee, dei loro pregi e dei loro limiti, c’è sempre un aspetto che viene sottovalutato o addirittura ignorato: la lunghezza delle puntate. Un aspetto apparentemente marginale, per i più distratti: fondamentale, a uno sguardo più attento. Quanto durano, mediamente? Ovviamente, dipende. Per esempio, le serie che tendono al genere comedy, anche quando è ibridato nelle forme più disparate, oscillano mediamente tra i 25 e i 35 minuti: gli storici 20 minuti di un tempo sembrano ormai superati in gran parte dei casi, a meno che non si parli di sitcom pure (e sono sempre più rare).

La serialità proveniente dallo streaming, se tende al drama (ancora, con innumerevoli diramazioni), si orienta spesso su un formato più lungo, tra i 50 e i 60 minuti. Chiaramente si parla di tendenze generali, medie approssimative che rappresentano una direzione più che un dato da prendere alla lettera.


Si arriva poi a quello che un tempo era il formato più comune tra tutte le serie tv che non fossero sitcom: le puntate da 40-45 minuti, all’incirca.

Noah Wyle in E.R.
Credits: Warner Bros.

Non si sono estinte, affatto. La tv lineare statunitense continua a prediligere quel minutaggio per coprire un’ora di slot, includendo anche le pubblicità, ed è ancora onnipresente tra i procedurali classici in circolazione. Che si parli di medical, legal o crime, è il formato che più di ogni altro rappresenta la storia delle serie tv. Oggi, però, sembra aver perso in buona parte la sua centralità: la televisione non è più solo lineare, e lo streaming ha strutture più libere che non devono rispondere alla rigidità imposta dai palinsesti. È un peccato, per molti versi: è un formato che risponde perfettamente a gran parte delle esigenze del pubblico attuale.

Il formato consente alle singole puntate di entrare subito nel conflitto, costruire tensione senza dispersioni e chiudere (o rilanciare) in modo netto.

Funziona, eccome se funziona. Perché offre la misura ideale per essere una soluzione adatta anche ai nostri tempi.

  • Rispetto alle puntate da 60 minuti, garantisce minore dispersione, minor necessità di introdurre sottotrame superflue e maggiore densità narrativa. Meglio ancora se deve giostrare tra verticalità e orizzontalità in egual misura.
  • Rispetto alle puntate da 30 minuti, invece, permette di ricercare maggiore profondità emotiva e costruire archi narrativi più complessi.

Un compromesso perfetto, in pratica. Ancora più se si pensa ai riflessi che hanno sulle stagioni delle serie tv in questione.

Permettono infatti di costruire cicli più lunghi di puntate, sempre più rari nel panorama attuale dello streaming che raramente supera gli 8-10 episodi. Offre inoltre la possibilità di distribuire i costi con una buona sostenibilità ed è propedeutica a una maggiore continuità tra le singole stagioni.

Ancora: si parla di tendenze generali che variano poi per ogni caso specifico possa venirvi in mente, ma rende l’idea di quanto questa ossatura possa essere rilevante per orientare una serie tv in un senso o nell’altro. Oltretutto, restituisce perfettamente l’identità delle singole puntate, garantendo una natura “episodica” alle serie tv: spesso, nei casi differenti, si finisce per lavorare su quelli che sono sostanziali film a puntate. Una scelta comprensibile, da certi punti di vista. Come si evocava in precedenza, lo streaming ricerca tempi di visione prolungati e puntate più lunghe: inserite in stagioni dal minutaggio più anarchico sui singoli episodi, sembrano una naturale conseguenza.

Ma fino a che punto è funzionale? Abbastanza, ma meno di quanto si possa pensare.

Quante volte vi capita, per esempio, di evitare la visione di una seconda o di una terza puntata, dissuasi dalla lunghezza dell’episodio? Spesso, senza ombra di dubbio. Anche perché a un certo punto l’attenzione cala e sopraggiunge una fisiologica stanchezza, anche quando la serie tv in questione ha calamitato il nostro interesse. Poi sì: qualcuno tra i commenti sottolineerà il fatto che smetta di guardare una serie solo quando scorrono i titoli di coda dell’ultima puntata, ma si parla di abitudini più generali. Con gli episodi da 40-45 minuti, invece, il ritmo di visione è più naturale e la serie ha più possibilità di rimanere presente nella quotidianità. Specie se poi è foriera di stagionalità più lunghe con un’evoluzione progressiva e archi narrativi più chiari.

Questo secondo aspetto può slegarsi perfettamente dal minutaggio medio, ma sta agli autori mostrarci quanto questo compromesso possa essere efficace. Ed è possibile farlo nei modi più disparati: lo testimonia una lunga tradizione televisiva tradizionale che si è poi trasferita armonicamente nelle nuove abitudini del pubblico. Lost, per dire, proviene dalla tv lineare ed è stata così concepita dall’inizio alla fine. L’ha fatto sull’asse dei 45 minuti circa, diventando nel tempo una straordinaria serie da binge watching. Ha così vissuto una nuova vita, e sono decine gli esempi possibili.

Persino Breaking Bad, una serie che non è certamente generalista né procedurale, proviene da quell’ecosistema televisivo. E ha basato le sue fortune anche su un minutaggio simile, quasi sempre intorno ai 47 minuti.

Breaking Bad, una delle migliori serie tv di sempre
Credits: AMC

L’autorialità televisiva, quindi, non nasce quando elimini i vincoli: nasce quando li utilizzi meglio degli altri.

Il formato, ancora prediletto dai procedurali della televisione lineare, è altrettanto applicabile su un modello di serialità autoriale più ambizioso e dal sapore cinematografico. Già, cinematografico. Ma con una distinzione decisiva: la serialità, d’altronde, rischia spesso dismarrire la propria identità mediale, volendo essere cinema senza poter usufruire fino in fondo della sua compattezza. Ne abbiamo parlato di recente a proposito di un’altra importante questione legata ai formati,il “restringimento” delle miniserie: emerge uno scenario in cui la televisione può trarre forza dal preservamento della scrittura televisiva, puntando su ritmo e continuità senza incappare in alcune delle critiche più comuni. Essere, in sostanza, ciò che il cinema non può essere, accettando anche il discorso inverso.

Si ottimizza così il racconto della serie tv, disciplinando il processo creativo di sviluppo con regole più chiare. Ciò porta con sé un miglioramento dell’esperienza di visione.

Non dovrebbe stupire questo nostro endorsement al formato da 40-45 minuti: va nella direzione di una televisione che si rinnova e restaura alcuni pilastri solo apparentemente superati, come sosteniamo da tempo. Come sta facendo la televisione in streaming, sempre più vicina a quella che guardavano (e ancora guardano) i nostri genitori o i nostri nonni. Una televisione in cui, tra l’altro,è tornata la pubblicità con grande forza: incide a sua volta sui tempi di visione e, di conseguenza, su un ulteriore mutamento delle abitudini.

Con questo non vogliamo dire che tutte le serie tv dovrebbero essere sempre così, affatto. Ci sono tanti casi in cui il racconto trae beneficio da altre peculiarità, che si scelga un formato più esteso o più ristretto. Tuttavia, sembra chiaro l’orientamento di una parte del sistema che considera il vecchio formato ormai superato, parte dell’archeologia televisiva. Con un paradosso: l’ha fatto nel momento in cui è diventato più necessario.

Qualcuno saprà accogliere la lezione? Staremo a vedere: il futuro delle serie tv passa anche da qui.

Antonio Casu