Westworld: da rivelazione sci-fi a labirinto narrativo

Quando Westworld è arrivata su HBO, sembrava l’erede spirituale di Lost e Black Mirror messi insieme: ambiziosa, filosofica, tecnicamente perfetta. La prima stagione è stata una rivelazione. Una serie TV che esplorava la coscienza, l’etica dell’intelligenza artificiale e il concetto stesso di libero arbitrio, il tutto in un parco a tema western dove nulla era come sembrava.
Ma con la seconda stagione è iniziata la caduta. Il gioco di timeline sovrapposte, intricato ma affascinante nella S1, è diventato un vero e proprio rompicapo autoreferenziale. I personaggi hanno perso progressivamente empatia, trasformandosi in pedine metafisiche al servizio di una narrazione più interessata ai colpi di scena che alla coerenza emotiva. Dolores è diventata una macchina da guerra senza più traccia della vulnerabilità iniziale. Bernard un algoritmo narrativo sempre più confuso. Maeve una figura brillante ma reiterativa.
La serie TV ha cercato disperatamente di reinventarsi nella terza e quarta stagione, spostandosi fuori dal parco e puntando su una distopia urbana in stile Blade Runner. Ma il fascino originario era svanito. Le domande filosofiche si sono fatte retoriche, le sottotrame si sono moltiplicate senza direzione chiara. HBO ha chiuso la serie prima della sua stagione finale annunciata, segno che anche i colossi possono crollare sotto il peso delle loro stesse ambizioni.
Supernatural: una maratona senza fine per una serie TV che non sapeva quando fermarsi

“Supernatural” è forse uno degli esempi più evidenti di una serie TV che ha vissuto una crisi di mezza età lunga quanto la sua stessa durata. Lanciata nel 2005, la serie era originariamente pensata per durare cinque stagioni. Il suo creatore, Eric Kripke, aveva un piano ben definito: raccontare la storia dei fratelli Winchester e concluderla in modo epico. E in effetti, la quinta stagione si chiude con un arco narrativo coerente, potente e perfettamente circolare. Ma poi accade l’inevitabile: il successo commerciale.
Dalla sesta stagione in poi, “Supernatural” si è trasformata in una creatura diversa. La narrazione si è fatta più dispersiva, le minacce si sono moltiplicate senza mai eguagliare il pathos dell’Apocalisse originale, e le resurrezioni sono diventate così frequenti da svuotare ogni senso di perdita. Gli attori principali, Jared Padalecki e Jensen Ackles, hanno mantenuto il carisma e la chimica che li ha resi iconici, ma perfino loro sembravano stanchi verso le stagioni finali.
La serie è andata avanti per quindici stagioni, e anche se ha mantenuto uno zoccolo duro di fan fedelissimi, ha smesso da tempo di essere culturalmente rilevante. La sua crisi non è stata tanto narrativa quanto esistenziale: “Supernatural” non sapeva quando fermarsi. Ha continuato a correre su un tapis roulant narrativo che consumava personaggi e trame, senza mai trovare una vera nuova identità. Quando si è conclusa nel 2020, più che un addio epico è sembrato un sollievo. Una serie TV che aveva tutto per entrare nella leggenda, ma che si è smarrita nel labirinto del proprio successo.





